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Via Don Blasco e le incertezze di Palazzo Zanca

Una prospettiva della via Don Blasco

Sul futuro delle imprese della via Don Blasco la confusione regna sovrana. Nessuna novità quindi. Per un paio di giorni la parola d’ordine è: “Tutti a Faro Superiore”. Poi, invece, dall’assessore Scoglio arriva il contrordine compagni. Se volete potete partecipare al bando per quell’area, ma per essere ammessi sono necessari requisiti ben precisi. Prima di chiarire quali e quanto siano effettivamente restrittivi, è bene però fare un passo indietro. 

Tutto inizia alcuni giorni fa, quando la stampa locale dà la notizia che le aziende che operano in via Don Blasco che sono in possesso di una regolare concessione saranno trasferite in un’area a Faro Superiore, in contrada Casalotto per la precisione. Sbalorditi, i responsabili delle ditte ne parlano tra di loro e con la Confesercenti, ma senza arrivare a capo di nulla perché non sono in possesso di alcuna informazione utile e soprattutto perché dal Comune non è arrivata alcuna comunicazione. Prima c’è un incontro informale con Scoglio, poi giovedì scorso la Confesercenti si confronta con un funzionario del Comune, che però non dà spiegazioni soddisfacenti sulla vicenda, se non il particolare che al bando devono partecipare singolarmente e non tutti insieme come invece avevano deciso di fare in un primo momento. 

Sempre più incerte sul da farsi, le 15 aziende che hanno deciso di muoversi comunque insieme preparano a tempo di record le singole richieste che hanno inviato per posta e che lunedì saranno invece fatte protocollare a mano. Il tutto però, con la consapevolezza che di questa vicenda si sa poco o nulla, che l’area individuata dal Comune è tutto tranne che idonea ad un insediamento industriale perché priva dei requisiti base necessari, a partire da una viabilità efficiente e dalle opere di urbanizzazione. 

Chiunque passi nei mesi estivi e nelle ore di punta dalla piazzetta principale di Faro Superiore, quella per intenderci dove fino a pochi anni fa era aperto il bar “Maria La Scala”, sa perfettamente che prevedere un insediamento industriale o artigianale in quella zona è un’ipotesi che viola tutte le leggi della logica e del buon senso. 

“Ma i nostri mezzi come faranno a passare dal budello che conduce all’area? -chiedono i portavoce degli imprenditori di via Don Blasco. E poi, quanto tempo ci vorrà perché questa ipotesi si concretizzi? Nessuno è stato in grado di dirci qualcosa di certo. Dell’esistenza del bando, che scadrà domenica 15 gennaio, ne abbiamo avuto notizia solo alcuni giorni fa leggendo i giornali, al rientro dalla pausa natalizia. Di preciso non sappiamo nulla, se non che dobbiamo dare un’adesione e l’abbiamo fatto. Abbiamo chiesto complessivamente un’area di 35 mila metri quadri, qui in via Don Blasco operiamo su 40 mila metri quadri, e adesso vedremo come andrà a finire”.  

Totalmente diversa la versione dell’assessore Scoglio, raggiunto telefonicamente durante la seduta del Consiglio di ieri

sera. È vero che c’è un bando del Comune per quell’area di Faro Superiore spiega, ma riguarda solo progetti di ecosostenibilità e materiali per la bioarchitettura. Punto. 

“Non abbiamo mai parlato di delocalizzazione in quella zona per le aziende della via Don Blasco -sbotta Scoglio. Prima di scrivere bisogna leggersi i bandi con attenzione. Il bando in questione prevede la creazione di un Polo per imprese con determinate caratteristiche e se in via Don Blasco ce ne sono che corrispondono a questi criteri ben vengano, perché daremo loro priorità, ovviamente dopo avere valutato se le richieste sono compatibili con quello che intendiamo realizzare là. In ogni caso, per le aziende di via Don Blasco c’è l’area di Larderia e, così come per quelle che si insedieranno a Faro Superiore, metteremo a disposizione dei fondi europei da restituire in 20 anni a tassi di interesse irrisori che non arrivano al 2 per cento. Ribadisco comunque che di delocalizzazione nella zona nord della città non abbiamo mai parlato”. 

E noi il bando, come sicuramente gli altri colleghi, lo abbiamo letto con attenzione, notando peraltro anche qualche imprecisione grammaticale. E a questo punto delle due l’una: o l’assessore Scoglio era troppo preso dalla discussione in aula e si è dimenticato del quarto punto del bando oppure ha letto il documento in maniera molto frettolosa. 

Perché proprio il quarto punto recita testualmente rispetto ai criteri di selezione: “adesioni di soggetti titolati ad esercitare attività produttive che intendono delocalizzare la propria attività già inclusa nella zona denominata “Mare Grosso” a valle della via La Farina-Bonino e compresa tra il Torrente Portalegni e il Torrente Gazzi”. Vale a dire, le aziende che lui sostiene possono partecipare ma non è detto che si possano trasferire in quell’area. 

In ogni caso, per quanto riguarda il futuro insediamento di Faro Superiore, dove al momento esiste solo uno spiazzo erboso e nient’altro, resta comunque la grana della viabilità. “Nessun problema –continua rassicurante Scoglio- perché la viabilità per quella zona sarà garantita dalla copertura dell’ultimo tratto del torrente Papardo e non sarà necessario attraversare il paese”. 

Fatto questo che in via ipotetica potrebbe pure andare bene, se non fosse per il fatto che della copertura completa del torrente Papardo (con quali conseguenze in caso di eventi alluvionali calamitosi non è difficile ipotizzare, visto che tutti gli esperti concordano nell’attribuire alla cementificazione degli alvei dei torrenti i disastri che hanno tormentato negli ultimi decenni Messina) si discute da tempo immemorabile, senza però che si arrivi a vedere la realizzazione del progetto. E in molti ancora si ricordano che fino a pochi anni fa, durante le solite piogge torrenziali che sono una costante della città, spesso i malati che dovevano essere ricoverati al Papardo erano trasportati a braccia quando non c’era altro modo per raggiungere l’ospedale.    

Nessuna certezza anche per quanto riguarda i tempi di insediamento sia a Faro Superiore che a Larderia che comunque, con queste premesse, non saranno inferiori ai 2 anni se tutto va bene, a partire dagli espropri. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.