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Teatro, dottrina e rito: il regista Walter Manfrè indaga nell’oscurità dell’animo umano senza perdersi mai

“È una scoperta, un passaparola, una goccia che diventa rigagnolo e poi torrente e scorre con la forza di un fiume in piena. Cercate il teatro di Walter Manfrè nelle vostre città, nei luoghi nascosti e oscuri, nelle culle segrete dei carbonari della cultura, cercatelo sotto la cenere del vecchio teatro che non esiste più. Con Manfrè il Teatro è vivo”. Questo scrisse lo scomparso e rinomato critico Ugo Ronfani sul “Teatro della Persona”, definizione programmatica da lui coniata per sintetizzare la poetica del cammino registico di Walter Manfrè, ideatore di una serie di peculiari messe in scena nelle quali, abbattute le distanze fra pubblico e spettatore, quest’ultimo si ritrova coinvolto nella storia senza che ciò cambi la storia stessa. Dal canto mio, forse sottolinearlo è un’ovvietà, non è che non fossi riuscita a trovare le parole per tessere le lodi di quel teatro, ma ho preferito non farlo direttamente giacché a generarlo, quel teatro, è stato un regista che stimo ma che guarda caso è anche mio padre. Non sarei stata politically correct. Allo stesso tempo, però, non sarei stata onesta con me stessa se, avendo deciso di intervistare un siciliano del mondo dello spettacolo, non avessi scelto mio padre. Perché così come lui mi ha vista nascere, io ho visto nascere l’artista che è. I cappelli alle interviste, è norma sacrosanta, devono essere brevi, ma in questo caso mi concederò il lusso, mai concessomi in 3 decenni di giornalismo, di fare un’eccezione. Avevo pochi mesi quando mio padre studiava recitazione alla Scuola del Teatro Stabile di Catania, pochi anni mentre lavorava come attore con registi quali Mario Landi, Andrea Camilleri, Orazio Costa, Aldo Trionfo e Franco Enriquez, quando è stato aiuto regista di Carlo Lizzani e del maestro Andrzei Wajda. Ne avevo 7, di anni, quando è stato premiato al Teatro Festival di Catania come migliore regista giovane per la messa in scena di “Fando e Lis” di Arrabal, spettacolo che ricordo perfettamente. Ne avevo invece 19 quando ricevette un riconoscimento speciale dell’Istituto del Dramma Italiano per l’originalità delle sue regie: quella sera ero presente. In tutta franchezza non l’ho mai visto fermo, impegnato fra spettacoli tradizionali e progetti sul terreno della ricerca. L’ho visto dirigere mostri del nostro Teatro quali Paola Borboni, Pupella Maggio, Raf Vallone, Nando Gazzolo, Ottavia Piccolo, Paola Pitagora, Giuseppe Pambieri, Giancarlo Giannini, Massimo Venturiello, Carlo Delle Piane, Sergio Rubini, Jean Sorel. E ho visto sopraggiungere per lui la fama, sia in Italia che fuori dai suoi confini, con il suo “Teatro della Persona” del quale fanno parte gli spettacoli “La Confessione”, “La Cena”, “Visita ai parenti”, “Il Viaggio”, “Il Vizio del Cielo”, “La Cerimonia” e “Le voci umane”, alcuni dei quali sono approdati anche in Russia, Austria, Francia, Svizzera, Spagna, Inghilterra, Argentina, Cile, Perù, Bulgaria, Uruguay ed Egitto. In ultimo, forse stanco ma non pago, l’ho visto tornare in Sicilia e fondare l’International Theatre Centre – Scuola internazionale di Teatro per attori, registi e operatori culturali – il cui Manifesto dichiara tra l’altro una cosa nella quale fermamente credo: “Il Teatro è insegnamento di vita”. Grazie per i tuoi insegnamenti, papà.

Maestro, come ti chiamano in tanti, cosa ne pensi di quest’intervista non del tutto usuale dato il grado di parentela che ti unisce all’intervistatore? “Innanzi tutto la sorpresa nel sapere che tu abbia voglia di sapere più cose di me… assai più di quante tu non ne sappia già. O meglio, cose diverse da quelle nostre familiari, che si intersecano inevitabilmente, a tratti, con quelle che riguardano il mio lavoro. Sappi che ho sempre pensato che la mia vita è stata ed è il teatro e che sono stato presuntuoso a pensare di poter fare bene il padre e l’uomo di teatro con la stessa devozione. Mi sento in debito sul terreno del padre e in credito su quello di sacerdote del teatro. Confesso inoltre di sentirmi in imbarazzo perché so di voler eliminare ogni impulso narcisistico, spesso inevitabile in chiunque sia intervistato, e soffocare sul nascere ogni tentazione di “bugia” che potrebbe annidarsi tra le pieghe di qualunque risposta. Così mi pongo davanti a te”.

Sei tornato in Sicilia dopo aver vissuto fuori quasi per tutta la vita. Perché? E perché proprio nella provincia di Ragusa? “Sono tornato in Sicilia perché chiunque vi sia nato e sia “maredipendente” non può non tornarvi. Inizialmente avevo pensato di fermarmi solo per un anno, essendo rientrato per seguire un progetto del Cara di Mineo riguardante l’emigrazione, ma tutti sappiamo cosa è stato di quell’organizzazione. Poi altre meno impegnative occasioni di lavoro nate nei dintorni, a Vizzini, Comiso, Ragusa, mi hanno indotto a fermarmi negli Iblei e ho trovato qui la mia vera dimensione. Straordinariamente umana. A Comiso ho creato il mio Centro internazionale di Teatro e sono qui, a un passo da Noto, Ragusa Ibla, Kamarina, Modica, Punta Secca, Siracusa. Un sogno. Certo, pur dolendomi ciò che sto per dire, un posto dove non mi sarei mai fermato è Messina: la mia città natale che ho amato visceralmente senza essere ricambiato e che mi sono limitato a scrutare standole intorno senza quasi più entrarvi. Se si eccettua infatti la parentesi di direttore artistico della sezione prosa al Teatro Vittorio Emanuele, direi che ho sempre preferito mantenere almeno un minimo di distanza e ne è prova la mia esperienza pluriennale, nella veste di cui sopra, al Catonateatro di Reggio Calabria. Dalla riva opposta potevo guardare Messina senza che potesse farmi male”.

Perché Walter Manfrè decide, e certamente in giovane età, di non fare più l’attore e di dedicarsi alla regia? “Il passaggio definitivo alla regia, per chi è stato attore per 15 anni in Compagnie importanti e sotto direzione di maestri come Andrea Camilleri, Andrzej Wajda, Orazio Costa, Aldo Trionfo, Franco Enriquez, Carlo Lizzani e altri meno noti, ma non necessariamente meno maestri di quelli già citati, come Giovanni Cutrufelli e Romano Bernardi, può accadere per due motivi. Il primo, perché si è presuntuosi, vanitosi e si ritiene che fare il regista possa dare più potere, denaro e sesso di quanto non ne abbia un sia pur bravo attore. Il secondo, perché più che l’applauso del pubblico si ama la conoscenza dei testi e delle idee e non si vede l’ora di aprire un rapporto dialettico con quei testi e quelle idee. Intendo dire, insomma, che vengono fuori la voglia e la necessità di dialogare con Pirandello, Čechov, Ibsen e che ci si sente all’altezza di portare avanti un confronto con questi geni del pensiero, avendo però ben chiaro che da questo confronto si può uscire perdenti. E avendo l’umiltà di riconoscerlo. Io, nonostante in tutta onestà non ho mai disdegnato né il potere né il denaro né tanto meno il sesso, ero determinato e spinto da questa seconda esigenza. Passavo il mio tempo a leggere testi teatrali a voce alta, cercando di capire come avrei potuto trasmetterli al pubblico inventando magari un escamotage che, emozionandolo, potesse provocare in lui una riflessione. Questa è stata la ragione per cui, dal 1983 in poi, ho deciso di abbracciare la regia”.

La domanda si presta sicuramente a una risposta molto vasta, ma sono certa saprai sintetizzare più di quanto riuscirei a fare io: quali sensazioni e quali riflessioni ti sono passate e ti passano per la testa su questo momento storico segnato dalla pandemia del coronavirus? “Penso che il COVID-19 abbia provocato reazioni molto diversificate negli esseri umani a seconda delle caratteristiche psichiche. Senza però entrare in particolari sfaccettature, sostanzialmente dividerei in due categorie l’umanità che ha attraversato e sta attraversando la pandemia. Ci sono quelli che di fronte a tutti i sentimenti di paura e rabbia, e in extremis direi anche di claustrofobia, mettono da parte questi loro sentimenti e tendono a tornare a una normalità che a mio avviso non può più essere, occultando a se stessi la situazione oggettiva che riguarda più in generale la nostra Terra che abbiamo negli ultimi secoli deturpato. Ci sono poi quelli che cercano di apprendere dalla situazione e da ciò che provano, analizzando, nel bene e nel male, la risposta del nostro Pianeta e della propria anima. Questo secondo gruppo, al quale appartengo, sa bene che più di qualcosa va assolutamente resettato, se non rivoluzionato a livello personale, interiore e anche collettivo. Inutile girarci intorno: siamo dentro un mutamento epocale o di Era geologica. Perché come una mattina i dinosauri che popolavano la terra si estinsero e apparve, ahimè, l’uomo, potrebbe accadere che un giorno l’ultimo uomo si risvegli e si ritrovi da solo circondato da miliardi di testine coronate che hanno preso il suo posto. Io adesso sto aspettando risposte dalla scienza e dal caso più che dai ministri dei nostri Governi. Sarà una lunga terribile guerra. Tutta comunque da raccontare. Ma chi ha la mia età avrà meno guerra da raccontare di chi oggi ha 20 anni. E questo mi fa rosicare”.

Di questi tempi, e coronavirus a parte, si parla molto di crisi del mondo del teatro e della cultura in genere. Molti ne parlano soprattutto in relazione ai tagli che hanno colpito anche questo settore, come del resto quello dell’istruzione e finanche della sanità. Cosa ne sarebbe stato del teatro se questi tagli non ci fossero stati? Quando diresti sia iniziato questo declino? E poi, si tratta di una crisi determinata unicamente dalla mancanza di mezzi economici o la decadenza di valori nella politica e nella società danno il loro contributo? “Da quando faccio questo lavoro sento dire dai politici che ci sono pochi soldi e persino che “non c’è una lira”. Dal 2008 ho riscontrato sulla mia pelle che finalmente, o sarebbe meglio dire purtroppo, quest’affermazione corrispondeva al vero: era arrivata la grande crisi. La verità, però, è che il teatro è per sua natura povero e se non lo si capisce subito o lo si tradisce, ci si ritrova col culo per terra. D’altro canto, è altrettanto vero che in Italia i soldi si sono sempre trovati per alcuni che hanno detenuto il potere culturale in base all’autocertificazione di esserne loro i rappresentanti. Di questi ricchi del teatro culturale, foraggiati in maniera esagerata dallo Stato qualunque fosse il Governo, alcuni sono ancora in vita e continuano a realizzare i loro disegni e i loro desideri quasi per diritto divino. Salvo piangere davanti alle telecamere osando proteggere i lavoratori dello spettacolo, i quali non sono più tutelati dai loro ridicoli sindacati, ma per l’appunto dal pianto dei ricconi amici del ministro. Quando mai i grandi amici del potere rosso hanno avuto problemi a trovare i soldi per realizzare un loro progetto? E oggi, non si autocertificano forse sindacalisti pronti a perorare la causa delle povere maestranze? Ai tempi di Andreotti e Craxi tutti si mangiavano i soldi, ma almeno li facevano mangiare anche agli altri… Erano anni che non mi sbracavo così e in questo momento mi sento molto meglio”.

In Italia, negli ultimi 30 anni, abbiamo assistito, o almeno questa è la mia visione personale, a una sorta di calo del talento attoriale, voglio dire che mi sembra che il livello degli attori, almeno in termini di percentuali rispetto al passato, sia più basso. Sei d’accordo? E se sì, vorresti dirci secondo te perché? “Il calo attoriale di cui parli esiste ed è direttamente imputabile al declino di cui ho appena parlato. L’avvento della televisione più bieca, poi, induce l’attore medio di oggi a puntare direttamente al successo e alla popolarità, collegati al guadagno, senza il passaggio attraverso la formazione della propria anima e della propria coscienza, bypassando cioè la conoscenza del nobilissimo passato anche recente del nostro panorama teatrale. La risposta sta dunque in due domande fra loro connesse: cosa intendiamo per teatro? Il teatro ha ancora lo stesso valore che aveva per le generazioni passate, quando si indagava l’anima dell’uomo cercando di analizzarne i caratteri affinché lo spettatore ne riscontrasse la verità e potesse riconoscersi nelle vicende narrate sulla scena? Magari! Staremmo fra il migliore ‘700 e la metà del ‘900. Un teatro vetusto, ma puro. Un teatro che, cominciando a conoscere Freud partorisce Čechov, Ibsen, Strindberg e Pirandello, essendone figlio al tempo stesso. Poi la vita, la morte e la storia a partire dal ‘900 prendono il sopravvento. E le guerre mondiali, Dakau, Hiroshima, la paura del nulla più angoscioso, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la scoperta del cervello, suggeriscono a Beckett e Munch descrizioni di radiografie di un essere umano ormai alienato e deformato e ne terrorizzano i sogni trasformandoli in incubi. Tematiche terribili ma sublimi, se fagocitate dall’arte. Ma il teatro, per sua propria natura, più che arte è religione. Così lo spettatore, che non ha voglia di pensare, rinnega il teatro, lo abbandona e lo tradisce. E quale amante più solerte e devoto e corruttore di un sorridente Berlusconi, lui sì, uomo del secolo e della Provvidenza, può farti volare nell’oblio della goduria e della ricchezza e, perché no?, del sesso, senza neppure la delicata malinconia di Fellini? Cosi l’attore, sacerdote di Eschilo, diviene buffone di corte. Mestiere per esercitare il quale non c’è bisogno di annoiarsi frequentando l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico o qualsiasi altra scuola degna di menzione”.

Negli Anni ’80 subentra nella drammaturgia la tendenza all’iperrealismo. Nell’ultimo decennio dove guarda la drammaturgia in Italia? “Per quanto riguarda l’iperrealismo quello che dici è vero. Riguarda un po’ tutto il cammino percorso dal progresso artistico che corre parallelo a quello scientifico. E non c’è da stupirsi. La Storia dell’arte inizia, dicono i libri dei licei, quando l’uomo primitivo vede i mammut brucare l’erba e decide di raffigurarli sulle pareti delle caverne: copia la realtà. Poi pian piano si evolve e la figura raffigurata sulla pietra reclama una sua fisionomia, un suo movimento e l’uomo la segue e la racconta aggiungendo il proprio rudimentale sentimento fino a trasfigurarla, a deformarla… e poi da Giotto si arriva a Masaccio con Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso: relitti umani che ritroviamo nel ‘900. Ma già allora abbiamo saputo che la follia che deforma il cervello deforma anche i nostri volti e ci riconosciamo negli occhi scavati dei malati di mente che circolano per le vie delle nostre metropoli e parlano un altro linguaggio: non tornito ed elegante, ma infarcito di singulti, di suoni, urla, risa agghiaccianti che caratterizzano il nostro odierno linguaggio, che io definisco metropolitano. Molti artisti, dai surrealisti in poi, hanno capito anzi sentito che quella da raccontare non è la realtà, per quello ci sono i Tg, ma le turbe psichiche che producono quella realtà. E da lì che comincia il grande viaggio dentro l’incubo, l’inconfessabile, l’impudico che c’è in ognuno di noi e che ci preme espellere e condividere: per esorcizzarlo e, volendo, raggiungere il Bene. E in Italia la drammaturgia degli ultimi dieci anni, almeno quella di contenuto, ha continuato a seguire fondamentalmente questo trand“.

Lo spettacolo “La Confessione”

Cosa caratterizza un bravo regista? Avere le idee chiare e imporre la propria visione agli attori? Avere le idee chiare e fare comunque in modo che gli attori tirino fuori del loro? Qualcosa che sia un incrocio fra le due possibilità menzionale? Altro? “Anche qui bisogna accordarsi su cosa si intende per regista. Di tipologie ne esistono varie, ma fra di esse è necessario fare un distinguo. C’è il regista “illustratore del testo”, colui che segue pedissequamente le indicazioni dell’autore, anzi le sue didascalie, e si limita a indicare all’attore su quale divanetto deve sedersi quando entra in scena e da quale quinta deve uscire quando deve uscire. Al limite può azzardarsi a dirgli “alza la voce, non ti sento!”. In genere porta una sciarpa rossa al collo e quindi tutti gli portano rispetto. C’è poi colui che ha la necessità di comunicare qualcosa agli altri e lo fa con generosità e sentimento, ma non conoscendo la tecnica della comunicazione raramente riesce nell’intento di trasmettere tutto ciò che gli urge. A volte è patetico e farebbe meglio a dedicarsi alla scrittura componendo dei “pizzini”. Regista può divenire il professore di latino e greco che, affetto da narcisismo patologico e da atavica frustrazione, si esibisce davanti alla propria scolaresca propinando oltre che una colata di lava incandescente di o ed e aperte in luogo delle chiuse e parole non scandite, anche un’interpretazione attoriale da indurre l’immortale Mito a procurarsi la morte. Regista può essere anche la nonna che, mentre al nipotino insonne sta narrando la favola di Cappuccetto Rosso, si lascia sfuggire che il cappuccetto era azzurro. Ecco, lei è il regista più dolce e creativo, più tenero e fantasioso, più originale e formativo. Infine: chi è il bravo regista? Chi fin da piccolo preferiva seguire in bianco e nero le commedie di Eduardo e imparare, dai titoli di coda, i nomi degli attori fino ai meno noti. Chi la mattina dopo cercava il testo e lo voleva rileggere. Chi leggendo un copione decide di voler chiedere all’autore le cose che non ha capito. Anche se l’autore è morto. Soprattutto se l’autore è morto. Chi aspira ad aprire un rapporto dialettico con il testo e con l’autore, rapporto che sia una lotta magari, ma finalizzata alla valorizzazione del testo e non al trionfo del narcisismo vuoto e ignorante che non di rado colpisce i registi”.

Qual è l’errore più frequente dei registi italiani o comunque di un regista? “Credo che l’errore più grande di un cattivo regista sia fare il regista. Credo che non possa essere un bravo regista chi non è intellettualmente onesto e chi non è una persona onesta, anche se una persona onesta quasi mai ha successo. Approfondire il concetto richiederebbe giorni, perciò ti prego di accettarlo così com’è. Detto questo, invece che di errori parlerei di peccati. Tutti i registi possono commettere degli errori, anzi gli errori più grossolani li ho riscontrati nei registi geniali. Il genio non partorisce sempre genialità, ma quando le partorisce esse sono riconosciute come tale da tutti. I peccati, invece, sono un’altra cosa e sono quasi tutti riconducibili a un solo semplice concetto: corruzione. Corruzione vuol dire in genere iscriversi a una lobby e le lobby sono fondamentalmente di 4 tipi: politiche, religiose, sessuali, economiche. Certo, bisognerà acquistare il tesserino di appartenenza e partecipare alle riprese televisive di manifestazioni pubbliche del partito e, secondo il seguente tariffario, si potrà avere diritto a: una partecipazione in qualità di comparsa in una puntata di Montalbano che andrà in replica solo su RAI notte da Marzullo rimanendo in fondo alla sala, una partecipazione come antagonista nella puntata di Montalbano dal titolo “Montalbano contro Godot” se appari a metà della sala applaudendo, una partecipazione nel ruolo di Montalbano nella puntata “Montalbano e il mondo gay” con la partecipazione di Lunetta Savinio nel ruolo di Medea se ti travesti da sorella del presidente del partito e ti siedi al tavolo dei relatori”.

Nella tua vita professionale c’è qualcosa che ti sei pentito di aver fatto e qualcun’altra che ti sei pentito di non aver fatto? “In realtà nella mia vita professionale ho fatto tutte le cose che avrei voluto fare, tutte le sperimentazioni e le follie che facevano pulsare il mio cervello, il mio sangue, la mia anima. Ho di certo sbagliato nella comunicazione e nella promozione della mia attività e così oggi mi capita di trovarmi plagiato da coloro che si sono innamorati delle cose che facevo io, al punto da odiarmi nel momento stesso in cui le mettevo in scena sostenendo, tra l’altro, di averle inventate loro”.

Qual è la tua paura, il tuo demone personale quando dirigi uno spettacolo? “Penso di aver sempre tenuto sotto controllo il mio demone creativo, il suo furore, la sua fretta. Prima di presentare in pubblico o al pubblico il frutto del mio coito con il mio daimon, mi sono sempre accertato del fatto che, oltre a essere suggestivo o trasgressivo o bello, tale frutto fosse anche giusto. Non ho mai desiderato di essere trascinato nella bolgia degli artisti maledetti: ho imparato presto, al liceo, che l’opera d’arte deve essere oggettiva”.

Il regista Walter Manfrè con la figlia Serena

Dopo vent’anni che “La Confessione” andava in scena hai deciso di chiedere anche a me di scrivere un monologo per questo tuo spettacolo. Ne sono stata onorata: in quel momento hai dimostrato di stimarmi e io so bene come la pensi in merito alle raccomandazioni. Quanto al mestiere di attore, i miei fratelli Alice e Manuel hanno mostrato sicuramente del talento. Alice ha abbandonato sul nascere. Manuel “chi vivrà vedrà”. Ma io, papà, che attrice sarei stata? “Ho avuto dalla vita tre figli che sono lo specchio delle mie tre anime. Serena, la mia anima anelante alla libertà, al respiro, senza freno, senza logica, hic et nunc, attenta alla necessità di non fare del male agli altri spesso senza riuscirci. Serena ha fatto teatro con me solo quando misi in scena una “Cenerentola” dove lei faceva il topolino. Aveva 6 anni e contestava ogni mia decisione di regista, rimproverandomi davanti a tutti. Tutti ridevano, io no. E perciò il suo rapporto in teatro con me finì insieme al suo rapporto con il teatro, perché lei si innamorò della scrittura e con essa convive come vissero Rodolfo e Mimì nella Bohème. In modo incostante. E se questo può forse andar bene per la scrittura non va bene per il teatro, che richiede fedeltà estrema. Alice, la mia anima anelante al bene, alla calma, alla serenità, alla saggezza. Lei è il mio enigma. Può esserci un essere così delicato? Con un sorriso così eterno e illuminato? Vorrei che fosse vero. Sarà vero? Ha recitato con me nella “Cantata dei pastori” ed è stata diligente e bravissima. Ha frequentato anche una scuola di teatro a Roma. Poi ha mollato e qualche anno più tardi mi ha comunque compensato con un bellissimo dono, mio nipote Diego. Ma Alice rimane per sempre il mio enigma… Sarà vero? Manuel, il mio Io del passato con in più una dose esagerata di rigore morale, di pudore, di educazione civica che gli proibiscono la trasgressione. Tranne quando esplode la sua “follia” e inventa mondi, crea mondi, distrugge mondi, ricostruisce mondi. Manuel si è attaccato al teatro ma è nato in un momento in cui il teatro, che ribadisco essere già per sua natura povero, non ti consente di pensare a un futuro. Lui questo l’ha capito e sta riflettendo. Vedremo”.