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Palazzo Zanca rischia la bancarotta

È uno spettro che fa davvero paura quello che aleggia su Palazzo Zanca. È il terrore della bancarotta. Un terrore appena citato, solo sussurrato, ma che incombe da tempo. Ed il ritardo nel pagamento degli stipendi di ottobre ai dipendenti comunali, erogati solo all’inizio di novembre, potrebbe essere il primo passo verso il baratro. Il Comune assomiglia ogni giorno di più ad una sorta di Corte dei Miracoli parigina, dove ciascuno fa quello che vuole, non rende conto a nessuno delle proprie azioni e dove i dirigenti si assegnano premi di 70-80 mila euro l’anno in più nonostante le casse siano ormai all’asciutto da tempo.

La denuncia del PD dei giorni scorsa è un atto d’accusa durissimo, che non lascia spazio ad alibi. Il sindaco Buzzanca si difende tirando fuori il ritornello tanto caro al suo compagno di partito Salvatore Leonardi: “tutta colpa dei debiti fuori bilancio accumulati dal ’94 in poi”. Che proprio quell’anno sia stato eletto Franco Providenti infliggendo una sonora legnata al centro destra è sicuramente solo una coincidenza. 

Così come è una coincidenza che da anni si presentino bilanci che semplicemente dimenticano i debiti delle partecipate, Atm e Messinambiente in testa, facendo credere che le cose non vadano poi così male. Ma se si è arrivati all’impensabile, gli stipendi pagati in ritardo, allora qualcosa che non va ci deve essere davvero. 

Intanto ufficialmente nessuno riesce a quantificare i debiti. Ma a sfogliare con attenzione il bilancio, si vede che ci sono 400 milioni di euro di crediti non incassati, cui bisogna aggiungerne altrettanti di debiti non pagati, che però generano contenzioso e quindi altre somme da sborsare. Intanto le entrate vanno in perenzione (istituto giuridico che prevede che se entro un certo periodo di tempo le parti in causa non dimostrano interesse per la causa pendente il giudice, dopo aver rilevato l’impossibilità di decidere nel merito, dichiarerà l’estinzione del ricorso) e non si fa nulla per impedirlo. 

“Navigano a vista -dichiara Luigi Beninati, responsabile delle politiche finanziarie del PD cittadino e assessore al Bilancio nella Giunta Providenti tra il ’94 ed il ‘98. Man mano che arrivano le somme pagano ed il ritardo nel pagamento degli stipendi dei dipendenti dell’amministrazione, cosa mai verificatasi prima nella storia del Comune di Messina, è la prova che le anticipazioni cassa che consentono una certa elasticità durante l’anno erano già state del tutto utilizzate alla fine di ottobre. Anche per i salari dell’Atm si attingerà alle somme erogate

dalla Regione: è chiaro che si tenta di soddisfare solo le necessità principali perché non si può fare altro. Ma tutto questo però, implica uscite maggiori rispetto alle entrate e sarà sempre peggio. Questa amministrazione usa lo strumento dell’anticipazione contabile, che per legge deve essere chiusa il 31 dicembre di ogni anno. Poi, con alchimie contabili la si riapre l’1 gennaio dell’anno successivo. Ma una situazione del genere non può durare e prima o poi, penso entro la primavera, salterà fuori l’incapacità dell’amministrazione di gestire questa situazione”. 

Anche perché, a tenere d’occhio lo stato delle casse di Palazzo Zanca ci sono le banche, che hanno ben chiara la situazione in cui versa l’ente e che probabilmente non lo finanzieranno fino all’infinito. Mettendo insieme tutti questi dati, non è difficile ipotizzare che entro pochi mesi si possa arrivare alla dichiarazione di dissesto. Quando in cassa non ci saranno più i fondi per pagare i servizi e gli stipendi sarà l’ora del redde rationem. A quel punto il consiglio comunale (che è il primo organo di controllo), il sindaco o il Ragioniere generale dovrebbe dichiarare il dissesto. E nel caso in cui nessuno di questi soggetti lo dovesse fare, allora toccherebbe al prefetto o all’assessorato agli Enti locali prendere in mano la situazione.

Una volta dichiarato il dissesto, si verrebbe a creare una sorta di cesoia tra passato e futuro. In città arriverebbero tre commissari nominati dal presidente della Repubblica e di lavorerebbe su due fronti: il pregresso fino al bilancio del 31 dicembre dell’anno precedente al dissesto ed il periodo successivo, che resterebbe comunque di competenza della parte politica. “Un Comune non è un’azienda e non può chiudere -spiega Beninati- perché deve continuare ad erogare servizi anche se si arriva al fallimento. Chiunque governerà la città dalle prossime elezioni, dissesto o non dissesto, dovrà comunque governarla come se quest’ultimo fosse stato dichiarato. Qui dobbiamo fare i conti con un patto di stabilità redatto in maniera non corretta, che non ha tenuto conto dei debiti delle aziende collegate, determinando indici non corretti e parametri falsati anche per gli anni precedenti. La legalità non è più la luce che guida il percorso da seguire, può accadere davvero di tutto e a pagarne le conseguenze sono i cittadini. Quello che davvero servirebbe in questa fase -conclude Beninati- sarebbe un’azione condivisa che coinvolgesse tutte le forze politiche, che dovrebbero consentire un governo tecnico che permettesse una reale programmazione per uscire da questa situazione. Resta da vedere se la politica sarà sufficientemente responsabile per attuare un progetto comune di risanamento”.