But you don’t really care for music, do ya?

Giulia Arcovito

Il Big Ben è su Twitter. Ogni ora i rintocchi di campana della Clock Tower si propagano non più soltanto sopra il grigio cielo di Londra, ma attraversano l’etere grazie a un profilo Twitter (non ufficiale) che scrive -testualmente – BONG ogni giorno all’una, BONG BONG alle due, BONG BONG BONG alle tre e così via.

Lo trovo quantomeno affascinante e non sono l’unica, a giudicare dai ben 441 mila follower.

Stessa cosa (anche se con molti meno follower, appena 610) per il cannone del Gianicolo, che dal 1904 ogni giorno alle dodici in punto spara un colpo a salve sulle teste dei romani: BUM! – questa è l’onomatopea usata con la stessa puntualità dai mattacchioni che gestiscono l’account.

A questo punto, dico io, manca solo il Duomo di Messina. Che ogni giorno, proprio mentre nella Capitale tutto si consuma in una misera cannonata, dà vita a dieci minuti buoni di spettacolo, decisamente suggestivo.

Il problema però è che non bastano i 140 caratteri di Twitter a raccontare, nell’ordine, il ruggito del leone, il canto del gallo, la scena dell’angelo seguito da San Paolo che porge omaggio alla Madonna e riceve in cambio una lettera di benedizione per la città e i suoi abitanti (è la leggenda della Madonna della Lettera, patrona di Messina).

E la Sacra Colomba che vola in tondo sulla collina dove piano piano emerge la chiesa di Montalto (che ci racconta di come nel 1295 fu scelto proprio quel punto per costruirla come ringraziamento per la vittoria contro Carlo d’Angiò nella

guerra del Vespro) e le statue del bambino, del giovane, del guerriero e del vecchio che si alternano al cospetto della Morte armata di falce a ricordarci le quattro fasi della vita (infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia, neanche a dirlo).

E poi Dina e Clarenza, che suonano le campane proprio come quando, sempre durante la guerra del Vespro, avvisarono la città dell’arrivo delle truppe nemiche, e le scene bibliche che cambiano a seconda del periodo dell’anno.

Il tutto maestosamente accompagnato dalle note dell’Ave Maria di Schubert. E qui, dal momento che si parla di musica, mi permetto di avanzare una proposta: e se (con tutto il rispetto per Schubert) si svecchiasse un po’ la colonna sonora?

In un primo momento avevo pensato a Imagine di Jon Lennon, un intramontabile messaggio di pace, ma poi mi sono ricordata del verso “and no religion too” che forse, come dire, sarebbe un po’ troppo audace visto il contesto.

Poi mi sono divertita immaginando la piazza che si lancia in evoluzioni da rock’n roll acrobatico sotto il campanile sulle note di Rock around the clock – il titolo sarebbe quantomai azzeccato. Ma i messinesi forse sono ancora un po’ troppo inibiti, non funzionerebbe.

Alla fine, la mia scelta ricade su questo pezzo, un classico che non stanca mai, perfetta mescolanza di divino e terreno, e che spero sopravviva nel tempo almeno quanto le composizioni di Schubert.

L’ha scritto Leonard Cohen, nel 1984, ma dieci anni dopo è stato Jeff Buckley a renderla ancora più bello, quasi perfetto. Anzi, senza quasi. Il mezzogiorno messinese, a me, piace immaginarlo così.

 

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