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#Musica. Omaggio a Lou Reed, poeta di New York

Lou ReedNel 2013 è morto Lou Reed, uno dei più grandi artisti della musica rock. Inaugurò la sua vita artistica negli anni ’60 con i leggendari Velvet Underground, band scoperta e supportata dall’artista pop Andy Warhol che gettò le basi per una riformulazione estetica e sociale della musica rock, per poi proseguire con una carriera solista eclettica e intensa, mai banale. Il suo obiettivo, fin dagli esordi, fu quello di “elevare il rock’n’roll, di portarlo a un livello a cui non era ancora arrivato” come egli stesso ebbe modo di dire. Grande amante della letteratura, conferì alla sua musica, in netto contrasto con i gusti del tempo, un’aura decadente, minimale, pervasa da un lirismo tagliente, da una poesia in grado di colpire le corde più nascoste dell’anima. È stato il cantore dei reconditi e oscuri paesaggi della mente umana, della perversione, dell’omicidio, della droga, dei diversi, degli ultimi. Nei suoi versi hanno trovato posto verità scomode, i criminali di strada di una New York famelica e dantesca, i reietti, i travestiti, le prostitute.

A tessere le lodi di questo artista contraddittorio ci ha pensato lo spettacolo Songs For Lou, in cartellone al Teatro Piccolo Re di Roma a Roma, messo in scena da Alessandro Fea, musicista e regista teatrale, e Daniele Federici, responsabile del sito italiano ufficiale sul musicista. Appena entrati nel piccolo teatro di appena 50 posti, è stato quasi come respirare un’aria di religiosa intimità, una solennità che al propagarsi delle prime note delle canzoni di Reed è discesa nel buio della sala. Lo spettacolo si è contraddistinto per la sua capacità di presentare l’arte del cantante e la sua vita dietro i riflettori attraverso un percorso multimediale. La chitarra di Alessandro Fea infatti ha riproposto con capacità le canzoni divenute leggenda tra cui “Sunday Morning”, “Heroin”, “Dirty Boulevard”, “Pale Blue Eyes”, e non

ha smesso di suonare nemmeno quando la calda voce di Daniele Federici, tra una canzone e l’altra, ha teatralmente declamato degli scritti, il tutto con alle loro spalle un flusso di immagini proiettate che scorrevano ad un ritmo incessante e rapsodico e che ricordava l’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol, evento con il quale i Velvet Underground si presentarono al pubblico. Tra gli scritti letti, considerazioni sulla musica e poesie di Lou Reed, discorsi di Warhol in merito ai suoi lavori nella Factory, dediche fatte da amici dell’artista in seguito alla sua morte. E verso la fine dello spettacolo, protagonista è stata la struggente lettera della moglie Laurie Anderson, scritta per raccontare i loro ultimi momenti insieme, il loro amore, chi fosse davvero Lou Reed: “abbiamo protetto e amato l’altro. Andavamo spesso a vedere arte, musica, spettacoli, teatro e ho osservato come amava e apprezzava altri artisti e musicisti. Era sempre così generoso. Sapeva come fosse difficile l’ambiente […] Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo. La vita – così bella, dolorosa e spettacolare – non può dare qualcosa più di questo. E la morte? Penso che lo scopo della morte sia la realizzazione dell’amore”.

Lou Reed molto spesso è stato etichettato come “poeta maledetto” o “angelo del male”. Etichette che però non hanno mai tenuto conto della grande versatilità di un artista nelle cui opere sono riscontrabili anche un grande attaccamento alla vita, una profonda ricerca della felicità, una grande sensibilità nei confronti di sentimenti quali l’amicizia, la nostalgia, l’amore. E l’amore è proprio il grande protagonista della musica di Reed, quell’amore incondizionato verso il rock’n’roll, che con la sua potenza può rompere ogni ostacolo, ogni pregiudizio. Quell’amore incondizionato verso la vita, anche se irta di problemi, talvolta senza senso. Lou Reed ha saputo accendere la poesia facendola ardere al ritmo di corde vibranti e ha reso il rock non solo una tendenza giovanile, ma qualcosa di potente, di rivelatorio. Lou Reed è stato il poeta di New York.

Alessio Morello

Nato in Sicilia, adesso studente di cinema al DAMS di Roma. Divide le sue giornate fra introversione ed estroversione, vecchi film perduti, nuovi film sperduti, musica e lettura, il tutto rigorosamente mentre strimpella note discordanti alla chitarra. Si crede un esistenzialista con svariati dubbi universali in testa, che talvolta finisce per annegare nella baldoria di qualche pinta di troppo. Un pessimista pessimo. Vorrebbe differenziarsi e sfuggire dalla massa, ma forse è la massa che fugge da lui. Ponderato e istintivo al contempo, quando chiude gli occhi sogna fotogrammi in bianco e nero con un sottofondo rock 'n' roll.