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Solo un rinvio a giudizio per l’omicidio Manca

Attilio Manca

Ci sono farse e farse. Alcune vanno in scena a teatro, altre nelle aule dove si dovrebbe amministrare la giustizia. In particolare, c’è una farsa che da otto anni è rappresentata con scarso successo al tribunale di Viterbo. È quella per l’omicidio dell’urologo barcellonese Attilio Manca, ucciso tra l’11 e il 12 febbraio 2004 perché aveva operato Provenzano a Marsiglia durante la latitanza di quest’ultimo nell’ottobre del 2003.

L’ultimo atto, almeno per ora, è la conferenza stampa convocata dal Procuratore Capo di Viterbo Alberto Pazienti e dal Pubblico Ministero Renzo Petroselli, che per i modi, i toni ed i contenuti ha nauseato la famiglia e gli amici di Attilio Manca e ha suscitato perplessità anche in un magistrato competente come Clementina Forleo, che su facebook chiede chiaramente come mai sia stata esclusa la pista mafiosa. Molto più semplicemente, basta riflettere un attimo: prosciogliere i cinque barcellonesi coinvolti e rinviare a giudizio la sesta persona, la romana Monica Mileti, per cessione di sostanze stupefacenti, è la soluzione migliore. Anche perché questo reato, guarda caso, dopo otto anni è a un passo dalla prescrizione. Del resto, non era proprio il re delle farse francesi di fine Ottocento Geoges Feydeau a scrivere in una sua celebre commedia “cherchez la femme”? Pubblico servito.

“Sono indignato, davvero indignato per il comportamento della magistratura di Viterbo -commenta Gianluca Manca, fratello di Attilio. Basta guardare il video della conferenza stampa per rendersi conto delle evidenti contraddizioni in cui incorrono. La più assurda? All’inizio si buttano sulla pista della morte per droga, poi (e siamo a metà del video) ammettono il coinvolgimento della mafia ma con un risolino di sottofondo ed infine, la grande rivelazione: forse Attilio è stato ucciso da altre persone. Insomma, una grande confusione. E in 46 minuti di conferenza stampa non una parola sul fatto che mio fratello operò Provenzano a Marsiglia (come proverebbero i tabulati telefonici se non fossero stati fatti sparire) e che per ammissione di un pentito lo stesso Provenzano durante la sua latitanza soggiornò nell’Alto Lazio. Ma la cosa peggiore è che un rappresentate delle istituzioni, senza alcun rispetto per il nostro dolore, ci abbia deriso per l’intera conferenza stampa, come se fossimo dei visionari. Forse pensano di avere a che fare con degli ignoranti, con persone che non conoscono la legge, ma non è così. Ci opporremo alla richiesta di archiviazione e andremo avanti fino a quando non si scoprirà la verità sulla morte di mio fratello”.

Attilio Manca con i genitori Angela e Gino

Due giorni fa la Procura di Viterbo ha chiesto l’archiviazione per cinque dei sei indagati per la morte di Manca (tutti barcellonesi, tra loro c’è anche il mafioso Angelo Porcino, 55 anni, con una fedina penale piuttosto vivace) e rinviato a giudizio solo la Mileti, accusata appunto di cessione di sostanze stupefacenti. E sì, perché secondo la magistratura viterbese, un urologo in piena ascesa professionale, uno dei pochissimi in Italia ad eseguire all’epoca in cui morì operazioni in laparoscopia, uno che passava le giornate in sala operatoria, all’improvviso decide di diventare eroinomane e di iniettarsi non

una ma ben due dosi di stupefacenti, oltre ad assumere quantità notevoli di alcol e di altri medicinali.

Versione questa mai accettata dalla famiglia Manca, che da otto anni si batte senza sosta per ottenere la verità.

Una verità negata, in un teatro dell’assurdo dove si vuol far credere che un mancino sia capace di iniettarsi due dosi di eroina nel braccio sinistro con contorsioni che manco Houdini e che subito prima di atterrare su un telecomando, che poi risulterà essere il pericolosissimo oggetto che gli ha deviato il setto nasale e gli ha tumefatto il volto al punto da renderlo irriconoscibile (anche questa verità conclamata è stata però negata in conferenza stampa), avrà cura in un delirio da casalinga inquieta di pulire entrambe le siringhe, di mettere il cappuccio per evitare di pungersi (precauzione questa adottata da qualsiasi tossico, si sa) e gettarle nel cestino dei rifiuti. Perché lasciare la casa in disordine non sta bene, lo sanno tutti. E che per lo stesso motivo, sempre prima atterrare sul telecomando, ha cancellato tutte le impronte presenti in casa, tranne alcune sue e di suo cugino Ugo Manca, uno dei cinque personaggi coinvolti nell’inchiesta e poi prosciolti, che è tecnico radiologo presso l’ASP 5 di Messina e per il quale era stata chiesta una condanna a 10 anni nell’ambito del processo Mare Nostrum, dal quale però uscì prosciolto.

Parente affettuoso Ugo Manca, al punto che quando seppe che il cugino Attilio era morto (da subito si tentò di farlo passare per suicidio, ma gli esecutori materiali avrebbero dovuto guardare qualche puntata in più di CSI, NCIS e simili per evitare gli errori grossolani in cui sono incorsi, roba da essere bocciati in prima nelle scuole di aspiranti mafiosi) si precipitò a Viterbo, dove arrivò ancora prima dei genitori e del fratello dell’urologo e che più volte andò in Procura per chiederne il corpo.

Gianluca Manca

Fatto questo, peraltro sempre smentito con decisione dai Manca, che da sempre gridano una verità sussurrata dai più a mezza voce, ma che sembra anche la versione più logica: Attilio Manca è stato ucciso non da Provenzano, che anzi avrebbe avuto tutto l’interesse a continuare a farsi curare dal chirurgo che lo aveva operato, ma da chi a Barcellona teneva le fila dei rapporti tra la mafia e la cupola massonico-affaristica del centro tirrenico. Perché è più facile processare un uomo morto e indifeso che mettere sotto processo una cupola affaristica che fa comodo a tutti. Anche a coloro che la mattina indossano impeccabili camicie dai colletti bianchi.

Intanto oggi le telecamere di “Chi l’ha visto?” erano a casa di Ugo Manca per intervistarlo e sentire la sua versione dei fatti dopo che la settimana scorsa hanno proposto quella dei familiari dell’urologo ucciso otto anni fa. Resta da vedere se nel presentarlo ricorderanno anche che Ugo Manca è stato coinvolto nel processo per droga Mare Nostrum, che è stato arrestato e poi obbligato ai domiciliari prima a Bologna e poi a Tonnarella e che le accuse contro di lui, come contro altri coinvolti nella medesima indagine, sono cadute perché i pentiti che li accusavano sono stati ritenuti poco attendibili. Anche se sulla gestione dei pentiti da parte di taluni magistrati del Tribunale di Messina negli anni passati si potrebbero scrivere pagine e pagine.