#Messina. La carica dei 101 per impedire la chiusura del Piemonte

Ospedale-PiemonteIn 101 tra medici e paramedici per ribadire il no alla chiusura dell’ospedale Piemonte. Hanno scritto al ministro della Sanità Beatrice Lorenzin e al prefetto di Messina Stefano Trotta per spiegare perché è indispensabile che il nosocomio di viale Europa non chiuda.

“Abbiamo deciso di rivolgerci direttamente al ministro Lorenzin -spiegano- visti gli inutili appelli ripetuti nel tempo da parte forze di sociali e comitati all’assessore regionale alla Salute Lucia Borsellino, tutti caduti nel vuoto.

Riteniamo che la scelta scellerata della chiusura dell’ospedale Piemonte costituisca un pericolo per la sicurezza della vasta utenza del bacino di riferimento.

Dolorosi fatti di cronaca testimoniano come l’inefficienza delle strutture possa avere conseguenze irrimediabili per la salute della cittadinanza. Per questo, chiediamo al ministro Lorenzin di intervenire presso la Regione Siciliana affinché si riconosca l’essenzialità del nosocomio, strategico per l’emergenza-urgenza sia nella quotidianità che in caso di calamità, in quanto punto di riferimento di Protezione Civile, come attestato anche dalla recente lettera del Capo Nazionale del Dipartimento, il prefetto Gabrielli”.

Di seguito il testo integrale della lettera, scritta da un medico e firmata da altri cento dipendenti dell’Ospedale.

C’è un aspetto della vicenda Ospedale “Piemonte” che sembra essere sfuggito all’attenzione generale. Nessuno ha pensato di chiedere un parere agli addetti ai lavori, quei medici ed infermieri che lavorano al “fronte” e che quotidianamente si “sporcano le mani” con il sangue dei pazienti, quelli che i pazienti li accolgono al pronto soccorso e quelli che li accompagnano a bordo di un’ambulanza in altre città, perché ormai il posto letto anziché essere un diritto dei cittadini è diventato un lusso che la nostra società sembra non potersi più concedere.

E, naturalmente, sarebbe stato opportuno anche ascoltare l’ opinione dei pazienti che su quelle ambulanze ci si ritrovano, loro malgrado.

Il sospetto che quanti, ricoprendo un ruolo istituzionale, nel pronunciarsi abbiano dato una versione addomesticata, contraffatta o completamente stravolta della verità appare a noi, che siamo questo tipo di medici ed infermieri, più che fondato. E prendersi gioco della buona fede delle persone destreggiandosi con le parole non è corretto, anzi è un atto di profonda disonestà.

Il Piemonte assume, così, sempre di più, l’aspetto di agnello sacrificale, in barba ai milioni di euro spesi per ristrutturarlo  e per attrezzarlo (utilizzando -che beffa!-, anche i soldi ricavati dalla vendita del patrimonio  immobiliare dell’ospedale). Che rabbia pensare allo spreco che comporterà lo smantellamento del nuovo complesso operatorio solo da pochi anni ultimato, delle 4 sale operatorie e delle sale di preparazione e risveglio dei pazienti, della Rianimazione, delle Terapie Intensiva, Neonatale e Cardiologica, del Pronto Soccorso, della Radiologia, del Laboratorio d’ Analisi, alla dismissione delle costosissime attrezzature  pagate con i soldi dei contribuenti.

E allora proviamo finalmente a dire le cose come stanno, sotto l’ aspetto tecnico sì, ma in modo facilmente comprensibile da parte di chi non è nel campo.

Cominciamo dalla che prescrive  l’eliminazione  dei reparti doppioni. Ma possono essere davvero considerati doppioni, cioè repliche inutili, i reparti omologhi di Papardo e Piemonte? Non appare piuttosto una forzatura questo tipo d’interpretazione? La stessa legge non suggerisce di tenere in considerazione le caratteristiche del territorio nonché gli investimenti già effettuati?

E’ evidente che si tratta di una pensata per quei doppi reparti che servono fondamentalmente un bacino d’utenza sovrapponibile. E non c’è dubbio che Papardo e Piemonte siano, ancor prima che due facce di una stessa medaglia, due ospedali distinti e separati, localizzati a 12 chilometri l’ uno dall’altro, inadeguatamente collegati. Non solo per la distanza ma in virtù di una viabilità problematica e, soprattutto, ciascuno con un proprio bacino d’ utenza.

Così come un proprio bacino d’ utenza ce l’ha il Policlinico, che non è certamente in condizioni di assorbire i pazienti che oggi si rivolgono al Piemonte. Al di là delle dichiarazioni puramente teoriche, è sui problemi pratici che occorre riflettere, perché a questi si dovrà dare in un imminente futuro delle risposte sul campo, sulla pelle dei cittadini.

Bisognerà pensare a come risolvere il problema dell’ inevitabile sovraffollamento del Pronto Soccorso del Policlinico, già di per sé congestionato dall’utenza di tutta la zona sud (praticamente fino a Roccalumera) e che si ritroverà a dover gestire un’utenza raddoppiata, con prevedibili tempi d’attesa abnormemente dilatati, barelle dei mezzi di soccorso bloccate e servizio di emergenza conseguentemente paralizzato. 

E’ anche giusto che i cittadini sappiano che al Pronto Soccorso del Policlinico esiste soltanto una sala attrezzata per i codici rossi e che non vi sono le risorse né strutturali né di personale per trattare due codici rossi contemporaneamente, per cui un secondo paziente, in condizioni critiche, oggi è trasportato al Piemonte.

In questo ospedale, pur non essendoci tutte le specialistiche, qualunque paziente è comunque stabilizzato ed eventualmente trasferito, ma più spesso: è ricoverato in Rianimazione, forte dei suoi 8 preziosissimi posti letto (tanti quanto quelli del Papardo), operato dai chirurghi generali o dagli ortopedici (reparti con un’attività sovrapponibile a quella dei corrispettivi del Papardo, con un terzo dei posti letto), sottoposto ad impianto di pacemaker, per una bradicardia che lo sta portando a morte, ricoverato in Terapia Intensiva Cardiologica per uno scompenso cardiaco o una grave aritmia, ricoverato in UTIN o in Pediatria, sottoposto ad esami radiologici e ad analisi del sangue.

Se invece ha un infarto o un ictus, dopo essere stato stabilizzato è prontamente trasferito al Papardo, potendo comunque contare sull’assistenza qualificata di un rianimatore dell’ospedale durante il trasporto. Lo stesso Reparto di Medicina, qualora fosse trasferito nei nuovi locali, ultimati da tre anni e misteriosamente mai consegnati (ma non sono questi i veri sprechi?), dotati di un congruo numero di posti letto, potrebbe ulteriormente arricchire l’offerta sanitaria dell’ospedale, evitando ai pazienti disagevoli trasferimenti in strutture private o in provincia.

All’indomani della chiusura del Piemonte, il secondo codice rosso sarà portato al Papardo, sperando che in questo ospedale non ne stiano già trattando un altro (purtroppo la gente non è in condizioni di decidere quando stare male). La verità è che lasciare due soli punti di emergenza in una città che si snoda su 40 chilometri di caotico territorio urbano rappresenta un’ autentica follia!

E quando parliamo di punti di emergenza non ci riferiamo a PTE e PTA, presidi nei quali si possono curare soltanto i casi meno gravi, i codici bianchi e verdi, ma a strutture complete nelle quali si possa realmente fronteggiare un’emergenza, trattando anche codici gialli e rossi, quelle situazioni, cioè, in grado di mettere in pericolo la vita delle persone.

Ma c’è un altro aspetto sul quale i cittadini devono essere informati: sulle ambulanze del 118, da qualche anno non ci sono più i rianimatori, ma medici provenienti dalle Guardie Mediche che hanno fatto un corso di pochi mesi.

La qualifica di rianimatore, invece, si acquisisce al termine di 4 anni di specializzazione postlaurea e in altrettanti di addestramento nelle sale operatorie e in rianimazione. Per cui le due figure, quella del rianimatore e quella del medico dell’emergenza, non sono affatto sovrapponibili. Così come non è la stessa cosa farsi operare da un medico generico che ha fatto un breve corso piuttosto che da un chirurgo esperto.

Immaginando il più che plausibile scenario di un incidente in autostrada o in città nel quale si trovino coinvolti due feriti in condizioni gravissime, il primo sarà portato al Policlinico in pochi minuti, il secondo, non essendoci più il Piemonte, sarà trasportato dall’ambulanza del 118 al Papardo, assistito da un medico non rianimatore, che non sarà in grado d’intubarlo se necessario né di sottoporlo a tutti quei trattamenti di emergenza che in quel momento potrebbero salvargli la vita se attuati con tempestività.

E allora bisognerà scegliere a quale dei due pazienti offrire maggiori possibilità di salvezza con un rapido trasporto al Policlinico, perché non vi è dubbio che il paziente che sarà trasportato al Papardo ne avrà molte di meno. E, comunque, anche se l’ intervento di primo soccorso fosse gestito da un medico rianimatore, l’esito sarebbe sempre condizionato dai tempi di trasporto perché, ovviamente, l’ambulanza non è un ospedale e ci sono dei provvedimenti salvavita che solo una struttura ospedaliera può assicurare.

L’accessibilità di una struttura sanitaria e la sua collocazione nel contesto territoriale costituiscono requisiti di primaria importanza. Non è un caso che la Protezione Civile abbia indicato proprio nel Piemonte la struttura strategica di riferimento in caso di maxiemergenza nel territorio messinese, come ha pubblicamente ricordato in questi giorni il suo responsabile, con un’accorata quanto inascoltata invocazione all’assessorato alla Salute.

Un altro aspetto da considerare è quello dell’unificazione dei punti nascita. La normativa prevede la chiusura dei punti nascita con meno di 1000 parti annui. Coerentemente con quest’indirizzo, si era chiusa l’Ostetricia del Papardo (che ne totalizzava circa 500), accorpandola a quella del Piemonte (che rispondeva da sola per volumi di attività ai requisiti di legge) lasciando però improvvidamente sguarnita la zona nord della città.

L’ inversione di ruoli, e cioè la chiusura dell’Ostetricia del Piemonte e la riapertura di quella del Papardo, è evidentemente una scommessa, venata anche di una certa dose di ottimismo, perché non è detto che l’utenza del centro città, territorio con una maggiore densità di popolazione, trasmigrerà magicamente al Papardo.

Appare più verosimile che la stessa confluirà sul più vicino Policlinico. Ricordiamo il crollo delle donazioni di sangue che seguì al trasferimento del Centro Trasfusionale dal Piemonte al Papardo. D’altra parte, mettiamoci nei panni di una gravida che a ogni controllo, visita o esame dovrà farsi carico, in una condizione fisica non proprio ottimale, del disagio di uno spostamento in auto dal centro fino al Papardo.

Ma soprattutto immaginiamo il suo sgomento quando dovrà raggiungere questa struttura in situazioni di emergenza, quali purtroppo si verificano con una certa frequenza in questo tipo di pazienti, con grave rischio sia per le madri che per i bambini. La scelta del Policlinico, a questo punto, come ospedale di riferimento, sarà ovvia.

Per cui potremmo ritrovarci un’Ostetricia del Papardo che nonostante tutto non raggiungerà i requisiti minimi di sicurezza (1000 parti annui), previsti dalla normativa e che quindi a rigor di dovrebbe essere chiusa, lasciando in città una sola Ostetricia, per l’appunto quella del Policlinico.

E non si conti troppo sull’aspetto apparentemente paradossale di questa prospettiva. La storia, sia passata che recente, ci insegna che a questa cinica esecuzione, con imbarazzo e dispiacere, provvederà il primo amministratore zelante che si ritroverà le “carte” sul tavolo.

Ci chiediamo: tre punti nascita, ciascuno con un proprio bacino d’utenza, come suggerirebbe logica e buon senso, in una città come Messina, sono proprio un lusso che non possiamo concederci, a costo della vita delle nostre donne e dei nostri figli? I confronti, ingenerosi, con le altre città metropolitane della Sicilia, Palermo e Catania, sono così fuori luogo o dobbiamo passivamente accettare che i messinesi siano eternamente considerati cittadini di serie B?

Il nostro lavoro di medici ed infermieri c’impone, quasi come esercizio quotidiano un obbligo assoluto, un inderogabile dovere morale nei confronti dei nostri pazienti: dire la verità, sempre e comunque. E’ giusto quindi che si sappia che dietro i proclami, esternati con enfasi ma con poca fantasia, utilizzando un gergo mistificatore quanto ipocrita, ripetuto ormai fino alla noia, fatto di una girandola di “efficienze, eccellenze, rimodulazioni, riconversioni, razionalizzazioni, rifunzionalizzazioni, ecc”, si nasconde la poca sostanza di un sistema sanitario allo sbando e a Messina più che mai e più che altrove.

Noi, oggi, affermiamo, con vigore e con l’autorevolezza che deve essere riconosciuta ai veri addetti ai lavori, che la realtà è lontana anni luce da  una  demagogia  vuota e deleteria per la salute e la sicurezza dei cittadini. Anzi, la realtà sta proprio da un’ altra parte e precisamente in quell’ambulanza che corre in mezzo al traffico, alla disperata ricerca di un posto letto e a bordo della quale potremmo esserci noi o un nostro familiare, in fin di vita, in una città che non può permettersi più di un codice rosso alla volta.

Noi crediamo che la gente non ci chieda cose straordinarie, quelle  prestazioni che finiscono sui giornali, con esagerato clamore,  per il loro carattere particolarmente innovativo o per la loro singolare eccezionalità. La gente in fondo, ci chiede semplicemente, di fare bene le cose normali.

Ed è questo che oggi non riusciamo a garantire, e sentiamo il bisogno di gridarlo a piena voce, perché una fetta sempre più ampia della popolazione si ritrova e lo sarà sempre di più nei prossimi anni assolutamente priva di assistenza sanitaria. 

Mentre scriviamo, i giochi sembrano essere fatti. Dopo teatrini e voltafaccia, l’accorpamento di Piemonte e Neurolesi, autentico capolavoro della diplomazia messinese, celebrato con goliardici autoritratti e ridicole proposte di cittadinanza onoraria, spacciato per manovra di salvataggio dello storico nosocomio, si è rivelato per quello che è realmente: la chiusura  di un ospedale e la concessione dei suoi locali all’IRCSS Centro Neurolesi per farne una succursale cittadina del centro di riabilitazione. E al Piemonte resta solo il triste primato di essere l’unico ospedale della Sicilia e forse d’ Italia a non aver beneficiato della proroga triennale all’applicazione del decreto Balduzzi.

E’ proprio di questo che ha bisogno la nostra città? Dobbiamo accettare senza far nulla l’ennesima beffa imposta dall’alto, per asservire chissà quali interessi e quale tributo della mancanza di autorevolezza della nostra politica? 

Questa lettera, che trova la piena condivisione di tutto il personale dell’Ospedale Piemonte, al cui pensiero le mie parole danno semplicemente voce, è idealmente rivolta alla popolazione messinese, il cui coinvolgimento è fondamentale per dare una risposta ferma al tentativo di mettere in ginocchio una città nei suoi bisogni essenziali e di calpestarne, ancora una volta, la sua dignità.

 

Elio Granlombardo

Ama visceralmente la Sicilia e non si rassegna alla politica calata dall’alto. La “sua” politica è quella con la “P” maiuscola e non permette a nessuno di dimenticarlo. Per Sicilians segue l'agorà messinese, ma di tanto in tanto si spinge fino a Palermo per seguire le vicende regionali di un settore sempre più incomprensibile e ripiegato su se stesso. Non sopporta di essere fotografato e, neanche a dirlo, il suo libro preferito è “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini.

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