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Morire con dignità e liberi dal dolore

Morire con dignità non è facile. Ed è ancora più difficile quando il dolore del corpo e dell’anima è talmente straziante da far vedere la morte come la soluzione di tutto. Indietro anni luce rispetto ad altri paesi europei rispetto ai diritti dei malati, una linea di pensiero trasversale che probabilmente risale direttamente all’idea tutta cattolica che la sofferenza sia parte necessaria della vita, tiene l’Italia ancorata agli ultimi posti quanto a gestione del dolore. Da gennaio però a Messina c’è un’oasi di pace destinata ai malati terminali. L’Asp 5 ed il Dipartimento di Cure Primarie diretto da Gina Mollica Nardo hanno aperto un reparto Hospice con 10 posti presso l’ospedale Papardo destinato a chi ha poco tempo da vivere e non è in condizione di essere seguito a casa. 

Qui si accolgono i malati terminali (soprattutto tumori ma c’è stato anche qualche caso di SLA) che hanno bisogno di cure palliative. Nulla a che fare ovviamente con i reparti per lungodegenti o con la rianimazione. Qui i pazienti non si curano: li si segue passo dopo passo cercando di farli soffrire il meno possibile non solo nel corpo ma anche nell’anima, visto che tutti sono consapevoli che accedere all’Hospice significa essere in punto di morte. 

Accanto a loro Patrizia Giardina, direttore della struttura, ed un team di 8 infermieri e 6 operatori tecnici di assistenza che seguono i malati che non hanno nessuno vicino. Sì, perché qui è prevista la presenza di familiari e amici ed il reparto è aperto dalle 7 del mattino alle 22 di

sera perché tutti sono consapevoli di quanto sia prezioso ogni minuto che si può passare con i propri cari. 

Da gennaio l’Hospice ha accolto una quarantina di persone e per ben tre volte altrettante famiglie hanno sentito la necessità di ringraziare pubblicamente attraverso una lettera alla Gazzetta del Sud la dottoressa Giardina e tutto lo staff per l’assistenza data ai loro cari. Un’assistenza fatta di pazienza, di farmaci che alleviano il dolore, di pasti consumati a orari decenti e non con le cene alle 5 del pomeriggio e dove l’accanimento terapeutico non è previsto. C’è persino una cucina a parte dove si può accedere a qualunque ora, perché il principio è che l’Hospice deve diventare la casa di chi è venuto a morirvi.                                                                                                                

Tra i casi più dolorosi, quello di un paziente di 53 anni, che soffriva talmente tanto da essersi completamente dissociato. Perché a dispetto di quanti sostengono che la sofferenza avvicina a Dio, di dolore si può anche impazzire ed il minimo che una società civile possa fare è offrire spazi come l’Hospice del Papardo dove morire con dignità, da essere umano, senza perdere il rispetto di se stessi anche di fronte alla morte. 

Ma di recente il nosocomio ha attivato anche un Comitato Ospedale Senza Dolore, al quale si può accedere tramite il numero verde. Anche rispetto alle terapie del dolore l’Italia è in fondo alla classifica, visto che condivide con la Grecia uno dei gradini più bassi quanto a uso di oppiacei nelle terapie antalgiche. Grazie alla legge 38 del 2010 si è fatto un piccolo passo in avanti e adesso strutture come queste, che prevedono anche un ambulatorio, sono obbligatorie per legge.