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Il Tirone e le alternative

Se ne parla da parecchi anni, ma di concreto c’è ben poco. È uno dei progetti più discussi e contestati, difeso a spada tratta dall’amministrazione comunale, l’assessore Scoglio in testa, e ovviamente dai progettisti, bocciato senza riserve da cittadini e addetti ai lavori. Il progetto per la riqualificazione del Tirone, che prevede un partenariato pubblico-privato dove quest’ultimo ha un ruolo decisivo su tutti gli aspetti, persino sulla programmazione, continua a suscitare polemiche. Franco Cavallaro, amministratore delegato della STU Tirone, sostiene che le banche non concedono i finanziamenti a causa delle contestazioni di chi vorrebbe che le palazzine, il centro commerciale ed il megaparcheggio li andassero a fare altrove. Accuse che l’architetto Luciano Marabello del gruppo “Comunità Urbana”, restituisce al mittente. “I mutui, le banche non li concedono in base agli umori dei limitati movimenti cittadini di opinione, ma piuttosto nel caso specifico in base alle mancate certificazioni antimafia di uno dei soci, in base ai livelli di crisi economica del socio pubblico, in base infine allo scetticismo di un altro socio (forse il più solido?), in un’operazione che sulla carta è vantaggiosa, ma con questo contorno di fatti e non di opinioni, spesso instabile e insicura. Insomma i vertici della Società in questi undici anni hanno venduto alla città e poi alle banche una suggestione e su quello hanno costruito la macchina della spesa”. E allora come si potrebbe uscire da questo empasse? “Comunque vada questa vicenda occorre una via d’uscita. Primo perché Comunità Urbana non si vuole incartare in una guerra, poi perché occorre affermare non il blocco di tutto, ma piuttosto la cultura dei buoni progetti, sperimentando un metodo d’intervento sui beni comuni meno impositivo, più condiviso e più fattivo, partendo dal possibile e costruendo qualità. Il Tirone è solo un esempio: luogo fragile con un significato che occorre svelare e ricucire con la forza innovativa di progetti misurati e sostenibili. L’errata vocazione attribuita dal progetto presentato attraverso l’incremento del terziario e del commerciale, l’esagerato dimensionamento del parcheggio derivato dall’incremento di attività private insediate, l’eccesso di residenze intensive, lo spazio pubblico che non è visto come elemento di connessione fra le parti e l’interpretazione errata del quartiere in relazione alla città intorno, hanno determinato insieme con una delega totale delle scelte urbanistiche e di processo al promotore finanziario, un grande pasticcio”.

Una soluzione immediata allora quale potrebbe essere? “Occorre la ricostruzione di ruoli, parti e attori nella vicenda urbana Tirone, un afflusso di partecipazione di cittadinanza ai processi di decisione attraverso esperienze precedenti indicate nei programmi europei in tema di rinnovo e di ridisegno delle città. Un esempio potrebbero essere la Carta di Lipsia ed i sistemi partecipativi nell’ambito delle politiche delle città sostenibili contenuti nei programmi di housing e rigenerazione o i programmi di scambio di buone pratiche ampiamente strutturati in Europa (Hopus, Urbact e altri). E questo per arrivare ad un serio concorso sull’area fondato sulle idee, sull’economia reale e non sulla sola finanza”. Se invece l’amministrazione si intestardisse a proseguire sulla strada già segnata cosa potrebbe succedere? “Il rischio non è solo che la STU si estingua per autoconsunzione, ma che i singoli elementi progettati non raggiungano l’obiettivo e che i soldi pubblici del Contratto di Quartiere II si esauriscano sia per la localizzazione dell’intervento di edilizia pubblica,

sia per i costi connessi. Insomma, oggi la perdita di finanziamento pubblico che si pone in caso di non approvazione o di ulteriori problemi societari o politici, sembra essere stata perseguita anche con il progetto di via Pascoli, con i suoi appartamenti ed il centro commerciale. Che è dissipativo, costoso e fortemente impattante con una porzione di versante acclive da consolidare e tirantare. Causare l’aumento dei costi e la difficoltà dei lavori in presenza di alternative semplici è sempre una cosa difficilmente comprensibile e giustificabile sia per ragionamenti economici sia per valutazioni ambientali di elementare buon senso. Già tre anni fa, quando “Comunità Urbana” sollevò i dubbi sulla localizzazione del palazzo per uffici di 12 piani in via Cadorna e delle residenze pubbliche a ridosso del bastione di Santa Barbara, perché non si avviò lo studio per la ricollocazione degli alloggi di via Pascoli al posto del non credibile palazzone di via Cadorna? Si potevano guadagnare tre anni prevedendo di realizzare tutto in un luogo più semplice e già urbanizzato, integrando gli alloggi pubblici eventualmente mancanti con una nuova edilizia di contesto nel borgo, mirando a politiche di mix sociale e accompagnamento dei processi di integrazione sociale e mantenendo gli abitanti nella stessa area”. E come mai non si seguì questa soluzione? “Per il no pervicace dei promotori finanziari, e per le sole mire di profitto dei privati non negoziate dal socio pubblico. Se chi ci rappresenta e ci amministra non sa più portare avanti le politiche di equilibrio, di controllo e d’indirizzo tocca allora alla “politica” di cittadinanza richiamare alla responsabilità e fornire analisi e suggerimenti delle scelte praticabili (e in questi tempi Messina produce molte esperienze civiche). Occorre passare dal decisionismo urbano che non mostra al momento neanche efficienza e potenza economica, alle buone pratiche di riformismo urbano, produrre forti iniezioni di democrazia nei processi, nelle pratiche partecipative, nella strutturazione delle domande e degli strumenti operativi e scientifici che conducono alle risposte. Il tema si può concentrare sugli apporti pubblici e privati fondati su altre regole, su forme di autorganizzazione di pezzi di società per la costruzione della città, su forme progettate e sulla costruzione di un palinsesto materiale e immateriale di senso urbano. Un racconto urbano che avvenga in quella parte di città, ma non solo, non per inventarsi musei immobili ma motori di vita e di forme economiche sostenibili. Una slow city centrale, un quartiere ecologico derivato dalle politiche delle smart city e dai filoni attivi nei programmi e nelle misure europee che muovono alcuni strumenti finanziari e traggono spunti dallo scambio di buone pratiche delle città attraverso i protocolli europei URBACT II”. Ma tutto questo può essere applicato in un contesto urbano come quello di Messina? “Gli esempi pilota di quartieri smart possono avere applicazione e declinazione locale, unendo la scommessa dell’innovazione con quella delle risorse esistenti, del recupero storico e della formazione continua e rimodulazione dei saperi materiali, rigenerando e dando futuro alle maestranze dell’edilizia impoverite dalla mono-economia cittadina. Un investimento diffuso in cui sul palinsesto generale condiviso tra i soggetti attivi nella città si ricontrattino apporti tra esperienze e pratiche civiche e istituzioni della rappresentanza e in cui su un progetto condiviso si articolino poi l’investimento operativo privato (ma sottoposto a gare e concorrenza), quello auto-organizzato, semi pubblico o pubblico che dovranno agire su parti precise, su nodi costruiti e innovativi del palinsesto”.