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L’Italia rende giustizia a Placido Rizzotto

Il sindacalista Placido Rizzotto

Ai funerali di Placido Rizzotto c’erano proprio tutti. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, gli stati maggiori della Cgil, i vicepresidenti delle Camere Vannino Chiti e Rosy Bindi, i ministri Anna Cancellieri e Pierpaolo Di Paola, numerosi sindaci della provincia di Agrigento e l’evergreen Leoluca Orlando, primo cittadino di Palermo per la quarta volta, sperando che almeno questa sia quella buona. Presente ovviamente la famiglia del sindacalista ucciso dalla mafia nel 1948 in piena lotta agraria.

A officiare i funerali il presidente dell’associazione Libera don Luigi Ciotti e l’arcivescovo di Monreale Salvatore Di Cristina. Un esempio di rara competenza quest’ultimo. Non solo è riuscito a sbagliare per ben due volte il cognome storpiandolo in “Rizzutto” tra lo stupore generale ed i mormorii dei presenti, ma con acrobazie degne di un artista circense durante l’omelia è riuscito a non pronunciare mai la parola “mafia”. Dimenticando forse, tra un Padrenostro e un’Ave Maria fervidamente recitati, che è stata proprio la mafia ad uccidere Rizzotto, colpevole di difendere i diritti dei più deboli in una terra dove tutto diventa un favore da supplicare e da ottenere, quando ci si riesce, a caro prezzo. “È stata la mafia ad uccidere Placido Rizzotto -è sbottato il segretario del PSI Riccardo Nencini, anche lui presente ai funerali. Non dicendolo, lo uccideremo due volte. Rizzotto morì per la libertà e giustizia, spezzando un clima mafioso di omertà per difendere i più deboli. Restituiamogli l’onore e la dignità”.

E anche se i funerali di Stato erano doverosi per un eroe come Placido Rizzotto, fatta salva la figura di don Ciotti, che per le battaglie quotidiane che porta avanti da decenni più di chiunque altro aveva il diritto di concelebrare il funerale, viene da chiedersi come mai si sia deciso di affidare il ruolo di protagonista ad un arcivescovo che non risulta essersi particolarmente distinto nella lotta alla criminalità organizzata dell’Isola. Oltre ad essere il rappresentante di una Chiesa, quella siciliana, che ha sempre celebrato senza troppi scrupoli battesimi, matrimoni ed esequie di mafiosi e dei loro familiari, lasciando solo chi come don Pino Puglisi si rifiutava di somministrare i sacramenti a chi prima non si pentiva e si costituiva. Una Chiesa che troppe volte ha collaborato o si è dimostrata troppo morbida con delinquenti che giravano con crocifissi attaccati al collo e durante i

riti di affiliazione giuravano su santini vari.  

Forte l’intervento che presidente Napolitano, che ha dichiarato che “C’è sempre bisogno della presenza dello Stato. Non abbiamo mai pensato che la mafia fosse finita. Finirà, ma non è ancora finita”.

Placido Rizzotto, sindacalista della Cgil, fu assassinato il 10 marzo del 1948. E a distanza di 64 anni, il 9 marzo del 2012, è arrivata la conferma che i resti trovati nel settembre del 2009 in una foiba di Rocca Busambra appartengono proprio a lui, il segretario della Camera del Lavoro di Corleone assassinato dalla mafia locale perché difendeva i contadini che occupavano le terre incolte che i possidenti della zona si rifiutavano di lasciare libere.

Ma il ritrovamento del corpo di Rizzotto nella foiba di Rocca Busambra è importante anche per un altro motivo, perché conferma la validità delle indagini condotte nel 1949 da un giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non solo. Il ritrovamento del corpo di Rizzotto mette nero su bianco quello che si è tentato di negare per decenni: Placido Rizzotto fu assassinato da Luciano Liggio e dai suoi picciotti su mandato del capomafia Michele Navarra, perché organizzava i contadini nelle lotte per la terra. Nato nel 1914 a Corleone, Placido Rizzotto era il primo di sette figli. Dopo l’arresto del padre, ingiustamente accusato di far parte di una famiglia mafiosa, dovette lasciare la scuola e occuparsi dei fratelli, visto che la madre morì quando era bambino. Durante il secondo conflitto mondiale prestò servizio nell’esercito e dopo l’8 settembre partecipò alla lotta partigiana nelle Brigate Garibaldi.

Terminata la guerra tornò a Corleone e iniziò l’attività politica e sindacale. Fu presidente dei reduci e combattenti dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani, di Palermo e segretario della Camera del Lavoro di Corleone. La sera del 10 marzo 1948 fu rapito da alcuni mafiosi mentre si recava ad una riunione politica. La sua colpa? Difendere i diritti dei contadini che rivendicavano la terra. Il suo omicidio ebbe un testimone, il piccolo Giuseppe Letizia, un pastore adolescente, che riuscì a vedere in faccia gli assassini. Ma avere assistito alla morte di Rizzotto gli costò la vita, perché il mandante del delitto, il medico e boss mafioso Michele Navarra, lo uccise con un’iniezione letale. 

Dalla Chiesa riuscì ad arrestare Pasquale Criscione e Vincenzo Collura. In un primo momento i due ammisero di avere partecipato con il mafioso Luciano Liggio, latitante fino a metà degli anni Sessanta, al rapimento del sindacalista. Poi però ritrattarono e furono assolti per insufficienza di prove.