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Torrenti, emergenze e mancata programmazione

Che i torrenti che attraversano Messina siano ben 72 non è un mistero per nessuno. Quello che invece non è chiaro è perché, nonostante sia evidente che l’intero territorio comunale è a rischio dissesto idrogeologico da decenni, per non dire secoli, nulla si sia fatto per programmarne in maniera adeguata la messa in sicurezza. Intanto l’autunno è arrivato, l’amministrazione comunale segnala diligentemente le allerte meteo, l’ultima la settimana scorsa, ma a parte questo c’è ben poco. I torrenti trasformati, quando va bene, in strade continuano a rappresentare una minaccia concreta e costante ad ogni ondata di pioggia un po’ più consistente delle altre, ma la grande assente sul palcoscenico di questa tragedia annunciata è la programmazione. Quella che consente, dopo uno studio attento e razionale, di individuare le criticità maggiori, di predisporre progetti, presentare richieste di finanziamenti, ottenerli ed intervenire. Invece niente, vuoto assoluto. Quando piove un po’ più forte del solito inevitabilmente i messinesi pensano all’alluvione dell’1 ottobre 2009 e, privi di qualsiasi difesa come sono, possono solo sperare che la prossima volta non tocchi a loro. 

Uno degli studi più completi sull’argomento, e anche questo è un dato significativo perché risale a 14 anni fa, è il numero monografico di “Città & Territorio” del gennaio-aprile ’97. Dopo alcuni eventi particolarmente significativi anche se privi di conseguenze mortali dell’ottobre del ’96 (ma non fu così il 27 settembre dell’anno dopo, quando la famiglia Carità ed il cingalese Simone Fernando persero la vita travolti dalla pioggia nella zona nord della città) la rivista edita dall’amministrazione comunale decise di uscire con un numero monografico sull’argomento. 

Un gruppo di geologi si mise al lavoro e analizzò 65 dei 72 bacini idrografici di Messina. Per ciascuno di questi redasse una scheda tecnica nella quale si evidenziarono le caratteristiche topografiche, pluviometriche e geologiche e le trasformazioni apportate dalla mano dell’uomo. Nei paragrafi relativi alla “Generalità e fattori antropici” si descrivono in dettaglio sia lo stato dell’alveo del torrente esaminato che le conseguenze determinate da piogge particolarmente consistenti. 

La relazione, soprattutto alla luce della tragedia dell’1 ottobre 2009, è agghiacciante. Nero su bianco, c’è tutto quello che c’è da sapere per iniziare quantomeno a ipotizzare ad una programmazione che punti alla messa in sicurezza del territorio. Invece niente. Come denuncia Santi Trovato, il presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Messina nell’intervista allegata a questo articolo, per l’intero territorio provinciale dal 1997 ad oggi si sono spesi oltre 300 milioni di euro in interventi-tampone che però non riescono ad evitare i disastri. Anche se per mettere in sicurezza l’intero comprensorio peloritano, Nebrodi in testa, probabilmente non si potrebbe spendere meno di un miliardo di euro, la stessa somma utilizzata per gli aggiustamenti a macchia di leopardo investita in programmazione avrebbe sicuramente evitate qualche lutto. 

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Anna Giordano

“Si fermeranno solo quando avranno cementificato fino all’ultimo centimetro quadrato di questa città -commenta Anna Giordano, responsabile del WWF a Messina. Le tragedie determinate dagli eventi alluvionali sono solo negli ultimi anni ma, come riportano le cronache della città, anche nell’Ottocento, evidentemente non hanno insegnato nulla. Personalmente comunque, fatti salvi ovviamente gli interventi necessari per la messa in sicurezza dei torrenti, dal mio punto di vista questi ultimi dovrebbero essere restituiti alla loro funzione naturale, quella di far defluire le acque, e nient’altro”.

All’inizio di settembre il PD di Messina ed il segretario cittadino Peppe Grioli misero sul banco degli imputati l’amministrazione comunale proprio per la totale mancanza di programmazione. Fatto questo, che secondo Grioli da solo giustificherebbe le dimissioni in massa della Giunta di Palazzo Zanca. Perché tra i 70 comuni siciliani che sono riusciti ad inserirsi nel POR FESR Sicilia 2007-2013 Messina, che sonnecchia tranquilla su 72 torrenti, brilla per la sua assenza. Nell’elenco della Regione ci sono proprio tutti, da Agrigento a Ravanusa, da Randazzo a Santa Venerina, da Patti a Savoca, fino a Porto Palo e Rosolini. C’è anche Scaletta Zanclea, che con il villaggio di Giampilieri condivise la tragedia dell’alluvione dell’1 ottobre 2009, ma il capoluogo peloritano no. E questo, nonostante molte aree della città sia state inserite nel Piano di Assetto Idrogeologico. Non avendo pronto un solo un progetto cantierabile, ma avendo a disposizione solo delle schede tecniche, Messina è rimasta fuori da questa prima tranche di finanziamenti. Ovviamente, si può ancora sperare nella seconda fase, ma nel frattempo, visto che quando le somme saranno esaurite non ci sarà più nulla da fare, nel frattempo si dovrà sperare che non accada ancora qualcosa di irreparabile. 

“È stata elaborata -scrisse allora nell’editoriale il direttore responsabile della rivista, il capo ufficio stampa del Comune Attilio Borda Bossana– una radiografia territoriale che porta alla luce i guasti derivanti dalla costruzione di strade negli alvei dei torrenti, dalla chiusura di tombini stradali, dagli insediamenti edilizi direttamente sulle acque di impluvio, dal’abbandono della coltivazione delle campagne, dalla rottura dei muri di argine dei torrenti, dal disboscamento ed erosione delle zone montane”. 

Nell’aprile del ’97 era già stato scritto tutto. I quattro morti del ’98, gli avvertimenti nel corso degli anni (fra tutti le piogge eccezionali del 2007), le 37 vite spezzate nell’ottobre del 2009 evidentemente non sono serviti a nulla. Perché è vero che gli interventi successivi a quest’ultimo tragico evento hanno reso Giampilieri la zona più sicura della città. Ma è una zona, appunto. Il resto del territorio è totalmente indifeso e pericolosamente a rischio, non un solo euro è stato destinato alla programmazione della messa insicurezza e visto che è noto che Madre Natura si muove a proprio piacimento, non è detto che la prossima “bolla d’acqua”, quella che nel 2009 distrusse la zona sud della città, non decida di cadere altrove.