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Via Don Blasco, partono i ricorsi delle aziende

Una prospettiva della via Don Blasco

Gli imprenditori di via Don Blasco alzano il tiro e presentano ricorso. Hanno scritto lettere su lettere a Regione, Comune e Capitaneria di Porto, hanno pagato di tasca propria un ingegnere perché battesse il territorio comunale palmo a palmo ed individuasse un’area nella quale trasferire le attività produttive, hanno aspettato dall’amministrazione comunale una risposta che non è mai arrivata. Visto che i termini per presentare ricorso contro gli sfratti inviati dalla Regione e sollecitati dalla Capitaneria di Porto il 30 agosto scorso stanno scadendo e che nessuno ha raccolto le loro richieste, 17 imprenditori su 35 hanno deciso di dare mandato ai propri legali di difendere i loro interessi e quelli dei loro dipendenti. 

Solo 17 su 35 perché inspiegabilmente non tutte le aziende hanno ricevuto l’avviso che le informa che dovranno lasciare i capannoni entro il 31 dicembre. 

Nodo da sciogliere è la bonifica della zona. Una delle più degradate della città nell’ultimo mezzo secolo e che improvvisamente, da un anno a questa parte, è al centro di una querelle che da un lato vede l’amministrazione comunale e dall’altro gli imprenditori che ci lavorano. La Giunta Buzzanca vuole bonificare l’area e restituirla alla città e le imprese, alcune delle quali attive proprio in via Don Blasco anche da prima della II Guerra Mondiale non si oppongono, ma pretendono un’area nella quale trasferirsi. L’alternativa è quella di chiudere e di mandare a casa centinaia di persone. 

“Nessuno di noi è contrario alla bonifica della zona -spiega Emanuele Barbaro, titolare di una delle ditte più antiche- ma è evidente che non possono chiederci di andare via da qui se prima non ci assegnano un’area nella quale continuare a lavorare. Ci siamo sempre lamentati del disinteresse e dell’indifferenza in cui le varie amministrazioni

hanno lasciato la via Don Blasco e siamo i primi a volere che sia restituita alla città. Ma pensare di mandarci via senza avere individuato una zona nella quale continuare a farci lavorare è inaccettabile”. “Una cosa così non sarebbe mai stata tollerata in un’altra città -aggiunge Ninni Abate. Le nostre aziende danno lavoro ad oltre 200 operai e mettono in moto un indotto che conta almeno altri 600 addetti. Vista la crisi, in qualunque altro posto ci coccolerebbero e farebbero di tutto per non farci chiudere. Qui invece, si limitano a sfrattarci, e con noi i nostri dipendenti, senza darci soluzioni alternative”. 

Soluzioni che peraltro sono già state individuate e sottoposte due mesi fa all’amministrazione comunale (tre nella parte Sud della città e una in una zona dismessa delle FS) che però non ha ancora risposto.  

Ma in discussione c’è anche il problema della reale titolarità delle aree. Rivendicata da Palazzo d’Orleans, ma messa in dubbio da più di un addetto ai lavori. L’area contesa è quella che va dalla foce del torrente Portalegni (via Tommaso Cannizzaro bassa) a quella del torrente Zaera e a leggere con attenzione le carte qualche dubbio nasce. La via Don Blasco rientra infatti in questa porzione di territorio da sempre statale, che l’anno scorso la Regione avocò a sé come competenza improvvisamente. Una mossa inaspettata che però non ha tenuto conto di un vecchio elenco risalente al 1977 compilato dall’Intendenza di Finanza di Messina, che mette nero su bianco tutte le zone che da statali successivamente diventarono regionali. Una striscia che parte da Tusa e arriva a Giardini Naxos, che però non comprende la via Don Blasco. L’Agenzia del Demanio Marittimo, cui la Confesercenti di Messina si è ricolta a fine giugno proprio per fare chiarezza, dovrà pronunciarsi a breve. E se confermerà la titolarità dello Stato sull’area, è evidente che chi nell’ultimo anno ha demolito alcuni dei manufatti eretti dalle imprese nel corso dei anni senza averne i titoli dovrà risponderne.