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Pellegrina Vitello, una strega messinese

Quando si parla di Inquisizione, ci si riferisce a quella serie di istituzioni ecclesiastiche, tribunali, costituiti per punire mediante pene esemplari eretici, bestemmiatori, sobillatori ed ogni trasgressore dell’ortodossia cattolica. Sebbene istituita già nel periodo medievale, l’Inquisizione riprende vigore nel XVI secolo con la dominazione spagnola, in particolare nei Vice Regni di Sicilia e Sardegna.

Qui l’Inquisizione spagnola agisce con singolare autonomia dalla sede di Roma. Nel 1487 infatti, Ferdinando il Cattolico invia in Sicilia il suo primo inquisitore delegato e da lì in avanti il Tribunale dell’Inquisizione siciliana rappresenta una diretta emanazione di quella spagnola, penetrando in modo invasivo le vite ed i destini degli isolani. Pene severissime, atroci torture e spesso la morte era ciò che aspettava chi finiva sotto le grinfie dell’austero tribunale, sfuggendo al giudizio, e dunque anche ad una possibile indulgenza, della giurisdizione ordinaria.

Ciò che rievoca nella nostra mente la parola Inquisizione è, in particolar modo, tutta quella vasta casistica inerente i processi alle streghe. I fatti relativi ai molto spesso sommari giudizi che portavano all’esecuzione di donne accusate di stregoneria sono ben noti, ma forse è significativo ripercorrere la storia, ed il relativo processo, di una strega locale, Pellegrina Vitello, per capire meglio quali accuse e quali pene promanassero da questi organi giudicanti.

Il processo a Pellegrina Vitello si svolse intorno al 1550 al cospetto di monsignor Bartolomeo Sebastian, vescovo di Patti. E’ da lui che è condotta questa napoletana residente a Messina, moglie di un fedifrago setaiolo. Abbandonata presto per un’altra donna, infatti, la Vitello cerca di sbarcare il lunario come può, spesso millantando poteri divinatori e magici e, con l’aiuto di qualche complice, ordisce banali truffe a sfondo esoterico come divinazioni, malie e amuleti.

Tuttavia, alcune anziane donne denunciano Pellegrina Vitello per “magarìa”. Le donne riferiscono che la “strega” in diverse occasioni ha preparato fatture ed invocato i demoni, che era capace di cadere in trance nel guardare una caraffa piena d’acqua e di preparare sortilegi e magie varie.

Le testimonianze contro Pellegrina, nel corso dei suoi 14 giorni di prigionia, si raccolgono numerose, salendo fino ad undici contro le sei necessarie per la formulazione di un giudizio di condanna. Stremata dalla detenzione e dalla tortura (per più di trenta minuti la donna è condannata alla tortura della corda -da una robusta trave da cui pendeva una corda la vittima era lasciata cadere con i polsi legati dietro la schiena, con il risultato che le sue braccia e le spalle si slogavano, oppure i polsi e le caviglie della vittima erano legati con due corde alle ruote che si trovavano all’estremità di un tavolo: le ruote erano girate contemporaneamente e tiravano il corpo in direzioni opposte ed in questo modo tutte le giunture si distaccavano) anche la stessa Pellegrina confessa le sue “magarìe”, ma parzialmente, rimettendosi alla misericordia del Tribunale.

Il 12 maggio 1555 Pellegrina Vitello, nonostante una non piena ammissione, è condannata al rogo nel solenne “autodafé” pronunciato nella piazza della Cattedrale di Messina, insieme ad un luterano e ad altre undici persone tra streghe, bigami e bestemmiatori. Successivamente la condanna è commutata e la “strega” Pellegrina Vitello è costretta ad andare in processione con un cero in mano ed una mitria in testa per le strade di Messina, fustigata senza pietà lungo il percorso.

Chi volesse leggere tutti i documenti del processo contro Pellegrina Vitello, potrà trovarli all’interno del volume di Carlo Alberto Garufi Fatti e personaggi dell’Inquisizione in Sicilia, Palermo, Sellerio, 1978, che li ha reperiti nell’Archivio della città di Simancas, in Spagna.