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#Storiadiuningegnerependolare. La Messina del futuro con il ponte sullo Stretto

MESSINA. Messina e Reggio Calabria oggi sono solo due finis terrae. Due punti di confine marginali della Calabria e della Sicilia. Quando fino alla fine dell’Ottocento, prima dell’avvento del treno e delle auto, il mezzo di trasporto più veloce e sicuro era la nave i tempi di spostamento erano venti volte più lunghi di quelli attuali. E così nacquero la Magna Grecia e Messina, quinta città del Mediterraneo nel cui porto naturale si poteva ospitare l’intera flotta di Lepanto. In epoca moderna, fino agli anni Ottanta del secolo scorso, si arrivava a Roma in treno in 7 ore da Milano e in 9 da Villa San Giovanni.

In queste condizioni, Messina era la città universitaria e il polo di servizi della Calabria e il sistema Messina-Reggio Calabria attraeva la regione calabrese almeno fino a Paola e Cosenza. Interi nuclei familiari messinesi sono figli di questo periodo.

In seno a tutto questo, le due ore necessarie per attraversare lo Stretto in treno senza rottura di carico, non erano percepite come perdita di tempo e non hanno impedito le corse giornaliere dei treni a lunga percorrenza che per quasi un secolo hanno unito l’Italia.

Ricordiamo la Freccia del Sud, il Peloritano, il Conca d’Oro, la Freccia della Laguna, il Brennero. In funzione del proprio reddito, ogni sera i siciliani popolavano lunghissimi treni composti da cuccette a 6 posti e a 4 posti e dai vagoni letto. Gli aerei erano usati solo da chi era rimborsato o da chi poteva permettersi di pagare 400.000 lire per un volo a fronte delle 30-50.000 per un treno.

In quegli anni io ero uno studente di ingegneria al Politecnico di Milano, viaggiavo con i miei amici e colleghi Marco, Pierpaolo, Lello e Orazio e i nostri compagni di viaggio provenivano da tutta la Sicilia. Il mio collega sardo Gavino, invece, si poteva permettere di prendere l’aereo pagando quanto noi pagavamo il treno.

Dopo la metà degli anni Novanta, io ero ormai laureato e lavoravo a Rimini, il mondo dei trasporti iniziava a cambiare. Le prime compagnie low cost (a basso costo, ndr) consentivano, con opportuno anticipo di prenotazione, di raggiungere la Sicilia con 100.000 lire. La rotta più frequentata in Italia, la Roma-Milano, iniziava a perdere passeggeri mentre li guadagnava la tratta ferroviaria omologa.

Oggi, in 2 ore e 40 minuti, da Milano e da Paola si raggiunge Roma. Da Villa San Giovanni, invece, si arriva a Napoli in 3 ore e in 2 a Messina. È quindi evidente che il capoluogo peloritano ha perso la Calabria. Le relazioni sono sempre meno frequenti e l’università ha dimezzato gli iscritti. Messina ha 40.000 abitanti in meno e Reggio Calabria ha un aeroporto inutile. E se da Reggio Calabria vuoi andare a teatro a Messina (o viceversa) a piedi non puoi farlo e devi spendere 40 euro per l’andata e ritorno sullo Stretto, con intertempi (frequenze) notturni che vanno dai 40 ai 60 minuti di attesa, oltre alla traversata.

Il futuro che si prospetta ha due soluzioni, quella dei sìponte e quella dei noponte.

Iniziamo da questi ultimi: investimento di 100 milioni di euro nel porto perennemente insabbiato di Tremestieri, tempo di traversata minimo 50 minuti, chilometri di coste erose o insabbiate dedicate a porti che ne impediscono la fruizione turistica e ricreativa, assenza di treni a lunga percorrenza per l’Italia, 8 milioni di passeggeri su mezzi privati, un milione e mezzo su pullman, 15 milioni su voli e Messina e Reggio Calabria distanti due ore. Il costo totale annuo di questa follia? Due miliardi di euro sborsati ogni anno dalle famiglie e dalle imprese siciliane.

Giacomo Guglielmo, esporto di trasporti, mobilità e Fondi SIE

Il futuro dei Sìponte prevede invece un’unica città da 600.000 abitanti, un’area metropolitana da un milione di persone (fino a Rosarno in Calabria e Barcellona PG-Milazzo e Taormina-Giardini Naxos in Sicilia) e una tangenziale a quattro corsie lunga 35 chilometri con uscita a Tremestieri, San Filippo, Gazzi, Messina Centro, Boccetta, Giostra, Annunziata, Guardia, Ganzirri, Cannitello, Villa San Giovanni, Catona, Gallico, Reggio Calabria porto, Reggio Calabria centro, Via Lia, Ospedali riuniti, Modena, aeroporto e Ravagnese percorribile in 25 minuti.

E ancora: una rete metropolitana a doppia binario con 20 fermate, un’unica città con vista sull’Etna, piste da sci, musei con Caravaggio, Antonello e i bronzi di Riace, vestigia greche e romane, università con tutte le facoltà, il migliore clima d’Italia grazie alla ridottissima escursione termica tra il giorno e la notte, il mito di Scilla e Carridi cantato da Omero, 100 chilometri di costa balneabile, l’eliminazione dei costi di traghettamento, l’aeroporto Tito Minniti finalmente vivo e davvero “dello Stretto”, treni da 3 ore per Napoli, 4 ore per Roma, 6 per Bologna e 7 per Milano pieni di siciliani non più soggetti alla “estorsione” delle compagnie aeree in alta stagione.

Il tutto alla modica cifra di 4 miliardi di euro da spendere in 6 anni, pari a meno di 700 milioni l’anno. Un costo che corrisponde a un ventesimo di quanto nel resto del Paese si è speso per i Treni ad Alta Velocità (94 miliardi) e inferiore a quelli dell’Expo (5 miliardi), del MOSE di Venezia (9 miliardi) e delle due autostrade parallele tra Firenze e Bologna, la cosiddetta Variante di valico (5 miliardi).

Giacomo Guglielmo

Siciliano a tutto tondo, cittadino del mondo, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, docente, esperto di trasporti e fondi SIE, attualmente in forze al MIUR per il monitoraggio dei fondi UE per la ricerca, pescatore con rizza trimagghi e adesso anche aspirante giornalista. Sostenitore del ponte sullo Stretto, non a caso è stato studente di Giorgio Diana, il suo motto ora e per sempre (o almeno fino a quando non lo costruiranno) è: ponte e libertà.