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Fiera, D’Amore racconta la sua verità: “oggi parlo fuori dai denti”

Fabio D'Amore

La delibera di scioglimento dell’Ente Fiera “non deve meravigliare nessuno”, dai politici agli stessi dipendenti.

Così esordisce Fabio D’Amore nel corso della conferenza stampa di questa mattina, durante la quale l’ormai ex commissario straordinario ha inteso raccontare, finalmente libero dal ruolo istituzionale,la sua verità sullo stato di uno degli enti più discussi di Messina.

La messa in liquidazione, ha spiegato infatti D’Amore, è “un percorso obbligato per non mettere sulla strada 13 dipendenti”. Uno stratagemma burocratico che dovrebbe garantire il transito dei lavoratori alla Resais, un “contenitore” finanziato dalla Regione Sicilia, così come avvenuto per la Fiera di palermo, per evitare la cassa integrazione.

Delibera di scioglimento accanto alla quale, però, avrebbe dovuto essere affiancato il reperimento di 520.000 euro lordi per coprire il costo dei dipendenti da finanziare alla Resais e stanziare le somme per un concordato sui debiti esistenti. Copertura finanziaria ad oggi ancora inesistente.

Un gioco di scatole cinesi che avrebbe dovuto salvaguardare posti di lavoro, che ha scatenato faide anche tra i dipedenti stessi. Ma la rabbia di D’Amore trabocca quando fa riferimento al suo operato di commissario ed alle scelte effettuate. “Con me in Fiera a manciugghia finiu”, dichiara senza mezzi termini.

“Nel corso del mio mandato da commissario regionale ho puntualmente segnalato ogni abuso. Non sono notizie nuove, sono tutte nella mani degli organi preposti -ha denunciato D’Amore, facendo espresso riferimento a vicende quali “l’affare delle palme”. Una proposta di acquisto per 18 palme fatta all’ex commissario per un totale di 22 mila euro, quando verosimilmente il costo di piante del genere si attesta

sui 2 mila euro. Oppure la causa persa con un dipendente, costata all’ente 380 mila euro di retribuzioni arretrate e circa 120 mila euro per contributi previdenziali n0n versati. “Lavoratore che -precisa D’Amore- aveva lavorato soltanto 15 giorni e che per un errore amministrativo o legale, è stato infine assunto con quasi 500 mila euro di aggravio sulle finanze dell’ente. Ma le vergogne non finiscono qui. L’Ente Fiera è stato condannato a pagare altri 100 mila euro per una causa persa con un altro dipendente. La beffa però -prosegue D’Amore- è stato scoprire che il nuovo difensore dell’ente da me incaricato ha fatto presente che il vecchio avvocato aveva stranamente il suo studio nella stessa sede legale dell’avvocato di controparte. Certamente una strana coincidenza”.

L’ex commissario regionale ha infine confermato di non percepire alcun emolumento dall’agosto 2011, anche e soprattutto per la ferma volontà di presentare i bilanci reali dell’ente, in rapporto ai quali è commisurata la sua retribuzione, in ragione di due terzi del totale.

Uno stipendio di 500 euro al mese, in sostanza, più un gettone di presenza per D’Amore, che ha inteso ugualmente portare a compimento il suo incarico iniuziando un percorso di riqualificazione del personale dell’ente, mai completato.

D’Amore ha concluso il proprio intervento ribandendo che la sua esperienza come commissario è definitivamente conclusa, sebbene resti a disposizione del neo governatore Crocetta per fornire tutte le informazioni utili per tentare un’operazione di salvataggio in extremis dell’Ente Fiera.

“E’ veramente finita per la Fiera di Messina -domanda D’Amore- o piuttosto grazie alla mia resistenza nel non voler cedere alla liquidazione tout court e soprattutto con il cambio in atto della vecchia classe politica che mi ha osteggiato, non sarà invece possibile scrivere un nuovo capitolo diverso della gloriosa storia fieristica in citta?”. La risposta nei prossimi mesi.