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Taglio dei punti nascita, infuria la polemica

Reparti indispensabili o centri di potere cui non si vuole rinunciare? Mentre in tutta la Sicilia infuria la polemica sul taglio dei punti nascita programmato dall’assessore Massimo Russo, anche Messina deve fare i conti con il fatto che entro il 30 giugno dell’anno prossimo dei 23 centri che salteranno, ben 4 (Lipari, Mistretta, Barcellona e la divisione dell’ospedale Piemonte) sono nella sua provincia. 

Questa volta però, almeno nelle intenzioni dell’assessorato, la scure non riguarda l’aspetto economico-finanziario ma la sicurezza di madri e bambini. Sotto una certa soglia di numero di parti (la tesi è nazionale e indica in 2 almeno due al giorno il numero di nascite necessarie per garantire gli standard previsti) si rischia che il personale del reparto, medici compresi, non sia più in grado di fornire un’assistenza adeguata a causa del mancato esercizio. Da qui l’esigenza di accorpare i reparti. 

“Il problema -spiega un addetto ai lavori che preferisce l’anonimato- non sono i tagli, che dal mio punto di vista sono legittimi proprio per il problema della sicurezza, ma il fatto che ancora adesso la nostra provincia non è stata attrezzata adeguatamente con strutture dislocate sul territorio. La questione è stata affrontata dal punto di vista economico (sotto i 500 parti l’anno non conviene tenere aperto il reparto), ma i problemi sono altri. La colpa di questa situazione è di noi medici. Siamo stati noi ad inventare il “cesareo del venerdì mattina”. La conseguenza di questo stato di cose è che ormai il 90% delle nascite è programmato: il 60% sono cesarei, il 30% sono parti naturali indotti con farmaci e solo il 10% dei bambini nasce quando la natura lo decide. Questa politica della programmazione “tout court” ha determinato di fatto l’inutilità di tenere aperti reparti che registrano 18-20 parti l’anno, perché ormai la quasi totalità delle gestanti sa quando partorirà e sceglie dove farlo. Tant’è che la maggior parte delle partorienti delle Eolie, per esempio, preferisce Milazzo o Messina all’ospedale di Lipari. Un dato certo, però, è che quando il personale è sottoutilizzato perde la manualità necessaria ed è per questo che si parla di bassa soglia della sicurezza. Il vero problema comunque, non è dove far nascere i bambini, ma seguire le gestanti durante i 9 mesi della gravidanza”. 

Il commissario dell’ASP 5 Francesco Poli, come dichiara nell’intervista che ci ha rilasciato, cerca di calmare le acque e sostiene che si sta lavorando alla riorganizzazione dei 27 consultori sparsi sul

territorio provinciale (24 sono pubblici, 3 privati) per potenziarli e creare una rete di assistenza efficace che dovrebbe essere pronta entro la fine dell’anno. 

Enzo Garofalo, deputato PDL

Ma la deroga che prevede la salvaguardia di cinque punti nascita a Corleone, Nicosia, Bronte, Mussomeli e Santo Stefano di Quisquina nonostante il numero di parti sia inferiore agli standard previsti ha sollevato un vespaio di polemiche che non accenna a placarsi. A prendere posizione anche il deputato messinese Enzo Garofalo, che in un’interrogazione presentata al ministro della Salute Ferruccio Fazio ha chiesto conto e ragione di una disposizione che penalizzerebbe totalmente la provincia peloritana. “Questa decisione -scrive Garofalo- sembrerebbe giustificata dalla oggettiva difficoltà o impossibilità di garantire entro tempi congrui il trasferimento delle pazienti verso strutture di secondo livello. Ma come ho già messo in evidenza  nell’interrogazione a risposta scritta del 23 giugno scorso, per la quale ancora oggi non ho ricevuto alcuna risposta, non si comprendono le ragioni dell’esclusione di strutture come gli ospedale di Mistretta, Lipari e anche di quello di Barcellona, che comunque registra oltre 500 parti l’anno. Il riconoscimento di una peculiarità geografica -prosegue Garofalo- che rientra tra le ragioni in base alle quali gli altri nosocomi hanno già ottenuto delle deroghe rispetto al piano delineato dell’assessorato alla Sanità, non può essere valido solo per alcune strutture sanitarie e disatteso per altre. Il territorio della provincia di Messina si troverebbe ad essere servito da un numero di punti nascita esiguo e mal distribuito rispetto alla sua peculiare conformazione e deficit infrastrutturale ed è necessario che il ministro della Salute indichi con chiarezza le iniziative che intende assumere perché si garantisca un livello essenziale di assistenza anche nei territori orograficamente svantaggiati”.

Le contraddizioni non mancano. Non è chiaro allora perché negli anni Lipari sia stata dotata di un punto nascita mentre Lampedusa, che presenta delle problematiche logistiche sicuramente maggiori, no. Per alcuni, una soluzione, adottata con successo già in altre regioni come per esempio l’Emilia Romagna, potrebbe essere quella di tornare per i parti che non presentano complicazioni alle nascite in casa con l’aiuto di equipe di ginecologi e ostetriche opportunamente formati. Si recupererebbe così una dimensione più umana del parto, lontano da ambienti di solito poco accoglienti e con personale non sempre sufficiente e quindi costretto a dividersi tra più partorienti. Ma in Sicilia, dove anche il semplice parto in acqua o con l’epidurale di routine sono un obiettivo lontano, tutto questo è ancora fantascienza.