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Via Don Blasco, lavorare appesi ad un filo

Una prospettiva della via Don Blasco

Dopo i tre di Fatima è il quarto segreto meglio custodito al mondo. Perché cosa ne sarà degli imprenditori e degli artigiani di via Don Blasco, a distanza di un anno dai proclami trionfanti con i quali è stata avviata la bonifica della zona, non è ancora chiaro. L’assessore alle Infrastrutture Gianfranco Scoglio promette un Piano Particolareggiato per l’area ASI di Larderia che dovrebbe vedere la luce dopo l’estate, il collega Pippo Isgrò ogni tanto butta giù qualcosa facendo immortalare l’evento dalle telecamere, mentre la Regione manda ingiunzioni di sfratto una dietro l’altra a chi in via Don Blasco ci abita, anche se sono case costruite con tanto di progetti approvati. Ma cosa realmente ne sarà di imprenditori, artigiani e cittadini non è dato ancora saperlo. Intanto i mesi passano e anche chi è ancora in regola con le concessioni presto non lo sarà più e, a dispetto delle tasse regolarmente pagate, diventerà un abusivo suo malgrado. 

“Non sappiamo davvero cosa fare -commenta Michele Sorbera, direttore di Confesercenti Messina, che tutela i diritti degli operatori della zona. Negli ultimi mesi abbiamo sollecitato più volte un incontro con il sindaco, che però non ci ha nemmeno risposto. Ma quello che chiediamo è solo che il Comune ci assegni un’area e che cambi la destinazione d’uso. La stragrande maggioranza degli artigiani e degli imprenditori di via Don Blasco sono persone serie, abituate a pagare i conti di tasca propria senza chiedere nulla. L’amministrazione comunale però deve prendere posizione una volta per tutte. Sotto l’attuale area ASI di Larderia c’è un terreno che potrebbe andare bene ma è ancora in mano ai privati, che dovranno acconsentire a venderlo. Anche in questa direzione non si sta facendo nulla. Intanto il tempo passa e tutto resta com’è. Ci sono una ventina di imprese che danno lavoro a decine di persone, che non sanno che fine faranno. E’ tutto molto poco chiaro e se non ci si incontra non si va da nessuna parte”. 

“Siamo una razza in via di estinzione -commenta Ninni Abate, che con il padre lavora in un’impresa fondata 60 anni fa. Siamo in regola sotto tutti i punti di vista, diamo lavoro in una città che è affamata di occupazione e pretendono che ce ne andiamo senza darci garanzie sulla destinazione futura. Mi sento come una specie protetta cui il WWF, l’associazione istituita per difenderla, stesse per spararmi addosso. Di fatto, il Comune è il nostro WWF. Non ci siamo mai opposti alla bonifica della zona, ma prima di avviarla avrebbero dovuto provvedere ad individuare un’area alternativa dove permetterci di continuare a lavorare”. 

“Viviamo una fase di stallo -aggiunge Emanuele Barbaro, proprietario di una delle imprese più antiche della zona- e non mi sembra che si stia facendo alcunché per venirne fuori. Di fatto, se ci obbligheranno a chiudere definitivamente senza darci un’area nella quale trasferirci, si perderà un patrimonio di conoscenza che si tramanda da diverse generazioni. E non mi riferisco solo a noi imprenditori, ma anche ai nostri dipendenti, perché anche loro si sono succeduti di

generazione in generazione salvaguardando professionalità e competenze ormai quasi estinte. Che senso ha rinunciare a tutto questo?. E poi c’è il problema del futuro delle nostre aziende. Se non sappiamo dove andremo a lavorare, come posso impegnarmi per commesse che poi non sarò in grado di soddisfare magari perché mi hanno mandato via? Ma se non assumo impegni non posso garantire il posto di lavoro dei miei dipendenti. E’ il classico cane che si morde la coda ma tutti fanno finta che non sia così”.

Ma il vero nodo da sciogliere è un altro, quello della titolarità delle aree. Dall’anno scorso la regione agisce come le la zona fosse un proprio demanio, ma i dubbi al riguardo sono davvero tanti. E a trasformare i dubbi in certezza potrebbe essere un vecchio documento dell’Intendenza di Finanza di Messina che riguarda proprio l’elenco dei beni demaniali che in base all’articolo 1 del Dpr 684 dell’1 luglio 1977 sono passati dallo Stato alla Regione Siciliana, dove la via Don Blasco non è neanche menzionata. 

L’elenco dei beni demaniali inizia nella zona tirrenica con la foce del fiume Pollina e prosegue poi con la spiaggia compresa tra questa e l’approdo di San Gregorio a Capo d’Orlando fino alla spiaggia di Patti Marina per procedere poi fino al porto di Milazzo. Da qui, e siamo al punto 4 dell’elenco, si escludono i fanali d’ingresso (di competenza della Marina Militare) e dal molo di sottoflutto si hanno come limite “i 100 metri dal pontile numero 1 della Raffineria di Milazzo”. Si arriva poi fino alla foce del Torrente Annunziata compreso l’approdo di Torre Faro “ma escluso la zona delle località Mortelle e Timpazzi interessate dal gasdotto Algeria-Italia; restano del pari esclusi dal passaggio alla Regione Siciliana i tratti di mare territoriale interessati dalla posa delle tubazioni costituenti il gasdotto stesso”. Il punto 5 indica “la spiaggia compresa tra la foce del Torrente Zaera in Messina e l’approdo di Giardini” e così via per arrivare all’ultimo punto, la spiaggia di Stromboli con gli approdi di Scari e Ficogrande. 

Anche ad un occhio distratto non sfugge che tra la foce del Torrente Annunziata del punto 4 e la foce del Torrente Zaera (dove inizia il viale Europa) del punto 5 c’è un vuoto inquivocabile. Ed in quel vuoto, visto che l’intera area compresa tra la foce del Torrente Annunziata e quella del Torrente Portalegni nella parte bassa della via Tommaso Cannizzaro è di competenza dell’Autorità Portuale di Messina istituita con una legge nazionale nel 1994, si colloca proprio la via Don Blasco. Non è quindi difficile ipotizzare che la via Don Blasco sia in realtà una porzione di demanio statale e non regionale, se non altro perché non è inserita nell’elenco indicato dalla legge 684 del 1977.

Alcune settimane fa la Confesercenti ha chiesto chiarimenti all’unico soggetto che può farlo, l’Agenzia Nazionale del Demanio Marittimo di Roma. Il verdetto non è ancora stato emesso ma se, come ritengono gli operatori di via Don Blasco, l’area è statale (fatto questo che si evince anche dai codici con i quali pagano le tasse) allora Regione, Comune e Capitaneria di Porto, che hanno demolito un bel po’ di manufatti che potrebbero essere di proprietà dello Stato, potrebbero essere chiamati a risponderne e passare un brutto quarto d’ora.