Arco di Cristo Re, indifferenza e barbarie: lo scempio dei lavori delle vestigia cinquecentesche
“Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”. “Quello che non hanno fatti i barbari, lo hanno fatto i Barberini”, dicono ancora oggi a Roma, riferendosi agli scempi messi in atto nel XVII secolo dalla potentissima famiglia. E anche a Messina, mutatis mutandis, gli scempi non mancano. L’ultimo in ordine di arrivo, dopo gli orridi palazzoni dalla fine degli anni Sessanta in poi, la distruzione del Collegio dei Gesuiti di piazza Cairoli, l’asfalto sul basolato lavico a piazza Duomo, i parcheggi inutili e molto altro ancora, è il recupero conservativo dell’arco di Cristo Re, inserito all’interno di quanto resta delle mura spagnole cinquecentesche, che la Città Metropolitana, sindaco Federico Basile, ha fatto finanziare con il PNRR. Stando a quanto si vede nelle foto che pubblichiamo, le pietre secolari sono state ricoperte prima con un materiale che sembrerebbe malta, poi con una rete (forse quella elettrosaldata) e poi di nuovo con altra malta bianca.
Il timore è che qualcuno, non è ancora chiaro chi, abbia deciso di rivestire l’intero arco con questo materiale bianco, snaturandolo irrimediabilmente. L’alternativa? Stando a esperti e addetti ai lavori, l’inserimento di nuove listature e, laddove necessario, con perni, così da lasciare la pietra a vista. Invece no: il destino di quest’arco potrebbe essere quello di una barbara imbiancatura e addio recupero eseguito secondo criteri realmente conservativi. Il tutto, a quanto pare, nell’indifferenza della Soprintendenza ai Beni Culturali che ha approvato il progetto e, ironia della sorte, ha sede proprio nei dintorni.
Ma non è tutto. Visto che i lavori sono stati finanziati dal PNRR, stando a quanto si legge nel sito www.conferenzastatocitta.gov.it, “il termine ultimo per l’ultimazione degli interventi e per il completamento delle attività da parte dei soggetti attuatori è fissato al 30 giugno 2026. Tale scadenza è funzionale al rispetto del termine del 31 agosto 2026, indicato dalla Commissione europea nella Comunicazione “NextGenerationEU – The road to 2026”, entro il quale deve essere completata tutta la documentazione necessaria alla rendicontazione”.
Il passaggio è chiarissimo, così come il fatto che mai sarà possibile ultimare i lavori entro il termine indicato. La conseguenza? Come è ben spiegato nel sito di ANCI Lombardia, “l’Unione Europea non riconosce la spesa e l’ente pubblico (o soggetto attuatore) deve coprire interamente i costi dell’opera con fondi propri“.
Sempre nel web si legge che “le ditte appaltatrici subiscono penali maggiorate (fino al 20% del valore dell’appalto) e incorrono in un contenzioso legale con l’amministrazione per il danno erariale provocato”, mentre “i dirigenti e i responsabili del procedimento (RUP) rischiano sanzioni amministrative e denunce alla Corte dei Conti per negligente gestione delle risorse”.
Insomma, a quanto pare si potrebbero prospettare guai a cascata per tutti i soggetti indicati nel cartello di cantiere. Per la Città Metropolitana, per la ditta che si è aggiudicata l’appalto, la bolognese Integra Consorzio e per il RUP, l’architetto Concettina Spagnolo.
Quindi, allo scempio della copertura bianca, si aggiungono i problemi derivanti dai clamorosi ritardi accumulati e, non meno importanti, i disagi per i residenti, che devono fare i conti con un cantiere infinito.
Come di consueto, i lavori sono stati consegnati dal sindaco Basile e dall’allora direttore generale di Palazzo Zanca Salvo Puccio con squilli di tromba e fanfare il 28 agosto 2025. Termine ultimo dei lavori, per i quali era stata prevista una spesa di 322.000 euro e una durata di 210 giorni, 26 marzo 2026. Data ampiamente superata, con conseguenze inevitabili rispetto ai fondi, che a questo punto dovranno essere sborsati direttamente dalla Città Metropolitana, quindi dalle casse pubbliche, e per la bellezza di una delle poche vestigia preterremoto rimaste in città. Insomma, proprio come a Roma, “quod non fecerunt terrae motus, fecerunt basideluchiani”.

