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Tsipras e il referendum, Andò: “Sconfitti euroscettici e professionisti dello sfascio dei sistemi politici”

Tsipras
Tsipras

Il voto greco di domenica nell’analisi di Salvo Andò, presidente nazionale LabDem. “L’esito del referendum svoltosi in Grecia ha sicuramente rafforzato Tsipras e il suo governo.

Pare innegabile, infatti, che il Primo  Ministro, incassando un voto di fiducia così massiccio da parte del popolo greco, abbia sconfitto chi dall’esterno manovrava per destabilizzare la sua maggioranza.

Non sono chiari, invece, gli effetti che questo voto avrà in Europa. Il fatto che il ministro delle Finanze Varoufakis, che in questi mesi ha interpretato con più durezza la linea della  contestazione delle politiche rigoriste dell’UE, si sia dimesso per facilitare la riapertura di un dialogo tra Grecia ed Europa conferma, in un certo senso, l’ambiguità  di questa consultazione referendaria.

Ai greci è stato chiesto di dire no alle proposte dei creditori internazionali, non di mettere in discussione la permanenza della Grecia in Europa o nella zona euro. E il primo segnale di una ripresa del dialogo può venire dalla decisione, quasi certa, con la quale la BCE, la Banca Centrale Europea, metterà a disposizione delle banche greche una liquidità di emergenza proprio per consentire la riapertura degli sportelli.

Tenuto conto di ciò, è assai probabile che il voto referendario sia destinato a incidere non solo sui rapporti tra la Grecia e l’Europa, ma sullo stesso destino delle politiche di austerità. Il presidente della Repubblica italiana ha fatto in questo senso, già pochi minuti dopo l’ufficializzazione del risultato del referendum, importanti valutazioni che non potranno non influire sulle decisioni che nei prossimi giorni assumerà il governo italiano in sede europea.

Mattarella ha spiegato che si aprono adesso in Europa nuovi scenari, che la linea della solidarietà deve caratterizzare in modo più incisivo le relazioni tra i popoli che convivono all’interno dell’Unione Europea, che gli indirizzi di politica economica devono essere sorretti da una larga condivisione da parte di tutti i Paesi membri e quindi non devoluti ad accordi intervenuti tra alcuni Stati.

Se è questa la lezione che viene dal voto, certamente il dialogo che si cerca di riavviare non dovrebbe portare a decisioni punitive nei confronti della Grecia, bensì a un rilancio delle politiche dell’integrazione sulla base di una interpretazione meno fiscale delle politiche del risanamento economico, tali da consentire quella crescita che queste politiche non sono state finora in grado di garantire.

Salvo Andò
Salvo Andò

Insomma, dopo questo voto dovrebbe essere ridimensionato il peso dei falchi che da Bruxelles decidono il futuro dell’Unione Europea sulla base di criteri che riguardano soltanto la regolarità dei conti pubblici. Dovrebbe essere ripensato il sistema di protezione dell’euro, che non può non dipendere da maggiori poteri riconosciuti all’UE in materia di politica economica. Dovrebbe cessare quel duopolio franco-tedesco che oggi governa l’UE e che si è rivelato incapace di prevenire la crisi greca e di gestirla una volta che essa è esplosa.

E’ vero che non c’è uno Stato europeo, ma è anche vero che il modo più serio per favorirne gradualmente l’avvento  pare essere quello  di garantire nella forma e nella sostanza il rispetto di un metodo, allorché si prendono le decisioni, che esalti la natura tendenzialmente federativa dell’Unione.

Da questo punto di vista, oltre ai falchi che vigilano sui conti in ordine, dal voto greco escono sconfitti euroscettici e professionisti dello sfascio dei sistemi politici, in Europa e negli Stati membri, che erano arrivati ad Atene dall’Italia e

da altri Paesi per potere celebrare una vittoria condivisa. Una  vittoria da spendere “nel pollaio nazionale”, spiegando che se il miracolo è accaduto ad Atene oggi, domani potrebbe accadere a Roma.

L’interpretazione che Tsipras dà del voto referendario conferma la volontà dei greci di stare nell’Unione europea e nel sistema euro, fa emergere  una  distanza incolmabile tra le posizioni di movimenti come quelli dei grillini e dei leghisti e il partito del Primo Ministro greco, Syriza, rende insostenibile la presenza nel  governo del ministro Varoufakis, che si era spinto troppo in avanti sulla posizione antieuro.

Tsipras esce più forte del referendum, ma ancora più responsabilizzato in ordine alla svolta che è chiamato a realizzare nelle politiche economiche e, soprattutto, in quelle sociali del suo governo.

Dalla vicenda greca scaturisce un messaggio di cui non si può non tener conto in UE. Gli europei hanno deciso di stare insieme anche per potere più efficacemente lottare la povertà. Questo obiettivo era centrale all’interno del progetto di  Stato europeo pensato dai padri fondatori. E, quindi, non si può stare in Europa e avere riconosciuta la cittadinanza europea e al tempo stesso essere costretti a vivere in condizioni che contraddicono la dignità umana.

Cioè, la politica dei sacrifici deve essere caratterizzata in uno stato sociale di diritto, come quello che si è affermato in Europa, da tagli alla spesa pubblica che risultino ragionevoli. Se dalla vicenda greca l’Europa saprà trarre la giusta lezione, il referendum di domenica scorsa può non rappresentare una sconfitta per l’Europa, bensì un evento davvero importante  per fare ripartire il processo di integrazione.

L’Europa è attraversata da una seria crisi che non riguarda soltanto la situazione economica dei suoi Stati membri, bensì lo stesso sistema dei valori su cui si regge il progetto dell’Unione Europea, che non può essere interpretata come una Unione di Stati diseguali sul piano delle quote di sovranità che ciascuno Stato riconosce all’UE né come un’organizzazione sovranazionale attraverso la cui attività via, via vengono a erodersi le garanzie delle libertà individuali e collettive che si sono affermate nel corso del secolo scorso all’interno degli Stati attraverso lotte sociali di cui si avverte il segno chiaro nello stesso impianto delle Costituzioni.

Il disincanto  dei cittadini europei, anche di quelli più europeisti, è il prodotto di questa scoperta. Della scoperta di un’Europa che non fa progredire i diritti, ma anzi oggettivamente contribuisce a svalutarli. E in questo senso è stato un ulteriore errore quello compiuto dall’Europa quando si è opposta alla celebrazione del referendum in Grecia.

Si è consolidata nell’opinione pubblica l’idea di un’Europa che guarda con atteggiamento ostile a una prova di democrazia qual è quella referendaria, perché convinta che l’unico modo di difendere la tenuta del processo di integrazione sia quello di limitare le libertà democratiche dei cittadini di Paesi membri, anche attraverso l’imposizione di modifiche costituzionali.

L’Europa che si è dimostrata ostile al referendum è la stessa Europa che non riesce a parlare chiaro di fronte agli attentati alla democrazia compiuti del regime ungherese, che prosegue nella sua opera di snaturamento dello Stato di diritto sbeffeggiando l’Europa che cerca il dialogo senza riuscire a imporre il rispetto di quegli standard democratici grazie ai quali l’Ungheria è stata ammessa  in Europa.

L’Europa che ha paura della democrazia finisce con lo smentire la propria storia di continente dei diritti, dove è nato lo Stato sociale e con esso l’idea rivoluzionaria di una democrazia emancipante, che non si limita soltanto a fare rispettare le forme di legalità previste dallo stato di diritto, ma persegue l’obiettivo dell’eguaglianza sostanziale che ha rappresentato un necessario punto di riferimento per tutte le nazioni che nel secolo scorso hanno imboccato la via della transizione democratica”.