Resta sempre aggiornato e seguici sui social, clicca "Mi Piace"

Buon compleanno, Zecchinetta!

Salvatore Arimatea e Tano Cimarosa durante le riprese del cortometraggio Buonanotte fiorellino.

Tutte le volte in cui veniva a trovarci mangiava volentieri le braciolettine di carne. Portava con sé un’impegnativa tracolla nera, agganciato alla quale richiamava l’attenzione un minuscolo pupo siciliano.

Ero molto piccola quando ne individuai per la prima volta il contenuto, eppure negli anni rimase sempre lo stesso: letteralmente scampoli di vita che lo zio Tano tirava fuori con orgoglio allo scopo di documentare, con più o meno malinconia, il suo passato.

Foto che lo ritraevano con i “grandi” della cinematografia europea, foto di scena, lettere e tutto quanto gli servisse ad allestire lo spettacolo d’arte durante il quale rappresentava se stesso. Sempre con quel po’ di vanagloria, che non guasta mai nei talenti, ma con squisite simpatia e siciliana umiltà.

Gaetano Cisco Cimarosa è nato a Messina l’1 gennaio del 1922 da Carmela Spadaro e Michele Cisco. Ernesto Cimarosa era l’uomo che adottò suo padre e Tano scelse quel cognome per rendergli omaggio.

Michele Cisco, venditore di bibite alla pescheria, fatalità, proprio in quell’anno iniziò a fare il puparo. Così Tano crebbe, insieme ai suoi tre fratelli, a suon di paladini e storie adattate al palcoscenico, mentre tutta la famiglia aiutava durante gli spettacoli.

Arrivò il tempo della Compagnia Cimarosa e Tano vi si improvvisò regista, sceneggiatore. Il teatro era la sua casa, quello alle Poste un secondo lavoro. Nel 1950 finalmente arriva il teatro viaggiante U Vapureddu, a spasso nei rioni più poveri. Un’attenzione particolare, allora, a sceneggiate e canzoni napoletane.

Una sera -me lo raccontò lui stesso tante volte- il regista Oreste Paolella gli propose una particina nel film “Mafia alla sbarra”, in co-produzione con la Francia, il cui attore principale era il giovane Massimo Girotti. Da quell’incontro al rione Gazzi con Paolella iniziò la ragguardevole carriera dell’artista Cimarosa.

E così via, via arrivano le scritture per “La smania addosso” di Marcello Andrei, “Mare Matto” di Renato Castellani, “Tre notti d’amore” di Comencini, Castellani, Rossi, “Due mafiosi contro

Al Capone” di Giorgio Simonelli e altri ancora firmati da registi del calibro di Lucio Fulci, Luigi Zampa e Dino Risi.

Tappa fondamentale del suo itinerario artistico l’incontro nel 1968 con Damiano Damiani, che gli affidò il ruolo del mafioso Zecchinetta ne “Il giorno della civetta”. Fu in quella occasione che Tano Cimarosa diede un’interpretazione del personaggio talmente superba da conseguire un meritato riconoscimento della critica italiana e straniera.

Crebbero allora le offerte di lavoro. Così Alberto Sordi lo volle con sé ne “Il medico della mutua” e in varie altre pellicole, Nanni Loy lo chiamò per interpretare un ruolo in “Cafè Express” accanto a Nino Manfredi, Franco Brusati per “Pane e cioccolata”.

In quegli anni Tano Cimarosa lavorava anche all’estero (Spagna, Russia, Canada), in un tempo in cui rifiutare ruoli importanti, in virtù di impegni già presi, diventò persino una costante. Nel 1988, durante il set di “Nuovo Cinema Paradiso, nacque l’inesauribile collaborazione con Giuseppe Tornatore.

Una lunga carriera cinematografica quella del caratterista Cimarosa, che firmò pure la regia dei film “Il vizio ha le calze nere” (1975), “No alla violenza” (1977), “Uomini di parola” (1981). Lui che aveva innata l’arte del raccontare e che sapeva creare l’orizzonte d’attesa finanche con il silenzio, ma che bisticciava a ogni piè sospinto con l’ingenerosa ortografia italiana.

Lo zio Tano, come lo chiamavamo, ha trascorso gli ultimi anni della sua vita tra gli amici e i suoi pupi in cartapesta. Ne possiedono i grandi del cinema italiano. Sempre esilarante, megalomane per gioco e modesto come solo ai grandi artisti compete. Suscettibile come pochi. Una volta si offese quando seppe che ero stata a Roma, in verità sostandovi appena qualche ora, e non ero andata a trovarlo. Un senso sicilianissimo del rispetto e un grande attaccamento a quei pochi affetti rimastigli.

Tornava spesso nella sua Messina, in occasione del festival cinematografico, dove figurava come ospite d’onore. Varie parti, intanto, nei corti e lungometraggi del nipote Salvar, cui era legato da un profondo affetto. Fu a lui che chiese di tornare definitivamente a casa, poco prima di spegnersi, il 24 maggio 2008.

Al funerale una folla di amici, noi parenti e la gente sopravvissuta ai tempi in cui U Vapureddu strappava un sorriso all’inopia del dopoguerra.