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La misteriosa “truvatura” di via Cardines

Via Cardines prima del terremoto del 1908Le leggende di tesori favolosi nascosti da magie e sortilegi a cui si può arrivare solo dopo avere superato prove difficoltose e impegnative sono diffuse in tutta la Sicilia. Anche Messina, ovviamente, non fa eccezione. La più famosa è quella di monte Scuderi, ma sono in pochi a sapere che prima del terremoto una delle tante storie riguardava una delle vie centrali della città via Cardines.

A parlarcene in questa puntata di “Grimoroum Messanae” è lo storico Nino Principato, che ne scrive anche nel sito “Messina ieri e oggi”, interamente dedicato alla città dello Stretto. “Poco prima del ponte della Giudecca -racconta Principato- sulla facciata di una casa contrassegnata col numero civico 150, era murata e protetta da una grata metallica un’antichissima lapide marmorea con un’iscrizione osca. Attorno a questa targa fiorì la curiosa leggenda, tramandata per secoli dal popolino, che chiunque fosse passato dinnanzi alla lapide con un berretto rosso in testa montando un cavallo in corsa e riuscendo a leggere l’indecifrabile iscrizione, avrebbe avuto il tesoro nascosto in quel sito. Il testo dell’epigrafe, il cui oscuro ermetismo favorì la diffusione di questa favolosa credenza, tradotto in latino diceva: anguste’ aedicula constituta, jure quidem manus, deductiunculam magni faciebas:

vere’ clamore quaercre id posset. meddix upsens, ille ipsam sustollit ita mamertinum templum, quod jure quidem est novum germen. Secondo lo storico Cajo Domenico Gallo, la lapide proveniva dal tempio di Marte ed “ella per quanto all’antichità si appartiene, dimostra essere del tempo, che i Mamertini abitavano in Messina, deducendosi ciò dal nome del Magistrato, e di colui, che l’amministrava, poiché “Meddix” come notò da Ennio il Gualteri, è nome osco de’ Magistrati di quella nazione”. La targa, che oggi si trova conservata nel Museo Regionale -continua Principato- spinse molti storici ad avanzare proposte diverse di interpretazione. Secondo Teodoro Mommsen, che l’aveva tradotta, proveniva da un tempio pagano ad Apollo che era stato eretto dai Mamertini (sorgeva sul sito dell’attuale Università degli Studi) con due ingressi recanti la medesima iscrizione.

Lo storico Nino Principato

Gaetano La Corte Cailler riferì invece che un vecchio murifabbro gli raccontò che da giovane era sceso in un pozzo, “in una delle case terrane” dove si trovava la lapide, e a metà discesa vide una grande galleria la cui volta era sostenuta da un possente pilastro. Non poté esplorarla a causa della fitta oscurità. Fra le interpretazioni più strampalate, la più fantasiosa è senz’altro quella per cui l’iscrizione non sarebbe altro che la ricetta di un gustoso e prelibato dolce mamertino”.