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La storia della Vara, tra fede e tradizione

Troppo spesso della Vara si conoscono solo gli aspetti più evidenti. La processione, la girata di via I Settembre, la folla di fedeli e curiosi che puntualmente invade la città. Il tutto a discapito della sua storia, che è ricca di spunti interessanti anche per comprendere meglio il passato di una città sempre in bilico tra splendore e miseria. A parlarcene è Nino Principato, architetto e cultore di storia patria, che quest’anno l’assessore Sergio Todesco ha voluto accanto a sé per gestire al meglio l’edizione del 2013.

“La Vara -spiega Principato- inizialmente nata come carro trionfale per celebrare l’entrata di Carlo V a Messina nel 1535 reduce dalla vittoriosa impresa di Tunisi e La Goletta contro Ariadeno Barbarossa, fu successivamente trasformata in machina devozionale raffigurante l’Assunzione della Vergine in Cielo. La sua rappresentazione scenografica ne fa una delle più celebri ed antiche machine festive europee ancora esistenti, con le sue otto tonnellate di peso ed i suoi 13.50 metri d’altezza”.

A quando risalgono le origini della Vara? “La più antica testimonianza scritta, che finora si conosce di una machina dedicata alla Vergine Assunta, è quella di Francesco Maurolico che nel suo “Sicanicarum Rerum Compendium” del 1562 scrive: “…Lectica quae Assumptionem Deiparae Virginis quotannis ad medium Augusti mensis repraesentat”. Analoga machina laica fu descritta anche da Niccolò Jacopo (o Colagiacomo) D’Alibrando nella sua opera “Il triompho il qual fece Messina nella Intrata del Imperator Carlo V” scritta nel 1535.

La Vara è ricca di figure non sempre immediatamente ecifrabili. “Partendo dalla piattaforma del cippo, sulla quale è rappresentata la dormitio Virginis (morte della Vergine) la cui bara era contornata dai dodici apostoli secondo la disposizione canonica delle pitture bizantine, la cosiddetta koìmesis toù theothòkou, salendo sono raffigurati i “Sette Cieli” (il Paradiso) che l’Anima della Madonna attraversa durante la sua ascensione. Poi, in aderenza alla concezione tolemaica dell’Universo (la Terra al centro e il Sole, la Luna e gli altri pianeti ruotanti intorno ad essa) il Sole e la Luna girano sorreggendo nei raggi più lunghi  fanciulli vestiti da angioletti. Ancora più su è stato collocato il globo terracqueo con le stelle fisse che sostiene altri angioletti (un tempo erano quattro, a simboleggiare le Virtù Cardinali) e, al culmine, la figura di Cristo che con la mano destra porge l’alma Maria (l’Anima della Vergine) all’Empireo, dove c’è la beatitudine e la diretta visione di Dio”.

Le influenze letterarie sono piuttosto evidenti. “Sicuramente quella de La Divina Commedia di Dante, che contribuisce ad avvalorare l’ipotesi di un intervento di Francesco Maurolico, dotto scienziato ed umanista messinese del Cinquecento, mentre a progettarla dovette essere Polidoro Caldara da Caravaggio, che aveva curato anche la realizzazione degli archi trionfali eretti per celebrare l’ingresso a Messina dell’imperatore Carlo V. In origine tutte le raffigurazioni della Vara erano viventi ma a poco a poco, dopo gli incidenti del 1681 e del 1738, risoltisi miracolosamente senza vittime e le vibrate proteste di intellettuali ed organi di stampa specialmente nell’Ottocento, i bambini furono tolti nel 1866 e sostituiti da angioletti di legno e di cartapesta. Anche l’uomo rappresentante Gesù Cristo e la giovinetta tredicenne impersonante la Vergine, ricordati dall’architetto e pittore Jean Laurent Houel nel 1776, che nella sua opera Viaggio pittoresco nell’Isola di Sicilia stampata a Parigi nel 1784 descrive in termini entusiastici la processione della Vara, furono sostituiti da statue lignee. Scomparvero così anche l’antica tradizione del dialogo in dialetto fra il Cristo e la Vergine (riportato da Placido Samperi nel 1644) e la questua della ragazzina che impersonava Maria, vestita del costume indossato sulla Vara e con l’aureola in testa, nei giorni successivi alla processione”.

Un apparato così pesante come si muove? “Munita in origine di ruote, dopo il 1565 queste furono sostituite da pattini in legno (oggi d’acciaio) per consentirne il trascinamento sul selciato. E a trascinare la Vara, mediante lunghe gomene, è il popolo messinese, con l’azione congiunta di capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e del comandante, al grido di Viva Maria!. Come annotava il giornale L’illustrazione popolare nel 1888 Quell’urlo selvaggio, clamorosissimo di tante migliaia di bocche fa venir la pelle d’oca, fa levare il cappello alle anime pie, fa scorgare una lagrima -conclude Principato- ed è ancora così”.