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Chiuse le mense, nessuna alternativa per bambini e lavoratori

I lavoratori della cooperativa La Cascina, appena ricevuta la notizia della conclusione del servizio mensa per le scuole messinesi, avevano rivolto un appello al commissario Croce da una delle emittenti televisive locali e raccolto oltre 300 firme con una petizione popolare per risolvere la loro vertenza. Eppure fino ad oggi, tutto tace. Il 21 dicembre il servizio ha chiuso e adesso sono tutti in mobilità.

Il servizio delle mense era già in proroga da maggio scorso e non sembra ci siano possibilità che la ditta ne ottenga un’altra. “Secondo il Comune servirebbe un milione 800 mila euro- sostiene Pietro Formento, rappresentante sindacale presso la cooperativa. Noi, invece, pensiamo che un milione 200 mila euro siano più che sufficienti, visto che il resto delle entrate si desume solo dalle quote che versano le famiglie di fascia 3, con un reddito dai 15 mila euro in su”.

I bambini che utilizzano le mense scolastiche sono 4 mila e le famiglie partecipano alle spese del Comune in base al reddito. “La sospensione del servizio comporta un duplice danno, sia sul piano alimentare che su quello economico -continua Formento. Quello de La Cascina è un servizio di ristorazione collettiva ai massimi livelli perché i pasti dei bambini sono certificati dalla medicina scolastica, rispettano la correttezza e l’importanza dell’alimentazione dell’infanzia. Questo con costi contenuti per i genitori che possono permetterselo. Senza questo servizio, molti bambini non avranno un’alimentazione sana e completa”.

Le addette allo smistamento del cibo conoscono bene i bimbi e i disagi a cui andrebbero incontro. “Molti alunni hanno a mensa il loro unico vero pasto della giornata -racconta Ornella Trinchera. I genitori non sarebbero in grado di mettere loro in tavola quello che diamo loro quotidianamente. Qualche istituto ha comunicato che le mense proseguiranno anche da gennaio, non si sa sulla base di che cosa. Forse vogliono rassicurare le famiglie. Una cosa è certa, se il Comune non se ne farà carico, la maggior parte delle famiglie non potrà pagare una quota maggiore”.

Anche la situazione delle famiglie dei lavoratori non si prospetta delle migliori. Lo stipendio è bassissimo e va dai 250 ai 280 euro al mese. Somme irrisorie sulle quali però molti fanno affidamento per il mantenimento dei propri figli. “In cooperativa lavorano soprattutto donne con figli o separate- continua la Trinchera. Questo perché è un lavoro che consente a una donna sola di poter lavorare mentre i figli sono a scuola (possibilmente nello stesso istituto), stare con loro nel tempo libero e avere gli stessi giorni di vacanza. Adesso che finiremo in mobilità, è probabile che scatti il licenziamento e io come farò? Io ho 50 anni e tre figli da mantenere. Faccio lavoretti saltuari a casa di qualcuno. Fortunatamente mio marito, da cui mi sono separata, ci aiuta ed io rispetto ad altre colleghe sono fortunata. Altre non hanno altre entrate o addirittura hanno mariti in carcere”.

“Lavoro da 14 anni in questa cooperativa e non ci siamo mai potuti lamentare -puntualizza Cettina D.L. Gli stipendi sono sempre stati pagati puntualmente. Adesso ci viene a mancare un grande aiuto economico per le nostre famiglie. Io ho due figli, di cui una laureata e disoccupata. La situazione di noi lavoratori è brutta e anche quella dei 200 insegnanti che rischiano il posto, ma la cosa più grave è che viene tolta la mensa a bambini che arrivano alla sera con solo il pasto della scuola. Può capitare che qualcuno di loro mangi a cena un panino conservato dal pranzo e

nient’altro”.

Ma il taglio del servizio mensa potrebbe far saltare altri posti di lavoro, quello degli insegnanti del pomeriggio. E così, il bilancio di questa vertenza è che ci sono 4 mila bambini senza mensa, 95 lavoratori in mobilità e 200 insegnanti a casa. I numeri della vertenza La Cascina sono drammatici perché colpiscono gravemente le famiglie.

“La ripresa dell’attività di refezione scolastica è a discrezione del commissario Croce -conclude Formento. Questo perché il servizio non è considerato obbligatorio, come per la pulizia delle strade o il trasporto pubblico. Ciò significa che, qualora dovessero arrivare fondi regionali, non necessariamente sarebbero destinati alle mense scolastiche”.

“Siamo fortemente preoccupati  per la chiusura del servizio mensa -dichiara Maria Grazia Pistorino, segretario generale FLC Cgil. Che, a meno di soluzioni immediate, al momento appare inevitabile: 105 sezioni di scuola dell’infanzia e 92 classi di scuola primaria in città funzionano a tempo pieno, cioè utilizzano 2 maestri per sezione o classe. Dimezzando il tempo scuola si dimezza il personale impiegato e si perdono 197 posti di lavoro nel comune di Messina. Inoltre -sottolinea Pistorino- il tempo pieno è un modello didattico che attraverso l’apprendimento a scuola cerca di ridurre al minimo le differenze dei punti di partenza culturali delle famiglie. In quartieri difficili come Mangialupi, Villa Lina, Santa Lucia Sopra Contesse o Camaro San Paolo i bambini trovano fino alle 16,30 uno spazio ed un tempo in cui lo Stato, troppo spesso percepito ostile, è loro amico, si occupa di loro. La scuola pubblica è il luogo in cui le distanze socio-economiche-culturali dei bambini si annullano e dove tutti insieme vivono il clima sereno dell’apprendimento”.

Tocca a Carmelo Garufi, segretario generale della Filcams Cgil di Messina, sottolineare il duplice dramma dei lavoratori del servizio mensa. “Infatti -spiega- non solo dal 21 dicembre sono a casa ma che, una volta licenziati, anche nel caso di una eventuale ripresa del servizio non saranno più garantiti dalla norma che prevede il passaggio dei lavoratori quando si cambia gestione. In un momento di grave crisi come quello attuale, Messina non ha certo bisogno di perdere altri 95 posti di lavoro”.

“Le difficoltà economiche del Comune di Messina -dichiara il segretario generale della Cgil di Messina Lillo Oceano-e ancora prima una malsana gestione della regolare attività amministrativa del Comune da parte di chi lo ha governato, sta provocando lo smantellamento di tutti quei servizi  che sono stati la conquista degli anni ’90 e che hanno garantito sostegno alle famiglie sia nei casi di difficoltà che in termini di parità di chance rispetto al resto del Paese. Oggi chiediamo al commissario Croce di salvaguardare questo servizio che rappresenta un fondamentale strumento di supporto alle famiglie e ai bambini della nostra città . Non sono loro -conclude Oceano- a dover scontare gli effetti di una politica dissennata fatta di sprechi, di consulenze, di parcelle astronomiche ad amici e sodali”.

Dal consigliere UDC del III Quartiere Libero Gioveni arriva invece una proposta che lui stesso definisce impopolare ma che potrebbe contribuire a superare questa fase. “Si potrebbe chiedere una tariffa pressoché simbolica di 1,20 euro alle 1500 famiglie che usufruiscono del servizio mensa e che si trovano nella fascia esente avendo un valore dell’ISEE inferiore a 2000 euro e di arrotondare in eccesso le rimanenti tariffe di 1,74 euro e di 3,70 euro. Come è noto, infatti, la quota minima da pagare per ogni pasto è di 1,74 euro che deve essere corrisposta dalle famiglie con valore ISEE superiore a 2000 euro”. Anche questa proposta è caduta nel vuoto.

A nulla sono serviti appelli, sit-in e petizioni. Tutti a casa, quindi, insegnanti, dipendenti e bambini. E stavolta anche a digiuno.

Francesca Duca

Ventinovenne, aspirante giornalista, docente, speaker radiofonica. Dopo una breve parentesi a Chicago, torna a preferire le acque blu dello Stretto a quelle del lago Michigan. In redazione si è aggiudicata il titolo di "Nostra signora degli ultimi" per interviste e approfondimenti su tematiche sociali che riguardano anziani, immigrati, diritti civili e dell'infanzia.Ultimamente si è cimentata in analisi politiche sulle vicende che animano i corridoi di Palazzo Zanca.