La mercantessa Catalina Llull ì Sabastida, che faceva affari tra la Spagna e la Sicilia

Cosa si è disposti a fare per salvaguardare il benessere dei figli e il lustro della propria famiglia? Molti risponderanno: “Qualsiasi cosa sia necessaria!”. E così fece Catalina Llull ì Sabastida. Moglie ventenne di Joan Sabastida, governatore della Camera Reginale, si trasferì da Barcellona a Siracusa. Come facente parte della borghesia mercantile, Catalina sapeva leggere, scrivere, far di conto, destreggiarsi con competenza e precisione tra burocrazia legale e libri contabili, senza tralasciare il ruolo educativo e spirituale che le donne del XV secolo ricoprivano nelle proprie famiglie. Dopo undici anni di matrimonio e con quattro figli da sostenere e formare degnamente, Catalina si ritrova vedova. Suo marito, che sicuramente la stimava moltissimo e in altrettanta misura si fidava di lei, nel testamento la nomina come propria esecutrice lasciandola libera di agire ad descretione sua, un atto d’amore e rispetto che è difficile da eguagliare. Da quel momento in poi iniziarono i problemi o, meglio, le sfide. La prima lotta legale che dovette affrontare fu contro Francì Carbó, che in veste di tutore dei figli, tentò di cavalcare l’onda e fu licenziato. A questa seguirono altre lunghe battaglie volte a tutelare il riconoscimento dei beni e titoli assegnati al coniuge e per la conservazione e ampliamento del patrimonio familiare sia in Sicilia che in Catalogna. Nel frattempo però, come sanno tutte le madri, i ragazzini dovevano alimentarsi, anche di cultura e di buone pratiche sociali. La casa, anzi, il castello di Brucoli, prima affidato

al marito e poi a lei, doveva andare avanti. I servitori, gli schiavi e gli animali (persino un orso) andavano sfamati e vestiti, così come dovevano essere celebrate feste e ricorrenze importanti.

Catalina Llull prese quindi la situazione in mano, come voleva suo marito, e divenne, forte delle sue conoscenze pregresse, un’importante operatrice economica tra Sicilia, Spagna, Basilicata, Puglia e altre località come la Libia, presenziando alle trattative più delicate e supervisionando costantemente gli affari. Commerciò di tutto: dai tessuti al sale, dall’olio agli schiavi. Come ogni buona economista, differenziò le entrate dedicandosi ai prestiti, ai finanziamenti e possedendo un ostello. Dai suoi libri contabili e da alcune lettere della sorella Joanna, anche lei avvezza all’amministrazione dei numerosi beni familiari, possiamo conoscere questa madre lavoratrice e renderci conto che, per quanto fosse in suo potere, promuoveva l’imprenditoria femminile comprando, al prezzo di mercato, tessuti prodotti da Margherita Guerra, Agata Augusta e molte altre tessitrici. Vediamo, senza alcun dubbio, che teneva alla giusta alimentazione, comprando dolci come il torrone solo per le festività, che curava la servitù comprando per loro scarpe nuove e tessuti per i loro vestiti. Sempre dal libro mastro, ma anche dalle lettere private, apprendiamo che lei teneva molto all’educazione sia delle figlie, per le quali si adoperò affinché rispettassero gli standard dell’alta borghesia mercantile europea, che dei figli, per i quali prese anche un maestro che insegnò loro a ballare secondo i dettami cavallereschi. Una grande lavoratrice, una donna volitiva e una madre amorevole, come tante ce ne sono oggi, che ha portato i suoi figli ad avere ruoli di prestigio nonostante i propri numerosi sacrifici.

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