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Storia semiseria di un editore siciliano in terra straniera (il Veneto)

L'editore Armando Siciliano (al centro del gruppo) all'Expo Libro di Padova

Giusto perché la storia riguarda un editore si potrebbe parlare di incubo kafkiano. E’ quello nel quale è sprofondato Armando Siciliano, proprietario di una casa editrice di Messina attiva da decenni, che ha oltrepassato lo Stretto per recarsi a Padova, dove lo attendeva l’Expo del Libro. Una storia al di là di ogni immaginazione, raccontata da lui medesimo con ironia e pazienza tutte siciliane.

Inizia l’avventura

Giovedì 14 novembre, ore 8:35 circa. Parto in auto da Mestre insieme a Roberto Rapisarda, destinazione Padova, dove c’è da allestire lo stand per l’Expo del Libro, inaugurazione alle 18.

I due agenti

Proprio all’ingresso in tangenziale sono bloccato da due agenti della polizia municipale di Mestre, in sfavillanti motociclette ultimo modello, che mi fanno cenno di fermarmi nell’area dello svincolo. Richiesti i documenti, uno dei due, che chiamerò il “portavoce”, mi comunica che ho un’auto che non può circolare, causa sovraccarico. E che, quindi, devo fermarmi lì. Del freddo e del vento me ne sto fregando, ma del non sapere cosa sto ad aspettare no.

Dopo un bel po’ di minuti, Roberto Rapisarda scende dall’auto e si avvicina al “portavoce”: «Buongiorno, sono un collega dei Carabinieri». E si sente rispondere molto freddamente: «Piacere per lei». Quindi capisce che è meglio lasciarli fare e sta lì ad attendere gli sviluppi di non capiamo cosa.

I tre agenti

Il portavoce dei due smanetta a lungo con il cellulare e dopo circa 15 minuti arrivano i rinforzi: credo un superiore loro, che mi dice che con l’auto in quelle condizioni metto in pericolo tutti gli altri automobilisti … e che quindi devo svuotarla. Mi faranno una multa di 41 euro per sovrappeso, perché la mia è un’auto e non un furgone. Se si fosse trattato di furgone la multa sarebbe stata di oltre 500 euro.

Ma prima devo andare presso la locale motorizzazione “civile” per il controllo del peso. E stiamo fermi, sempre al vento ed al freddo, ad attendere non so cosa, credo un carro attrezzi che porti quell’auto così pericolosa per l’incolumità dei mestrini alla “pesa”.

Nel frattempo il “portavoce” aggira l’auto scattando con il proprio cellulare foto ai suoi particolari più significativi. Il terzo agente va via e ci saluta cordialmente … dice che si perderà poco tempo.

I due agenti verso l’ambita meta

Comincio a sentire parlare di “gente di Palermo” e di “ritiro della carta di circolazione” ed attendiamo ancora, mentre il portavoce mi invita finalmente a mettere in moto e seguirlo. Lui davanti, io in mezzo e la seconda della pattuglia (una ragazza molto taciturna) dietro, a chiudere il corteo. E così, con quell’auto pericolosissima, faccio oltre 10 km in tangenziale, in ora di punta, scortato dalle moto, per arrivare fino alla famosa “pesa” della motorizzazione “civile”.

I due agenti e i due della motorizzazione “civile”

Il “portavoce” si reca subito da un impiegato con i baffi e capisco l’aria che tira. Comincio a capire d’averla fatta grossa. L’impiegato scuote la testa, baffoni compresi … sovraccarico … ritiro della carta di circolazione … «si accomodi verso la pesa».

E finalmente arriva la prova del nove. Quella sgangherata auto che nessuno vorrebbe gratis sale sulla pesa … Nel frattempo è sopraggiunto un ingegnere: “sovraccarico … ritiriamo la carta di circolazione” bisbigliano ad alta voce tra di loro … la poliziotta resta defilata, quasi a controllare la ritirata.

E l’auto sale sulla pesa. Ingegnere, impiegato e poliziotto danno un’occhiata all’asta della bilancia con sufficienza … ma … ma l’asta non sale, si ferma … si ferma sotto il limite massimo consentito.

Ravviso nei loro cuori sentimenti di rabbia, di sconcerto … non è sovraccarico. Attimi di sbandamento, si appartano, parlottano e poi la decisione: “controlliamo i freni, quest’auto è stata revisionata da poco, ma a Palermo … e si sa lì come si passano le revisioni”. Penso a Leoluca (Orlando, il sindaco, ndr), sarà felice di sapere che a Mestre hanno delle attestazioni di profonda stima per la sua città.

E porto l’auto su dei rulli … prima le ruote anteriori … “mannaggia, i freni funzionano”, poi le ruote

posteriori, “porcaccio mondo, anche questi funzionano”. Non se l’aspettavano proprio, quell’auto termondista finora è in regola! “Allora controlliamo il fondo”.

E vado a posizionare l’auto su un’altra rampa … supero un po’ di dossi artificiali, ho paura che mi facciano fare una gimkana o che mi portino all’autodromo di Monza per vedere come tiene le curve … Il tempo intanto scorre.

L’impiegato baffone e l’ingegnere che è arrivato senza salutare e presentarsi (e se ne andrà via nello stesso modo “civile”) controllano la parte di sotto, per vedere … trovano addirittura “un graffio recente”.

L’ingegnere che parlava di ritiro del libretto di circolazione adesso continua a cercare l’uovo, o il pelo … e trova un ramo … Sì, signori miei, sotto l’auto ha trovato un ramo, di una strada di Taormina, che ha fatto con me il giro d’Italia … E quando gli chiedo: «Ma almeno l’ha tolto?».

Mi risponde seccamente: «Non è compito mio togliere i rami da sotto le auto» e decreta che posso continuare tranquillamente a circolare con quell’auto in sovrappeso, pericolosissima, a rischio sbandamento, scoppio dei pneumatici … e addirittura con un ramo d’antico albero taorminese sotto la carrozzeria.

Non possono ritirarmi il libretto di circolazione, posso riandare ad appestare le autostrade italiane. E così riparto, dopo ben due ore di “fermo tecnico” con quell’auto che in realtà è molto più pericolosa di quanto loro possano pensare: è carica di libri, di libri che raccontano di una Sicilia dall’antica cultura, di una Sicilia che oggi ha dimostrato una superiorità schiacciante nei loro confronti. Per il savoir faire di Roberto, per il ghiaccio nelle vene di Armando. Ma che figura hanno fatto e hanno fatto fare ai veneti tutti!

E l’ingegnere della Motorizzazione Civile “molto civilmente” scompare, senza salutare. E senza scusarsi. Adesso tocca ai due della polizia municipale farmi capire perché mi hanno tenuto oltre due ore fermo, sequestrato dalle loro divise.

La ragazza che non parla scrive il verbale. E il “portavoce” mi dice che ho cinque giorni di tempo per pagare una multa di 58 euro ( e non più 41 come prima) per:

“un abbagliante che non funziona” … funzionava, mancava il vetro, sì, ma funzionava;

“uno specchietto retrovisore rotto” … sì, ma con piena visibilità del traffico;

“una freccia mancante” … ed è l’unica verità:

• due ore fermo, all’addiaccio e senza poter dire nulla;

• in mezzo ad una tangenziale pericolosa, ma il pericolo vero ero io;

• con l’auto con la scritta “pa” (palermo) vicino al numero di targa;

• con la revisione fatta chissà come a Palermo (per la cronaca è stata fatta a Messina);

• in balìa di due agenti che non sapevano che pesci prendere ed hanno atteso a lungo prima di decidere il da farsi;

• in balìa di due agenti che non hanno avuto neanche il coraggio di chiamare un carro attrezzi per trasportare l’auto fino alla “pesa”: chi l’avrebbe alla fine pagato? Loro;

• in balìa delle voci ricorrenti: “ritirare la carta di circolazione”, il “libretto”, “son di Palermo”. Tutto questo per fare una multa di 58 euro per una freccia mancante.

Tutto ciò si chiama: 1. abuso della propria divisa (i due poliziotti, 2. abuso della propria qualifica (impiegato ed ingegnere), 3. sequestro senza valido motivo di due cittadini italiani (un editore e un maresciallo dei carabinieri pluridecorato per varie iniziative di pace nel mondo).

Chiedo pertanto:

1. le scuse pronte e pubbliche dell’amministrazione comunale di Mestre, 2. le scuse ancora più immediate della direzione della Motorizzazione Civile, 3. le scuse di entrambi alla città di Palermo ed alla Sicilia tutta.

Considerazioni finali

Mi riservo di chiedere risarcimento dei gravi danni morali subiti … non avevo mai toccato con mano una realtà da immigrato, anche se da anni andiamo in giro a parlare proprio di loro ed a cercare di convincere gli italiani ad essere meno razzisti. E che questi danni non siano pagati come sempre dai cittadini tutti, cioè anche da me stesso, ma esclusivamente da chi li ha prodotti, come giusto in una nazione civile. E in una cittadina che la sera prima ci aveva ospitati proprio per trattare il tema dell’immigrazione.