Dagli anni ’80 a oggi: Italia più istruita, ma fragile nella comprensione delle informazioni
Durante gli ultimi quarant’anni, l’Italia ha registrato un profondo cambiamento sul piano dell’istruzione. Il Paese degli anni ’80, in cui la gran parte della popolazione aveva come titolo di studio massimo la scuola dell’obbligo, ha progressivamente lasciato spazio a una società nella quale il diploma e la laurea sono diventati traguardi sempre più diffusi. Tuttavia, all’incremento dei livelli di istruzione non ha corrisposto un analogo miglioramento della capacità di comprendere, interpretare e valutare criticamente le informazioni e riconoscere le fake news.
Negli anni ’80, circa il 30-40% degli italiani possedeva soltanto la licenza elementare o non aveva completato un percorso scolastico superiore. I diplomati rappresentavano appena il 20-25% della popolazione, mentre i laureati erano soltanto il 5-7%.
Oggi il quadro è profondamente cambiato. Secondo l’ISTAT, tra gli italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni circa il 45% possiede un diploma di scuola superiore, il 22-23% una laurea, mentre la quota di chi ha soltanto la licenza elementare o nessun titolo di studio è scesa al 10-11%.
Il cambiamento appare ancora più evidente osservando le generazioni nate dal 1980 in poi. In questa fascia di popolazione, appena l’1-2% possiede soltanto la licenza elementare o nessun titolo, circa il 20% si ferma alla licenza media, mentre quasi otto persone su dieci hanno conseguito almeno un diploma o una laurea.
Si tratta di un progresso sociale indiscutibile. Purtroppo più anni di frequenza scolastica non significano realmente una maggiore capacità di comprendere ciò che si legge.
Anche il fenomeno della dispersione scolastica riflette l’evoluzione del Paese.
Negli anni ’80 molti giovani interrompevano gli studi dopo la terza media per entrare nel mondo del lavoro. La quota di chi abbandonava precocemente il percorso scolastico era stimata intorno al 30-35%.
Con il passare del tempo, grazie all’estensione dell’obbligo scolastico, alle politiche educative e a una maggiore consapevolezza del valore dell’istruzione, il fenomeno si è progressivamente ridotto. All’inizio degli anni duemila l’abbandono scolastico superava ancora il 20%; nel 2010 era intorno al 18-19%. Oggi si attesta attorno al 9-10% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, avvicinandosi agli obiettivi fissati dall’Unione Europea.
Il problema, tuttavia, non è scomparso: ha semplicemente assunto una forma diversa.
Se quarant’anni fa la sfida principale era evitare che gli studenti lasciassero la scuola, oggi cresce il fenomeno della dispersione implicita: ragazzi che conseguono un diploma, ma terminano il percorso scolastico senza aver acquisito competenze adeguate nella lettura, nella matematica e nella comprensione delle informazioni.
Le indagini internazionali confermano questo scenario.
Secondo il programma OCSE-PIAAC, circa il 35% degli adulti italiani presenta competenze insufficienti nella comprensione dei testi e nell’utilizzo delle informazioni nella vita quotidiana. Questo fenomeno viene definito analfabetismo funzionale.
Anche tra i più giovani emergono criticità significative. Le rilevazioni INVALSI mostrano che circa il 40-45% degli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori non raggiunge livelli adeguati nella comprensione della lettura.
Il paradosso é che l’Italia ha aumentato in modo significativo il numero di diplomati e laureati, ma una parte consistente della popolazione continua a incontrare difficoltà nella comprensione di testi complessi e nell’analisi critica delle informazioni.
Il ritardo emerge con ancora maggiore evidenza se il confronto viene esteso agli altri cinque Paesi fondatori della Comunità Economica Europea: Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Con circa il 22-23% di laureati nella fascia tra i 25 e i 64 anni, l’Italia occupa l’ultima posizione tra i sei Paesi fondatori. La Francia raggiunge il 36-38%, la Germania il 31-32%, Belgio e Paesi Bassi superano il 40%, mentre il Lussemburgo va oltre il 50%.
Anche sul piano delle competenze, gli studi OCSE collocano l’Italia al di sotto di molti Paesi dell’Europa occidentale per capacità di lettura, comprensione e utilizzo delle informazioni.
Negli anni ’80 le principali fonti di informazione erano rappresentate dai giornali, dalla radio e dalla televisione, strumenti nei quali esistevano comunque forme di controllo editoriale e responsabilità professionale. Oggi ogni cittadino è immerso in un flusso continuo di contenuti provenienti da siti internet, social network, piattaforme video, servizi di messaggistica istantanea e piattaforme AI.
Una parte significativa di questi nuovi strumenti di comunicazione è controllata da grandi piattaforme globali, spesso nate o gestite in contesti politici dove il rapporto tra informazione, potere e libertà di espressione è complesso. In alcuni casi, soggetti vicini a governi autoritari o a leader e/o multimiliardari con ambizioni antidemocratiche utilizzano la diffusione incontrollata delle informazioni per alimentare paure, sfruttare convinzioni religiose, amplificare divisioni sociali e influenzare un’opinione pubblica poco preparata a riconoscere le manipolazioni.
La quantità di informazioni disponibili è cresciuta enormemente, ma non sempre sono cresciute con la stessa rapidità le competenze necessarie per comprenderle, valutarle e verificarne l’attendibilità. Tra la quantità di informazioni disponibili e capacità di valutarle, la disinformazione riesce ad infiltrarsi: notizie false, contenuti manipolati e campagne di influenza possono diffondersi in pochi minuti e raggiungere milioni di persone.
Per questo motivo, il problema non riguarda soltanto il livello di istruzione formale, ma soprattutto la capacità dei cittadini di leggere criticamente, verificare le fonti, distinguere i fatti dalle opinioni e riconoscere i meccanismi attraverso cui le informazioni possono essere distorte o utilizzate per condizionare il consenso. L’Italia di oggi è cambiata, è indubbiamente più istruita rispetto a quella degli anni ’80. Ha ridotto drasticamente l’abbandono scolastico, aumentato il numero di diplomati e laureati e ampliato l’accesso all’istruzione. Oggi ed in futuro, però, non sarà solo necessario studiare di più, (anche storia e geografia) ma ragionare e comprendere meglio ciò che si legge.
In un’epoca in cui una fake news può raggiungere milioni di persone in pochi minuti, comprendere le informazioni e sviluppare il pensiero critico è fondamentale per una cittadinanza consapevole. Poiché il diritto di voto appartiene a tutti i cittadini maggiorenni, investire nella comprensione dei testi significa investire anche nella qualità della nostra democrazia.
Fonti: ISTAT – Livelli di istruzione della popolazione; Eurostat – Educational attainment statistics; OCSE – PIAAC – Programme for the International Assessment of Adult Competencies; INVALSI – Rapporti nazionali sulle prove di Italiano.

