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Una storia che avrei preferito non raccontare

Dino Sturiale

Cogliere attimi. Fissare momenti. La vita del fotoreporter è frenetica. È un lavoro che non ha pause. Anche al ristorante la macchina fotografica è pronta a scattare. In fila alla posta. In giro per la città, ogni momento può diventare un’istantanea che nasconde una notizia, che rivela un aspetto della città, che racconta una storia. Questa storia Dino Sturiale non l’avrebbe mai voluta raccontare. Uomo cresciuto nella periferia della città, a sud. Termine evocativo di povertà e ingiustizia sociale ma anche di solidarietà e valori antichi anche se è un sud a poche decine di chilometri dalle boutique e dai pub del centro. 

Tra le strade dei quartieri popolari e le viuzze dei villaggi periferici, Dino Sturiale ha provato a mettere insieme la sua passione per la fotografia e la sua propensione all’impegno civile. Con il suo giornale on-line “ilcarrettinodelleidee.com” prova a fare informazione socialmente orientata, con progetti nelle scuole e sul territorio. 

Ricorda con commozione quel primo ottobre del 2009, lo scrosciare della pioggia. “Quella notte vedevo dalla mia abitazione dall’altra parte della città, le nubi addensarsi sulla zona sud –ricorda Dino Sturiale- ma nulla potevo prevedere, anche se per tutta le notte continuava a piovere”. Si addormenta il fotoreporter e magari immagina le foto del giorno dopo i soliti tombini, i soliti marciapiedi impraticabili, il solito tram bloccato. Ma nulla di solito lo attende. Dalla convocazione alle 7.30 in Prefettura Sturiale comprende che “qualcosa è successo”, ma ancora non riesce a valutare la straordinarietà di un’esperienza che segnerà la sua esistenza di fotoreporter e di uomo.

“Quando, in attesa di notizie, un collega della RTP ha acceso il suo telefonino ultimo modello e si è collegato alla Rai, per la prima volta ho sentito parlare di “alluvione a Messina con possibili morti”. Dico istintivamente “Io vado a Giampilieri”.  Dal suo racconto percepiamo la necessità di andare. Verso quei luoghi conosciuti. Per passione. La passione per il suo lavoro. La passione per la sua gente. Lo seguirà Alberto Linghitano di Onda TV. 

In auto fino al bivio sulla Statale e poi su, a piedi, lungo la linea ferrata, in silenzio, solo scambiandosi sguardi d’intesa. In senso inverso, scendono gli abitanti di Giampilieri, silenziosamente, con addosso e nelle borse quello che sono riusciti a portare via. “Già da questi primi passi nella tragedia percepivo il dato più inquietante che i primi scatti consegnavano alla mia mente: la cancellazione -racconta con gli occhi aperti sul passato. C’era il cartello della stazione, ma non c’era più la stazione, ancora salendo un altro cartello stradale dietro cui non c’era più quel villaggio dove da ragazzo amavo passeggiare o andavo a ballare”. 

Dino Sturiale era già stato sulle scene di altri disastri (in Irpinia, a Sarno) ma stavolta era diverso. Si trovava dentro luoghi conosciuti che non riusciva più a riconoscere. «La macchina fotografica è come un filtro, isola gli elementi e rischia di non dare una visione di insieme ma -ci spiega- questa volta il velo si squarciava e mi sentivo immerso in quella storia».

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Sturiale durante un incontro al quale è presente anche Di Pietro

Continua a camminare verso la piazza, dove gli segnalano che i danni più gravi sono in via Puntale. Sturiale, da buon conoscitore di quelle viuzze, fa il giro ma una volta arrivati si rende conto semplicemente che la via non c’era più. “C’era solo un cumulo di fango che aveva travolto e unificato le case che si fronteggiavano nella salita -continua il fotoreporter- noto dei dettagli familiari della casa di Katia Panarello, che conoscevo e che sapevo essere in ospedale. Li fotografo come simbolo di speranza”. Si ferma Dino. Katia, infatti, si spegnerà dopo diciannove giorni al policlinico di Messina, dove era arrivata con in braccio il bambino di due anni della sorella salvato da Simone Neri.

Nel racconto di Dino Sturiale prende il sopravvento un colore che unifica il fango, le lacrime, il cielo scuro dei suoi ricordi: il grigio. Da questo colore indefinito escono delle figure che hanno segnato l’esperienza del fotografo. Nino Lonia, che avendo perso famiglia, parenti e amici “con serenità e senza una lacrima guidava i gruppi dei soccorritori nei luoghi dove cercare qualche sopravvissuto”. Giuseppe De Luca, brigadiere che con uno strano cappello vagava tra le macerie, come uno zombie che aveva perso tutto e salvato alcuni bambini. E poi le mani dei soccorritori, l’attenzione sacrale con cui i Vigili del Fuoco prelevavano e riponevano oggetti personali che emergevano dal fango. Reliquie, trasportate come i doni all’altare, da consegnare alle famiglie. 

Nel ricordo Sturiale, che qualche giorno prima aveva perso il papà, ai colori si sostituisce un odore. QQuando dal fango venivano fuori i corpi -continua il fotografo con voce profonda- nell’aria si diffondeva un esalazione acre, che bruciava in gola e nel naso”. L’odore della morte non si dimentica. Ma è un passaggio lieve nel racconto di un fotoreporter che ha rispettato quella tragedia, di cui si è sentito parte, rinunciando a foto macabre o a immagini virulente. 

“Sono rimasto con i piedi nel fango e con gli occhi negli occhi della gente per quattro giorni consecutivi, tornavo a casa solo per dormire: Fino a quando mia moglie non mi ha nascosto tutte le scarpe, obbligandomi inserire quella drammatica storia all’interno della storia quotidiana della mia vita”. Non parla dei funerali-evento in cattedrale di cui ricorda unicamente il saluto di Nino Lonia, che si è staccato una attimo dalla corteo funebre per abbracciarlo. Ma ci racconta della sua personale battaglia con Bertolaso, dal quale è alla fine riuscito ad ottenere le scuse ufficiali in Consiglio dei Ministri, dopo non avere potuto partecipare, poiché ospite indesiderato, all’ultima conferenza stampa in cui il capo della Protezione Civile continuava a rivolgere ingiuste accuse di abusivismo per le costruzioni nelle zone alluvionate. Alla fine, come ad un reduce, gli chiediamo cosa resta di un’esperienza del genere. “Le tragedie esasperano i caratteri degli uomini. Così ho incontrato il peggio e il meglio dell’umanità. Ma -conclude- mi è rimasto dentro quello spirito di comunità che visto negli occhi e nelle azioni di quei sopravvissuti che pensavano più agli altri che a se stessi”.

Domenico Siracusano

Attore e osservatore dei fenomeni sociali e politici, scrive da quando i giornali di quartiere erano di carta e si credeva che un bell’articolo di analisi potesse smuovere le coscienze e forse le montagne. Nel 1997 fu il primo a parlare di casta e gettoni di presenza, beccandosi minorenne una querela, poi ritirata, da un consigliere di Quartiere. Affianca la scrittura all’organizzazione di viaggi con il CTS. Un giorno scriverà di luoghi e destinazioni lontane e sarà un inviato specialissimo.