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#Economia. Lo sviluppo delle reti a banda larga e le opportunità per la Sicilia

Banda LargaInvitalia, Telecom Italia e Italtel hanno appena firmato un accordo per lo sviluppo delle reti fisse e mobili a banda larga nelle regioni meridionali che coinvolge anche la Sicilia.

L’accordo prevede anche la realizzazione di un programma di ricerca e sviluppo di nuove applicazioni e servizi digitali, che sarà sviluppato nella sede Italtel di Carini, in provincia di Palermo (fonte: http://www.invitalia.it/site/ita/home/news/articolo10551.html) e lo schema di accordo è stato approvato dalla Giunta Crocetta con la delibera n° 65, del 4 marzo scorso (http://www.regione.sicilia.it/deliberegiunta/file/giunta/allegati/Delibera_065_15.pdf ).

A questo investimento si dovrebbero aggiungere 282 milioni di euro del FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo Rurale) e 8,5 milioni del PSR (Piano di Sviluppo Rurale) destinati alla realizzazione di reti a banda larga e ultra larga nelle aree rurali.

Secondo Ferruccio Donato della Cgil, intervistato dal Corriere delle Comunicazioni, “entro il 2016 il 57% della popolazione sarà raggiunto dal servizio. Per una volta la Sicilia non è in ritardo rispetto al resto del Paese” (http://www.corrierecomunicazioni.it/pa-digitale/32284_banda-larga-per-la-sicilia-436-milioni-di-investimenti.htm).

Lo sviluppo delle reti telematiche può rappresentare una grossa opportunità per le Regioni del Sud e in particolare per la Sicilia. Qualcuno potrebbe obiettare che spendere milioni di euro in reti telematiche sia un lusso in una Regione dove le infrastrutture fisiche sono insufficienti o che, quando ci sono, crollano letteralmente a pezzi, come è accaduto nei giorni scorsi sul viadotto Himera della Palermo-Catania.

E’ un’opinione legittima, che però non tiene conto dell’impatto dell’innovazione tecnologica sullo sviluppo economico. Infatti, investire in digitale può favorire concretamente la crescita.

L’economia digitale, del resto, è già il business del futuro. Infatti, secondo il Rapporto 2014 dell’Osservatorio Mobile &App Economy pubblicato dal Politecnico di Milano, gli italiani usano sempre più spesso smartphone e tablet per connettersi ad internet, fruire di servizi commerciali e finanziari.

La crescita del digitale in Italia è confermata dal 12° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione. Secondo i risultati della rilevazione Censis, infatti, il 71% degli italiani naviga su internet, l’85,7% dei giovani under 30 usa uno smartphone e il 36,6% un tablet.

Anche se i dati sono confortanti, si registra ancora un forte scarto tra giovani e anziani nell’uso di internet e delle nuove tecnologie. In alcuni Comuni, soprattutto del Centro e del Nord Italia, si tenta di ridurre il digital divide tra generazioni, attraverso la formazione sulle competenze digitali e i programmi di reverse mentoring, che interpretano a rovescio il concetto tradizionale di mentore: sono i giovani, in questo caso, a insegnare agli anziani come utilizzare le nuove tecnologie.

L’innovazione tecnologica sta facendo nascere nuovi mestieri e imprese. La crescita del digitale, inoltre, può sostenere lo sviluppo di attività produttive più tradizionali, come l’agro-alimentare (di qualità), il turismo e il miglioramento dei servizi pubblici.

Infine, l’economia digitale può diventare uno strumento per by-passare i noti rischi ambientali che frenano lo sviluppo economico del nostro territorio. Imporre il pizzo a un creatore di App è presumibilmente più difficile che fare un’estorsione al proprietario di un bar.

Però, non è tutto oro quello che luccica. L’innovazione tecnologica offre delle grandi opportunità, ma può accentuare anche le diseguaglianze sociali. Come ha affermato proprio in questi giorni Christine Lagarde, che non è un’attivista no global, ma il direttore del Fondo Monetario Internazionale, nella sua recente intervista su Repubblica.it l’11 aprile scorso.

Infatti, la tecnologia può creare diseguaglianze tra Paesi, ma anche all’interno dei sistemi economici, come testimonia il caso della famosa Silicon Valley in California, in cui le differenze tra i ricchi e i poveri sono cresciute a tal punto, da diventare un vero problema sociale.

Inoltre, la stessa tecnologia può distruggere posti di lavoro. Soprattutto, se l’innovazione digitale non è finalizzata a creare nuovi prodotti e servizi o a migliorare la qualità di quelli già esistenti, ma solo a rendere più efficienti i processi di lavoro e ridurre i costi di produzione.

Per questo lo sviluppo dell’economia digitale deve essere regolato e governato e accompagnato da una vera e propria politica economica digitale.

Speriamo che il progetto di sviluppo delle reti a banda larga e ultra-larga vada a buon fine e non si perda nel lungo elenco delle opere incompiute. E che la delibera della Giunta Siciliana sancisca l’inizio di un ciclo virtuoso che per una volta ci vedrebbe al pari, se non in anticipo, rispetto al Nord del Paese.

Perché per una volta che un treno arriva in orario in Sicilia, non dobbiamo assolutamente perderlo.

Fabrizio Maimone

Messinese ca scoccia e romano di adozione. Ricercatore (molto) precario, collabora a progetti di ricerca su temi al confine tra sociologia, management e organizzazione, in Italia e all’estero. Insegna organizzazione aziendale all’università ed è docente di management e comunicazione. È formatore e consulente di direzione per le migliori e le peggiori aziende, italiane e multinazionali. La sua passione per la comunicazione (non solo) digitale è seconda solo a quella per la tavola, le buone letture e i viaggi.