Anoressia, la luce in fondo al tunnel

Una pubblicità di Elena Mirò

Apparentemente la sua è stata una morte come tante altre. E invece no. Perché due settimane fa al Policlinico una giovane donna è morta per le conseguenze dell’anoressia. Non importano il nome o l’età. Quello che invece conta, al di là della sua tragedia personale, è che per una ragazza che non ce l’ha fatta che ne sono centinaia di altre che dal girone dantesco dei disturbi alimentari sono riuscite a venirne fuori. A dispetto di tutto, anche dei blog che danno consigli per sopravvivere quasi senza mangiare. Blog che altrove, Spagna e Francia per esempio, sono illegali mentre da noi fanno danni indisturbati.

In città sono due i punti a cui fare riferimento: il centro dell’Asl “Il cerchio d’oro” attivo presso il Sant’Angelo dei Rossi ed il Servizio Dietetico del Piemonte-Papardo, che continua ad avere sede nel nosocomio di viale Europa. 

Quando si parla di disturbi alimentari, si tende a semplificare tutto riducendolo a due sole categorie, anoressia e bulimia. Invece c’è ben altro: tutta una gamma di patologie altrettanto gravi anche se meno evidenti e, forse proprio per questo, più pericolose perché più difficili da individuare se non da un esperto. 

Il centro “Il cerchio d’oro” è stato creato nel 2004 come servizio part-time, quasi come un scommessa per vedere come il territorio avrebbe risposto. E le risposte ci sono state. Talmente tante, che dal 2007 è aperto 5 giorni su 7 e due volte la settimana anche di pomeriggio. In 7 anni sono passati oltre 500 pazienti (tra bulimici, anoressici e altro) e la sorpresa è che la maggior parte dei casi più gravi vengono dalla zona nebroidea invece che dalla città, come si sarebbe più portati a pensare. Mediamente si curano 150 pazienti l’anno, il 30 per cento proviene dalla provincia e sempre il 30 per cento è al di sotto dei 20 anni. La guarigione completa arriva nel 60 per cento dei casi. A lavorare nel centro, diretto dalla psichiatra Rossana Mangiapane, sono una decina tra medici, infermiere e psicologi, ma per coprire le esigenze del territorio ne servirebbero almeno il doppio. Anche perché c’è un sommerso enorme di chi non sa o non vuole riconoscere di essere malato. I dati parlano chiaro: facendo una media con i dati nazionali, nella fascia di età compresa tra i 18 ed i 70 anni in provincia di Messina lo 0,5 per cento della popolazione è anoressico, l’1 per cento è bulimico ed il 6 per cento soffre di disturbi di natura alimentare 

Uno dei lavori realizzati dai pazienti del centro

“Quando abbiamo aperto -racconta Biagio Gennaro, Direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asl5- ci siamo subito resi conto di quanto fosse necessario un centro del genere. Finché si trattava di indirizzare chi soffriva di queste patologie da un dietologo o da un nutrizionista andava tutto bene. La vera sfida era quella di farli accedere ad un centro di salute mentale. Perché quello che è bene chiarire è che i disturbi alimentari sono una malattia psichiatrica e come tali devono essere curati, perché c’è uno stretto intreccio tra i sintomi organici e quelli psichici”. 

Per il momento si può accedere al servizio solo dai 16 anni in su, ma si sta lavorando

ad un progetto di neuropsichiatria infantile. Una necessità impellente, visto che l’età in cui si inizia a manifestare i problemi connessi all’alimentazione è sempre più bassa e molto spesso ormai si attesta intorno ai 12 anni. Ad aggravare il problema della cura di questi pazienti contribuisce anche il fatto che per i casi più gravi non esistono dei posti letto destinati solo a loro. Quando li si ricovera in ospedale, finiscono nel reparto che cura la patologia che li ha portati lì, ma non la causa che l’ha provocata. Chi ha bisogno di un periodo di riabilitazione non trova niente prima di Lagonegro, in Basilicata, ma i centri per i cronici sono soprattutto nel Nord del Paese. Intanto entro poche settimane al Sant’Angelo dei Rossi sarà pronto uno spazio destinato a chi sarà seguito direttamente dai medici anche durante i pasti. Per ora solo una decina di posti, poi si vedrà. 

Anche perché seguire chi ha problemi con il cibo in famiglia spesso è complicato. Per medici e infermiere può essere un grande risultato anche riuscire a far mangiare senza problemi 30 grammi di pasta, ma in ambito familiare magari si tende a pensare che non sia sufficiente e questo atteggiamento può comportare difficoltà nella gestione della cura. 

Una delle pareti de "Il cerchio d'oro"

“Si è persa la dimensione conviviale, serena del pasto -commenta ancora Gennaro. Da noi vengono persone, ragazze ma anche donne adulte, che sanno tutto sulle calorie, fanno calcoli complicatissimi e sono concentrate solo su quello. Abbiamo casi di madri e figlie anoressiche e lavorando con una ragazza abbiamo scoperto che persino la nonna lo è. I disturbi alimentari, non possiamo limitarci a parlare di anoressia e bulimia, che sono le più conosciute, rappresentano perfettamente la contraddizione tipica della nostra società. Da un lato si lotta contro l’obesità, mentre dall’altro si cerca di salvare chi mangia pochissimo. Il problema è anche che i modelli di potere presenti nella nostra società trasmettono il messaggio che l’essere magre significhi automaticamente essere belle. E così abbiamo non solo un’omologazione del concetto stesso di bellezza, ma anche ragazze che rimangono intrappolate in questi schemi e non riescono a far emergere la propria individualità. Quando si inizia a soffrire di queste patologie, l’esordio molto spesso può essere normale, per così dire. Ma la realtà è che manca la possibilità di modulare bene limiti e paletti. Si sentono forti perché pensano di poter controllare ogni cosa ma alla fine, come nel caso di chi soffre di anoressia, sono il cibo e la bilancia che dominano completamente l’individuo”. 

Tra l’altro, un fenomeno  del quale ancora si parla molto poco è l’anoressia maschile. Presente soprattutto tra chi frequenta le palestre. “Anche se in questo caso -aggiunge il direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asl 5- è un’anoressia che riguarda la fascia muscolare e non il peso. Il dato comune comunque, quale che sia il disturbo alimentare del quale si soffre, è che queste persone hanno molta difficoltà a dare voce a se stesse, sopravvalutano il giudizio degli altri e non hanno alcuna fiducia in sé. Si delega al corpo la malattia, ma la malattia è nell’anima prima che nel corpo. Ecco, senza colpevolizzare nessuno, qui curiamo i nostri pazienti con attenzione, li aiutiamo a recuperare il rapporto con se stessi e li restituiamo alla vita”.

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