Resta sempre aggiornato e seguici sui social, clicca "Mi Piace"

Stupri e maltrattamenti, a Messina 150 casi l’anno

Anche il 2011 si è chiuso con oltre 150 casi di violenza sulle donne. Ma a Messina, come nel resto del Paese, questa cifra rappresenta sì e no solo il 10 per cento dei maltrattamenti e delle violenze perpetrate in famiglia. Violenze subite non solo dalle donne ma anche dai minori, che assistono impotenti a quanto avviene e che solo raramente hanno il coraggio di reagire. Esemplare quanto è avvenuto l’anno scorso a settembre quando un bambino di 10 anni, vedendo il padre picchiare la madre con un tubo ha chiamato la polizia, che lo ha immediatamente arrestato. Ovviamente, l’uomo è stato rimesso subito in libertà e con i tempi della giustizia italiana ci vorranno anni prima di ottenere una condanna, però è stato allontanato dalla famiglia e anche questo è un risultato. “In casi come questi –spiegano al Cedav, il Centro Donne Antiviolenza di Messina il problema è la poca lungimiranza di alcuni magistrati, che non riescono a percepire la gravità dei problemi che i maltrattamenti provocano nei bambini. In un caso simile a questo, con un figlio che per anni ha visto picchiare la madre subendo quindi lui stesso una grave forma di violenza, il giudice ha concesso la custodia congiunta anche al padre, supportando la propria decisione con il fatto che le violenze fisiche erano perpetrate solo sulla madre. I traumi del bambino non sono stati minimamente presi in considerazione”. 

L’ultima indagine Istat su stupri e maltrattamenti risale al 2007 e fornisce un dato agghiacciante che secondo gli esperti del settore è sicuramente in aumento: in Italia 3 donne su dieci, oltre 14 milioni, hanno subito violenza, fisica o psicologica almeno una volta nella vita. Numeri impensabili, inaccettabili, ma che sono messi lì nero su bianco e che indicano quanta strada ancora ci sia da fare per imparare a considerare le donne persone e non oggetti di proprietà da maltrattare a piacimento e impunemente. Tanto non avranno mai il coraggio di denunciare. E il fatto che in Italia solo nell’ultima settimana siano state uccise ben sette donne, la dice lunga su quale sia la situazione reale della condizione femminile nel nostro Paese.

Ma quello della violenza non è un problema che

riguarda solo gli ambienti più degradati, perché riguarda indistintamente tutte le classi sociali. Dalle più umili alla borghesia medio-alta, ogni anno almeno 1.500 le donne messinesi che subiscono maltrattamenti. Solo una piccola percentuale però ha il coraggio di denunciare. A farlo sono soprattutto le donne di estrazione più modesta. Economicamente non hanno nulla da perdere e quando si rendono conto della gravità della situazione o trovano il coraggio di farlo, denunciano il marito, il compagno o il fidanzato che le maltratta. Più sensibili invece alla situazione economica le donne che appartengono ai ceti più alti, che preferiscono evitare di mettere in piazza quanto avviene tra le mura domestiche. Così preferiscono una separazione che garantisca il tenore di vita cui sono abituate e lasciarsi tutto alle spalle. 

Ad ascoltarle ed aiutarle il Cedav, il Centro Donne Antiviolenza fondato nel 1989. A causa della mancanza di fondi ormai si regge solo sul volontariato. Può comunque contare su 8 operatrici ma tra poco dovrà lasciare la sede attuale e trasferirsi altrove, condividendo gli spazi con altre associazioni. C’è però un cellulare acceso 24 ore su 24 che le volontarie gestiscono a turno. Tra l’altro, visto che il Cedav ha come bacino di utenza non solo la provincia peloritana, ma anche Reggio Calabria e Catania la mole di lavoro è notevolissima e il numero di volontarie è insufficiente.

Il primo passo per aiutare una donna maltrattata o vittima di abusi (non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri avviene in famiglia) dopo che le operatrici sono riuscite a convincerla ad andare in sede, è quella di fissare un colloquio con un’assistente sociale, che valuterà se coinvolgere solo la psicologa o anche l’avvocato se la vicenda sconfina nel penale. “In ogni caso -spiegano al centro- non è un’assistenza standard perché ogni storia è un mondo a sé e come tale deve essere valutata e seguita. Definire una tipologia è impossibile. Certo, se la donna che si rivolge a noi lavora e quindi può contare su un reddito e ha una famiglia alle spalle che la sosterrà nel suo percorso, ovviamente è tutto più semplice. Il dramma è quando queste donne non solo dipendono economicamente dal marito, ma non hanno neanche una famiglia che le sostenga nella loro battaglia”.