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Tindara Druenti, la fatica di essere se stessi

Tindara Druenti

Tindara Druenti, classe 1992, è felice ed emozionata quando riceve dalle mani del presidente provinciale di Arcigay, Rosario Duca, l’attestato che premia il suo impegno nell’associazione LGBT a sostegno dei più giovani.

Tindara ha ricevuto dal Circolo Arcigay di Messina Makwan questo riconoscimento in occasione della Giornata della Donna 2013, insieme a numerose altre donne impegnate a vario titolo nell’associazionismo, nella cultura, nella politica e nel sindacato.

Non si imbarazza quando, per il suo fisico robusto, a volte la prendono per un ragazzo, ma il suo parlare schietto e i suoi modi diretti non debbono trarre in inganno. “Oggi posso dire di essere lesbica con una certa serenità” -sottolinea a Messina.sicilians.it nel corso di una chiacchierata durante la quale proviamo a conoscerla meglio- ma ci sono voluti anni di lotte e molta fatica per arrivarci”.

Chi è Tindara? “Una persona come tante. Ho ventun’anni, ho studiato a Letojanni all’Istituto Professionale per il Turismo ed ora continuo a vivere là, lavorando in un piccolo agriturismo. Sono donatrice di sangue e nell’Arcigay mi occupo di consulting sui social network e per telefono. Aiuto i ragazzi e le ragazze più giovani a fare i conti con la scoperta della condizione omosessuale, ad accettarsi e a farsi accettare dalla società. Sono attiva anche nelle campagne che l’associazione periodicamente svolge per informare sulle malattie sessualmente trasmissibili e sulla loro prevenzione”.

Lei dichiara di essere serenamente lesbica. E’ stato sempre così? “Ma neanche per idea. Mia mamma non voleva nemmeno crederci. Sei confusa -diceva- sei piccola per queste cose. Crescendo capirai. Papà invece si è sforzato di comprendere quello che provavo. Il fatto è che i miei l’hanno saputo nel modo peggiore. Quando avevo 14 anni il preside della scuola che frequentavo allora li informò sostenendo che ero un pericolo per la società. Mi hanno mandata dalla psicologa e poi persino al SERT, anche se io non ho mai fatto uso di sostanze o di alcool”.

E come è andata? “E’ andata che a 17 anni sono finita in una casa-famiglia a Giarre. Da quelle parti e poi a Catania ho conosciuto Arcigay grazie ad internet e alle mie amiche e ai miei amici più grandi. L’associazione mi ha aiutato non poco a resistere alle pressioni dell’ambiente e della famiglia. Volevano curarmi e addirittura sottopormi ad un esorcismo. Comunque, negli ultimi due anni ho raggiunto una condizione di maggiore stabilità ed equilibrio. Lo devo a chi ha saputo starmi vicino. A Saro, a Barbara (il presidente e un’attivista di Arcigay Makwan, ndr) e all’impegno associativo”.

E adesso con i suoi genitori come va? “Io ho sempre cercato il dialogo con la mia famiglia con anche se la parola omosessuale a casa non si può ancora pronunciare. I miei sono cattolici e abbastanza tradizionalisti. Comunque ho provato con pazienza a dialogare con loro, anche attraverso mio fratello più grande e dopo due anni, se non a farmi accettare pienamente, sono almeno riuscita a costruire le basi per una convivenza abbastanza tranquilla. Anche in paese, mantenendo una certa riservatezza nei miei comportamenti, ho trovato piccoli punti d’incontro con tutti”.

Quindi quello della maggiore accettazione dell’omosessualità femminile rispetto a quella maschile è un mito da sfatare. “Bisogna tenere conto che ho scelto di vivere in provincia. Specialmente nei piccoli paesi la situazione non è poi così evoluta come potrebbe sembrare. C’è ancora vivo un forte pregiudizio verso gay e lesbiche, soprattutto nell’Italia del Sud . Una mia ex che vive in un paesino in provincia di Caserta aveva paura ad uscire con me in paese perché i suoi genitori non erano a conoscenza della nostra relazione. Lei ha messo l’amore per i genitori al di sopra della propria felicità”.

La sua esperienza di vita è d’aiuto nel lavoro con Arcigay? “La mia vita è stata simile a un capo minato, fino a un certo punto. Quando andavo ancora a scuola, d’estate facevo l’apprendista parrucchiera. Ovviamente ero in nero e quando mi hanno licenziata dopo avere scoperto che ero lesbica non ho potuto nemmeno difendermi. Ora consiglio alle ragazze e ai ragazzi che incontro di cercare sempre il dialogo con la famiglia, di non avere fretta. Per non rischiare di ritrovarsi da soli in momenti delicati. Ne vedo tanti invece che per solitudine e e disperazione finiscono con l’abusare di alcool e sostanze varie. Vorrei aiutarli a non commettere gli errori che ho commesso io durante l’adolescenza. Per questo mi piacerebbe organizzare , all’interno dell’associazione corsi di formazione al sostegno psicologico e all’auto aiuto”.

Come si vede Tindara fra dieci anni? “Sempre a Letojanni, perché amo la campagna, la vita semplice, le relazioni stabili. C’è ancora molta omofobia in provincia. Me ne accorgo persino in ospedale quando vado a donare il sangue: a Taormina mi hanno fatto problemi, mentre al Policlinico di Messina no. E pensare che negli anni ’80 Taormina era una piccola capitale del turismo LGBT. C’erano i primi locali gay… ora siamo tornati indietro e c’è molto lavoro da fare, ma io di quello che pensa e dice la gente me ne infischio”.