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Speriamo che sia femmina

Mi rigiro tra le mani una busta, carta opaca da 230 grammi, formato Cambridge. E’ l’invito al matrimonio di un conoscente (sì, ragazze care, la gente si sposa ancora e sì ha anche il dubbio gusto di invitarci).

A parte il mancamento per l’inevitabile dispendio economico ciò che mi rende claustrofobica è la formula, in stampatello blu, che recita “Signora Simona Piraino e Famiglia”. Tralasciando il fatto che io sono anagraficamente signora quanto Oscar Giannino ha un master, mi disturba quell’apposizione accanto al mio nome, come se non fosse elegantemente accettabile invitarmi in quanto single.

E non voglio nemmeno pensare alla selezionata scelta della composizione dei tavoli: di solito, noi zitelle siamo il jolly da incastrare in maniera discreta e finisce sempre che ci troviamo sedute accanto ai cugini italo-tedeschi di quarto grado.

O, peggio, strategicamente bloccate con la coppia di neo genitori che, per puro esibizionismo procreativo, si portano la prole (“Per la piccola pennette al pomodoro fresco ché col riso si strozza e poi, mi scalda questo? Sa, mi sono tirata il latte a casa”). E quando, col sorriso stirato che pari la sorella del Joker, fai per ringraziare i nubendi dello squisito pensiero “Io non l’ho scritto, ma è ovvio che puoi portare qualcuno”, beh, certo, magari mi porto un rottweiler.

E’ perché io sono la single, quella che viene guardata (temuta e invidiata talvolta, ammettetelo) con sufficienza e commiserazione “Non si è ancora sposata, poverina”. Non aver contratto alcun matrimonio, anche alla mia età, non è un fatto da stigmatizzare né un’onta che fa di me una reietta, intese?

La maggior parte delle donne che conosco, non le altre, segue un identico iter socio-antropologico che le porta a una progressiva perdita di individualità femminile. Mi spiego meglio: riuscendo, in un modo o nell’altro, a sentirsi un po’ donne/soggetto anche all’interno del matrimonio, sbarellano del tutto alla positività del test di gravidanza.

L’arcata sopraccigliare è il termometro della sciatteria: da perfette ali di gabbiano alla Audrey, nelle donne in stato interessante (interessante per chi? Per uno studente di ostetricia, forse) le sopracciglia prendono a vivere di vita propria, folte e rigogliose come la flora dei Giardini di Boboli. Quando si accorgono che le stai fissando con aria disgustata “Lo so, lo so che dovrei darmi una sistemata ma sai, con ‘sta storia del tri-test e del corredino, non c’ho proprio avuto tempo”.

E ne ho viste, signore, di donne incinte trasformarsi nella brutta copia di Lucia Annunziata, con la capigliatura zebrata per una ricrescita trascurata. Donne normali, donne che prima erano normali e che poi decidono di smettere. Di essere donne. Che vivono la gravidanza come una malattia e, al contempo, come uno stato di grazia estatica. Donne che smettono di essere femmine il momento in cui diventano mamme. “Beata te che lavori tranquillamente dieci ore al giorno: io con queste ragadi sto impazzendo”, dico: sei scema o nello sterilizzatore ci sono finiti anche i tuoi neuroni? Io non vorrei essere crudele ma proprio non riesco ad accettarlo, mettere te stessa nel cassetto del fasciatoio e sfanculare la tua naturale essenza, fregandotene di avere meno appeal del bifidus attivo.

Lo so, più che un post questo è uno sfogo. So che mi capirete e perdonerete questo mio outing: quaranta giorni di estenuante campagna elettorale hanno amplificato la mia accidia politically uncorrected.