Eleonora Mirabella, la siciliana artefice della fortuna della propria famiglia nonostante la legge

Il diritto italiano riconosce la donna come soggetto di diritto per la prima volta nel 1865. Prima di questa data era considerata poco più di un animale. La donna era un possesso. Doveva fare quello che le dicevano il padre e il fratello primogenito e poi il marito. Quest’ultimo era scelto dalla famiglia a volte senza neanche interpellarla. L’unica attività politica che era loro consentita era di aiutare la famiglia a scegliere i giusti partner per i figli, che comunque non erano suoi ma della famiglia del marito. Alcune donne, così, chiudevano i propri sentimenti in un cassetto e il matrimonio era vissuto come un dovere dal quale non potevano esimersi. Quando il contratto matrimoniale si estingueva perché moriva il marito, la donna ritornava alla casa paterna.

Se le condizioni fisiche lo permettevano , le vedove potevano essere “riciclate”: spese nuovamente sul mercato matrimoniale per aumentare il lustro della famiglia di nascita. Parente dello storico e architetto Vincenzo Mirabella, figlia di enfiteuti dei conti di Modica, Eleonora prese molto seriamente la “mission” familiare.  Già a vent’anni si sposò con il siracusano Giovanni Battista Platamone, con il quale ebbe tre figlie. Sette anni dopo, già vedova, si sposò con il governatore della contea di Modica Francesco Lago, con il quale in meno di tre anni ebbe altri due figli.

Alla “veneranda” età di ventisette anni, con due matrimoni alle spalle e cinque figli, Norella prese in mano tutto il patrimonio familiare e si presentò al terzo matrimonio con una dote dal valore di sedicimila onze siciliane, pari a tre milioni di euro. Una somma di pari valore fu offerta da Agata Lanza per il proprio matrimonio con Giuseppe Bracciforte, principe di Butera. Grazie a questa cospicua mole di beni, nel 1610 fu fondato il paese di Mirabella Imbaccari.

Alla nostra ereditiera il numero tre portò fortuna. Con il terzo marito Giuseppe

rel="tag" title="Articolo taggato con paternò">Paternò ebbe un matrimonio lungo e fecondo dal quale nacquero dodici figli. Tutti ottimamente piazzati tra la corte di Spagna, monasteri e matrimoni tattici con patriziati di Siracusa, Modica e Caltagirone. Il loro primogenito Giacinto si sposò con la figlia del reggente del Supremo Consiglio d’Italia. Trasferitosi in Spagna divenne paggio di corte prima, cavaliere d’Alcantara poi. Al ritorno in patria, ricoprirà cariche importantissime nell’oligarchia siciliana. Il figlio cadetto Diego compra all’ufficio di Secreto della corte di Catania un ufficio preposto all’amministrazione dei beni del regno e l’esazione dei tributi.

Negli anni la famiglia accrebbe il potere contrattuale, gli averi e la propria influenza in tutta la Sicilia sud-orientale. Nel 1623, alla morte di Giuseppe, questa famiglia era talmente ricca che il primogenito fu esonerato ad pagare ai fratelli la “vita et militia”: un vitalizio relativo ai frutti di un feudo, corrisposto da parte di chi aveva ricevuto in eredità il feudo agli altri fratelli e sorelle che sullo stesso feudo potevano avanzare delle pretese. Norella poteva già ritenersi soddisfatta, ma i frutti di un duro lavoro spesso non si vedono nel breve periodo e il futuro alle volte è più roseo della nostra immaginazione e solo grazie ai nipoti di Eleonora la famiglia di Raddusa toccò vette da lei inimmaginabili. Il nipote Vincenzo, sposando la cugina Eleonora Lago, aggiunse alproprio patrimonio altri importanti feudi e continuò a lavorare per il lustro della famigli, che nel Settecento ebbe un posto nel Senato del regno di Sicilia. Ancora oggi la famiglia Paternò può contare di membri di tutto rispetto come la nobildonna Silvia Paternò Bellardo Ferraris. Moglie dal 1987 di Amedeo di Savoia-Aosta, duca d’Aosta e pretendente al trono d’Italia, mancato di recente. Quando si dice “gioia da nonna!” Mirabella stemma sicilians


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