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Tony Canto, un’esistenza che si nutre di bellezza

Tony Canto

“La mia esistenza è la mia unica certezza / e non prevede concorrenza / perché si nutre di bellezza”. Basterebbe questo verso preso da La strada, prima traccia del suo primo disco, a dipingere un ritratto sufficientemente completo della persona Tony Canto.

L’artista, quello lo descrive il suo curriculum. Chitarrista di Mario Venuti dal ’96, autore, compositore, arrangiatore e produttore, ha pubblicato tre dischi, suonato dal vivo in lungo e in largo ben oltre i confini europei, strizzato l’occhio alla televisione con la sua presenza a Parla con me di Serena Dandini, scritto musiche per film tra cui il brano Ti amo Italia (per la colonna sonora del film BenurUn gladiatore in affitto), musicato da Nicola Piovani e vincitore del premio Mario Camerini per la miglior canzone da film del 2013, e tanto, tanto altro che dimostra come Tony  Canto sia un personaggio-chiave per la sopravvivenza del buon cantautorato italiano.

All’anagrafe di nome fa Antonio, ma di cognome fa proprio “Canto” e probabilmente gli avrebbe fatto comodo sapere che la risposta alla domanda “Cosa faccio nella vita?”, che lo teneva sveglio la notte quando ancora ragazzo lavorava in uno studio legale, era così a portata di mano. Ma andiamo con ordine.

Dove e quando è nato? “Sono nato a Messina, precisamente sul tavolo di una cucina di un appartamento in via Garibaldi, il 6 novembre 1964”.

Che studi ha fatto? “Mi sono laureato in legge. Fino a trent’anni ho fatto l’avvocato e insegnato diritto previdenziale, mentre di sera andavo in giro per locali a suonare, finché non ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla musica. Era il 1994 e avevo già una figlia di tre anni. I miei parenti mi davano del pazzo, mi dicevano “hai una figlia piccola, devi garantirle un futuro”. Ricordo perfettamente una conversazione con un vecchio zio, gli dissi qualcosa come “io ho il dovere di rendere felice prima di tutto me stesso.  La bimba il futuro se lo garantisce da sola, io sono convinto che come esempio di vita un padre sorridente sia meglio di un padre frustrato. Chiaro, i genitori sbagliano sempre, ma se sono felice io, il resto andrà da sé”.

Ha iniziato a suonare, beato lei, in pieni anni ’70. Quali sono gli artisti che l’hanno influenzata di più? “Lo ammetto: il primo disco che ho comprato era di Barry White. Sono cresciuto ascoltando Elton John con mio fratello che è più grande di me, poi i Pink Floyd… ma il mio più grande fanatismo musicale sono stati i Police. Amavo molto anche il Pino Daniele dei tempi d’oro, di grandissimo aiuto durante le mie giovanili schitarrate da falò”.

Ha viaggiato tantissimo: a quali luoghi è più affezionato? “Rio de Janeiro. Quando ci vado cambio faccia, divento un’altra persona. La

cosa che più adoro di quel posto sono questi garage adibiti a bar in cui la gente comune è libera di fare delle brevi esibizioni, tipo cantare o recitare poesie. Entri in quei posti da solo e dopo dieci minuti sei amico di tutti, ma amico veramente. Un  senso di comunione che non riesco a raccontare a parole. L’altro posto che esercita su di me un fascino particolare è quasi l’estremo opposto, un luogo freddo: Parigi”.

Lei ha scritto una canzone, 1908, che parla del terremoto che in quell’anno ha distrutto Messina. C’è una sua teoria su quel che è successo e sulle conseguenze. “Io percepisco una sorta di depressione atavica, come se qui qualsiasi iniziativa, qualsiasi entusiasmo fosse smorzato per paura che arrivi un’altra catastrofe a buttare giù tutto. Lo scenario della mattina del terremoto è stato qualcosa di molto vicino a un’apocalisse, senza contare le conseguenze, i morti, la distruzione. Aggiungiamoci pure i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e si capisce perché non è sbagliato dire che Messina ha il lutto nel cuore. Dal 1908 ad oggi sono passati poco più di cento anni, che non sono abbastanza per elaborare un lutto del genere. Anche i ragazzi, senza saperlo, hanno assorbito quest’energia negativa dai genitori o dai nonni, e questo spiegherebbe perché molti talenti messinesi riescono ad esprimersi più facilmente lontano da qui. C’è un verso specifico della canzone che parla di Messina come una città “chi cecca u curaggiu pi risuscitari”. Eppure mi sento ottimista, sento che qualcosa si sta muovendo”.

Il lato del suo carattere che è più legato all’essere nato e cresciuto a Messina? “Nel bene e nel male, il fatalismo: seguo la mia vita come un lettore segue un romanzo. Ho vissuto quattro anni a Milano e mi sono reso conto che questa è una caratteristica tutta siciliana. E poi il mare, i chilometri di costa, essere circondato dal blu, la vista costante dell’orizzonte… queste cose mi hanno influenzato tanto sin da bambino”.

Un angolo della città a cui è particolarmente legato? “Una piccola piazza rotonda a via degli Antoni, vicino al viale Boccetta, dove ho vissuto fino a quattro anni. Ci passavo i pomeriggi a giocare a pallone. E poi la campagna di San Piero Patti, sui Nebrodi”.

Cos’è che per lei conta di più? “La libertà. La libertà di gestirmi il mio tempo, ma soprattutto la libertà di opinione. Con una chitarra in mano sono autorizzato a dire tutto quello che voglio”.

Tirando un po’ le somme, qual è il principale aspetto negativo del fare il lavoro che fa? “Lo sforzo costante di evitare compromessi che possano minare la mia dignità di persona e di artista. Sono molto selettivo nelle mie scelte professionali, accetto solo proposte che mi permettono di esprimere il mio personale taglio artistico e questo significa anche rinunciare a più facili guadagni. Ma la verità è che va benissimo così. Mi ritengo un uomo di successo per il semplice fatto che sto bene con me stesso”.