Vecchi e nuovi antisemitismi: il disagio di una chiesa divisa
Ho partecipato con sincero interesse all’incontro “Vecchi e nuovi antisemitismi. Simboli e segni”, organizzato dalla Chiesa Evangelica Metodista di Salerno. L’evento, condotto dal professor Federico Vercellone, con interventi di Lucia Antinucci, Massimo Abdallah Cozzolino, Daniele Garrone e Gadi Luzzatto Voghera, si è rivelato di grande livello, equilibrato e stimolante. Eppure, nel microcosmo di quella serata, si è riflesso con chiarezza lo stato di profonda divisione in cui versa oggi la nostra Chiesa valdese e metodista.
Scrivo come parte del gruppo Voce di Shalom, composto da valdesi e metodisti dissidenti rispetto all’incauta scelta del Sinodo 2025, espressa negli atti 24 e 25. Incauta perché, in nome di una presunta neutralità pacifista, si è finito per assumere una posizione ideologica, sbilanciata e parziale sulla guerra tra Israele e Hamas, tradendo lo spirito di discernimento che dovrebbe guidare una comunità riformata.
Durante l’incontro di Salerno, ho ascoltato con rispetto le relazioni, dense e documentate. Ma nei momenti di confronto e nella chat del Meet, è emersa con forza una verità dolorosa: la nostra è una chiesa lacerata, incapace di parlare d’Israele senza cadere nella trappola dell’antisionismo. Alcune sorelle hanno preso la parola o scritto messaggi dal tono pesantemente ideologico, riproponendo cliché che non avrei mai pensato di sentire in un contesto del genere. “Essere contro Israele non significa essere contro gli ebrei”, si è detto con leggerezza, come se questo bastasse a ripulire parole e intenzioni. Qualcuna ha poi ricordato i presunti “65.000 morti palestinesi per mano israeliana”, “bambini colpiti alla testa”, in una descrizione tanto crudele quanto priva di fondamento, fatta per suscitare orrore e colpa.
Non sono mancati i richiami al comandamento “non uccidere”, invocato come scudo morale per giudicare Israele e condannarne ogni atto di difesa. Ma nessuno ha spiegato che quel comandamento non è assoluto, che esso vieta l’omicidio, non la legittima difesa. Israele non è un aggressore, ma un popolo che dal 1948 subisce un’azione programmatica di distruzione e delegittimazione, culminata — ancora una volta — nei massacri del 7 ottobre 2023, atto, questo sì, genocidario.
Eppure, quella propaganda continua a funzionare, anche dentro le nostre chiese. Si ripete che Israele “esagera”, che “la pace non si costruisce con le armi”, ma si dimentica chi le armi le ha imbracciate per primo. Si tace sull’odio religioso che alimenta Hamas, ma si grida contro chi cerca solo di difendersi.
L’incontro, pur nella sua qualità, ha messo in luce come l’antisionismo sia presente anche nelle nostre Chiese, trasformandosi in una forma di moralismo travestito da compassione. Per questo credo che, oggi più che mai, sia urgente avviare una discussione interna nelle nostre chiese: franca, documentata, rispettosa delle differenze ma libera da anatemi.
Dobbiamo imparare ad ascoltarci senza paura di essere etichettati o isolati, recuperando il valore del pluralismo e del pensiero critico. Solo così la nostra chiesa potrà tornare a essere luogo di verità, non di conformismo ideologico. Solo così potremo pronunciare di nuovo la parola Shalom, non come formula di rito ma come scelta di vita, come impegno concreto per la giustizia e per la pace, anche quando costa restare soli.
Francesco Vitale, membro del gruppo valdese-metodista “Voce di Shalom”

