Barcellona PG, il giudice dà l’ok, ma nessuno accompagna il detenuto ai funerali del papà: la denuncia dei legali

Il carcere di Barcellona Pozzo di Gotto

MESSINA. Non ha potuto salutare per l’ultima volta suo papà, come sarebbe normale che fosse in casi così delicati, nonostante il giudice gli avesse accordato il permesso: ha dell’assurdo quanto capitato a un detenuto nella casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto. All’uomo è morto il suo papà a cui era molto legato e, dunque, i suoi legali, Dorella Aliquò e Antonio Centorrino, avevano  chiesto e ottenuto dal magistrato di sorveglianza il provvedimento di autorizzazione ad assistere ai funerali e/o alla tumulazione del caro estinto, ma ciò non è avvenuto, così come denunciano alla nostra redazione i legali.
“Nelle giornata di ieri – dichiarano i due avvocati – veniva a mancare il padre del nostro assistito, dopo breve ed improvvisa malattia, che non permetteva allo stesso imputato di averne notizia, se non al momento della dipartita del congiunto. Appreso il triste evento, il detenuto ci chiedeva di poter partecipare alle esequie funebri che si sarebbero tenute in data odierna nel comune di Castroreale, per poter porgere l’ultimo

saluto al compianto padre. Ritenuta la richiesta senz’altro legittima giuridicamente ed umanamente, abbiamo depositato l’istanza autorizzativa presso la cancelleria del Giudice competente. Alla nostra istanza il Pubblico Ministero esprimeva parere favorevole, il Giudice designato ne autorizzava la traduzione, ma la Direzione Penitenziaria tuttavia non disponeva la traduzione dell’imputato. Di ciò se ne apprendeva la notizia solo per “fatti concludenti” poiché vana e dolorosa è stata l’attesa dei familiari che chiedevano al sacerdote officiante le funzioni religiose di tardarne l’inizio sperando il sopraggiungere – mai avvenuto – del figlio detenuto “autorizzato”! Giova precisare che le esequie funebri si sarebbero tenute presso il cimitero (in luogo all’aperto) e nel ristretto numero dei familiari, tanto per sgombrare il campo da eventuali esigenze epidemiologiche che ben sarebbero state garantite. Non possiamo non dolerci dinanzi a siffatti episodi che meritano stigmatizzazione sociale. La pena e la detenzione non possono tradursi in afflizione, e non può accettarsi che un “contrattempo organizzativo” privi un figlio (perché come tale va trattato e non come detenuto) della possibilità di salutare per l’ultima volta il proprio genitore”.
La redazione ha provato a contattare la direzione del carcere, ma senza ricevere alcuna risposta. Naturalmente siamo a disposizione per eventuali repliche da parte della Direzione.

Carmelo Amato

Il giornalismo è la sua ragione di vita. Indistruttibile, infaticabile, instancabile, riesce a essere sul posto “prima ancora che il fatto succeda”. Dalla cronaca nera allo sport nulla gli sfugge. È l’incubo degli amministratori comunali, che se lo sognano anche di notte e temono i suoi video e i suoi articoli nei quali denuncia disservizi e inefficienze e dà voce alle esigenze dei suoi concittadini.

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