Bisogna stare attenti alle parole

Giulia Arcovito

Questa settimana mi sono imbattuta in un articolo sull’ intervento di Luca Sofri al Festival Internazionale del Giornalismo (la cui ottava edizione si è tenuta a Perugia nei giorni scorsi).

L’intervento si intitola “31 domande sul giornalismo” e tra queste 31 la mia attenzione si è istintivamente concentrata sulla numero 14: Le parole si scelgono o sono già scelte?

La riflessione di Sofri si sofferma sull’uso, diffusissimo nel giornalismo italiano, di espressioni preconfezionate, di un linguaggio inutilmente tecnico e poco quotidiano, artificioso, che non dà conto della vera essenza delle cose ma piuttosto le appiattisce, le fa sparire dietro quella facciata di presunta (e vuota) rispettabilità tanto cara al popolo del “Lei non sa chi sono io”.

Sofri sostiene che “Chi scrive per espressioni prefabbricate racconta realtà prefabbricate, non sa descrivere la diversità di ogni evento.”

Italo Calvino l’ha definita antilingua, quella, appunto, dei giornali, ma anche di certi assurdi verbali della polizia, per intenderci. La preferita di giuristi, consiglieri d’amministrazione, politici e burocrati.

E al riguardo ha lucidamente sentenziato che “chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di

me stesso.

Questa presa di distanza si ripercuote sui lettori, che si sentono a loro volta lontani da quello che si racconta, fanno fatica ad approcciarlo e il più delle volte lasciano perdere.

Io che mi sono sempre riconosciuta nel Michele Apicella interpretato da Moretti in Palombella Rossa, che davanti all’uso superficiale del linguaggio da parte di un’intervistatrice è colto da fitte intercostali e finisce per prenderla a schiaffi al grido di “Le parole sono importanti”, non posso che essere d’accordo con questo filone di pensiero.

Le parole sono importanti perché dietro hanno un mondo, e al tempo stesso sono il principale strumento che abbiamo per raccontarlo, quel mondo, in tutte le sue sfaccettature e con tutti i suoi dettagli.

Sono la conquista evolutiva che ci distingue dalle altre specie e che ci permette di condividere idee, pensieri e conoscenza e quindi di crescere sia come singoli che come collettività. Per questo non bisogna mai usarle a casaccio, e per questo chiamare le cose col loro nome, dire le cose come stanno cercando di renderle accessibili a tutti è ancora oggi (soprattutto oggi) un gesto potente, fortemente democratico, che andrebbe praticato sempre, a tutti i livelli.

Come spunto di riflessione trovo perfetto questo pezzo di Tricarico del 2001, La pesca. Lo considero un piccolo trattato di semiotica, solo meno noioso e più poetico, e per questo più efficace, più semplice da capire e da ricordare. Per l’appunto.

 

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