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Un diritto negato

“Prodotto del concepimento”. Così Domenico Granese, primario di Ginecologia e Ostetricia del Policinico definisce nella sua memoria la bambina di 22 settimane che due anni fa una donna di 38 anni ha partorito da sola in bagno perché il medico di turno, Leone Scurria, obiettore di coscienza, si è rifiutato di assisterla. Una memoria che per il difensore della donna, l’avvocato Antonello Scordo, fa acqua da tutte le parti, al punto che sta valutando l’opportunità di denunciare anche Granese, che a livello giudiziario ha già il suo da fare per altri scandali che di recente hanno coinvolto il suo reparto. Intanto per Scurria è arrivata una richiesta di rinvio a giudizio da parte del PM Liliana Todaro e l’ udienza è stata fissata per il 16 febbraio prossimo.

La storia, una donna alla terza gravidanza che è ricoverata al Policlinico per un aborto terapeutico visto che la bimba che portava in grembo era affetta da gravi malformazioni, è di quelle che fanno riflettere su come sia necessaria una revisione della legge 194 del 1978. E non certo in senso restrittivo come vorrebbero alcuni. Soprattutto rispetto al ruolo dei medici, che trincerandosi dietro l’obiezione di coscienza si rifiutano non solo di praticare le interruzioni volontarie di gravidanza, comprese quelle terapeutiche, ma anche di prestare assistenza.

“Questi medici devono essere denunciati per omissione di soccorso -ribadisce con forza la ginecologa Luisa Barbaro, Direttore dell’Unità Operativa Consultori Area Jonica dell’Asl 5 e Dirigente del consultorio di via del Vespro, da trent’anni in prima linea per tutelare la salute delle donne. Il medico che si dichiara obiettore ha la facoltà di non praticare l’aborto, ma non può esimersi dal fornire assistenza. Non è pensabile mettere a rischio la vita delle donne che prendono una decisione così dolorosa, quali che ne siano i motivi, rifiutandosi di fare il proprio dovere”.

A raccontare la storia che per l’ennesima volta ha portato il Policlinico di Messina nell’occhio del ciclone è l’avvocato Scordo. “Vista la malformazione della bambina, la mia cliente decide per l’interruzione di gravidanza. È ricoverata l’11 giugno del 2010 e verso mezzogiorno le praticano la prima stimolazione con candelette vaginali, necessarie per provocare quello che in realtà è un parto a tutti gli effetti. La seconda stimolazione è praticata alle 14.45, la terza alle 20, la quarta a mezzanotte. Tra la terza e la quarta, verso le 23, la mia cliente inizia a stare male e ad avere forti contrazioni. L’infermiere di turno, Giovanni Ardizzone, chiama il ginecologo Scurria che è montato di guardia alle 20 e gli descrive le condizioni della paziente. Senza uscire dalla propria stanza il ginecologo prescrive la somministrazione di uno Spasmex (un antispastico che invece si prescrive proprio per calmare crampi e contrazioni, ndr). Del resto l’infermiere stesso, come poi ha confermato nella propria deposizione, ha detto alla mia cliente che non sarebbe venuto nessuno perché il medico di turno era un obiettore di coscienza. Lasciata da sola con la madre che cerca di seguirla come può, verso l’una e mezza del mattino passa l’ostetrica che, senza neanche visitarla ma dando solo un’occhiata superficiale, le dice che ci sono solo 2 centimetri di dilatazione e che non espellerà il feto prima del mattino dopo. Pochi minuti e la mia cliente partorisce da sola in bagno la sua bambina senza che nessuno del personale del Policlinico fosse presente”.

Scurria, e la sua versione è avvalorata da Granese che comunque non era presente, sostiene di avere proposto per due volte alla donna di recarsi in

sala travaglio e che quest’ultima si sarebbe rifiutata. “Non è assolutamente vero -puntualizza l’avvocato Scordo. Ma le pare che un medico fa quello che dice una paziente? La verità è che questa donna è stata abbandonata a se stessa e di questo ne risponderà chi è colpevole. L’hanno persino accusata di volersi disfare della bambina perché non voleva altri figli. Ma sei mesi fa la mia cliente ha avuto un’altra figlia e questa è la migliore prova del fatto che anche quest’accusa è falsa e che invece desiderava diventare madre ancora una volta”.

Su questa storia dolorosissima la competenza è della magistratura, che deciderà con un regolare processo. Il problema però è un altro: l’altissimo numero di medici obiettori di coscienza e le difficoltà cui vanno incontro le donne che decidono di interrompere la gravidanza. La 194, dopo millenni di barbarie su tavoli da cucina prima o negli studi di medici compiacenti poi, dà alla donna il diritto di scegliere. Perché alla fine solo di questo si tratta: la possibilità di scegliere, responsabilmente e consapevolmente, se si può o si vuole mettere al mondo un figlio. Se si sarà in grado o no di amarlo, proteggerlo ed accudirlo. Per sempre però, non solo quando è piccolo e carino e fa tanta tenerezza.

La ginecologa Luisa Barbaro

Dai dati della relazione annuale del ministero della Salute presentata nell’agosto del 2011 si vede un’Italia a “macchie”, con un numero bassissimo di medici obiettori di coscienza in Valle d’Aosta ed una media nel resto del Paese che oscilla tra il 50 ed il 90 per cento. La Sicilia si attesta sull’80 per cento, ma il dato per Messina è ancora più alto, al punto che, come racconta Luisa Barbaro, “proprio perché ci sono tre ospedali in città, come Asl riceviamo meno di una decina di richieste l’anno ma a causa dell’altissimo numero di medici obiettori di coscienza mi è anche successo di dover supplicare per avere un posto a Capo d’Orlando o alle Eolie. In ogni caso qui il problema è un altro: la prevenzione e la possibilità di accedere senza problemi alla pillola del giorno dopo. Invece mi arrivano continuamente segnalazioni da parte di donne, soprattutto ragazzine, cui viene negata con la scusa dell’obiezione di coscienza. C’è anche chi si è sentita dire che provoca emorragie e che si rischia di morire. Nulla di più falso, perché la pillola del giorno dopo, e qualunque medico lo sa, non è un farmaco abortivo. Si limita ad inibire la fecondazione, che è cosa ben diversa. I medici che la negano, incorrono in un reato penale e possono essere denunciati ed è bene che questo si sappia”. 

Dai dati forniti dal Centro di aiuto alla vita “Vittoria Quarenghi” si evince come gli aborti legali eseguiti in città nei tre ospedali cittadini Piemonte, Policlinico e Papardo nel 2009 e nel 2010 sono stati rispettivamente 270 e 304, 194 e 219, 71 e 303: in pratica, in un anno il numero di interruzioni di gravidanza è raddoppiato, passando da 465 a 826.

Cosa c’è dietro questi numeri? Ovviamente la mancanza di informazioni sulla contraccezione, soprattutto tra le extracomunitarie e le giovanissime. Perché è evidente che è questo il problema di base. In un Paese come l’Italia dove l’età del primo rapporto sessuale si abbassa sempre di più, ma non aumenta in proporzione la conoscenza dei metodi non solo contraccettivi ma anche di riduzione delle malattie a trasmissione sessuale (che sono sempre più diffuse) e dove ogni anno 14 mila adolescenti restano incinte, forse sarebbe meglio iniziare a lavorare seriamente sulla prevenzione.