Teatro Vittorio Emanuele, “Ciò che vide il maggiordomo” delude nonostante la bravura degli attori

★ Aggiungici alle Fonti preferite di Google

MESSINA. Ottimi gli attori in scena, deludente la regia. Potrebbe esCio che vide il maggiordomo 1 sicilianssere questa la sintesi di “Ciò che vide il maggiordomo”, in scena fino a domenica pomeriggio al Teatro Vittorio Emanuele. Un testo di Joe Orton scritto tra il 1967 e il 1968 e  rappresentato nel 1969, quando l’autore era già morto, che rispecchia perfettamente la drammaturgia inglese della fine degli anni Sessanta: battute affilatissime, una girandola di equivoci e sullo sfondo problemi complessi come le cure psichiatriche, una cultura borghese che cambiava suo malgrado, l’ipocrisia dominante che resisteva e l’omosessualità, parzialmente depenalizzata solo in quegli anni.

Il titolo fa riferimento all’onnipresente voyerismo della cultura popolare inglese e ai “peep show” dell’era edoardiana, quando erano molto diffuse delle macchinette erotiche chiamate, appunto, “What the Butler Saw”, perché attraverso piccole lenti piccole il pubblico poteva guardare immagini hot che ritraevano un maggiordomo mentre spiava i padroni di casa

La vicenda si svolge interamente nello studio del dottor Prentice (Gianpiero Ingrassia), direttore di una clinica psichiatrica. Durante un colloquio di lavoro, Prentice tenta di sedurre la giovane aspirante segretaria Geraldine (Giulia De Angelis) e la convince a spogliarsi, nascondendola poi dietro un provvidenziale paravento quando all’improvviso arriva la moglie (Claudia Campagnola), perennemente insoddisfatta sessualmente e pronta a non andare troppo per il sottile, anche quando qualcuno cerca di violentarla. A complicare ulteriormente le cose, l’arrivo di un ottuso ispettore governativo (Paolo Triestino) ossessionato dalla gestione del potere, del fattorino che la notte precedente ha tentato di violentare la moglie di Prentice (Michele Carvello) e di un poliziotto non troppo sveglio (Davide Sbrogiò) alimentano un meccanismo di ordinaria follia che cesserà di essere tale solo quando Prentice smetterà di mentire nel vano tentativo di salvare la propria reputazione. 

Bravi, davvero bravi tutti gli interpreti, con una menzione speciale per Paolo Triestino, costretto a recitare seduto a causa di problemi di salute. Bocciata la regia di Giovanni Anfuso, che tradisce lo spirito del testo, impregnato di humor inglese come solo gli inglesi sanno fare, trasformando tutto in una farsa che a tratti ha ricordato le filodrammatiche parrocchiali e che a quel punto risulta troppo lunga, con una recitazione sopra le righe tutta corsette da un punto all’altro del palco e battute affannate, che dalla tranquilla campagna inglese ti trasporta in un nanosecondo al bosco della Favorita. Un’occasione persa, peccato.

mm

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.