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Chiamatela “Giornata della Donna” per favore! Le “Feste” sono un’altra cosa…

DonneDisoccupazione femminile alle stelle, carenza cronica di asili nido, servizi agli anziani inesistenti. E ancora: mense scolastiche funzionanti che esistono solo nel libro dei sogni, il tempo pieno a scuola per tutti gli studenti un miraggio, mentre le fortunate che hanno un lavoro che non osano chiedere un part-time, spesso indispensabile per conciliare lavoro e famiglia. Questa è la radiografia della donna-tipo di Messina. Ma nelle altre città della Sicilia o del Mezzogiorno, non è che se la passino meglio.
Tante, troppe le donne che subiscono il carico totale dell’assenza di servizi sociali e scolastici che funzionino. Che da sole devono dividersi tra il lavoro (spesso in nero e sottopagato), l’educazione i figli e l’assistenza degli anziani della famiglia. Donne che se non hanno un reddito alto, ed è ovviamente la stragrande maggioranza dei casi, devono fare i salti mortali per arrivare a fine mese, soprattutto se sono separate o divorziate. E poi ci sono le vittime della violenza. Meno del 10% delle donne violentate o molestate ha il coraggio di denunciare. Le altre subiscono in silenzio. Per paura o per bisogno. Resta il fatto che sono ancora troppe le donne considerate oggetti di proprietà da mariti, compagni o ex (la maggior parte delle violenze avviene in famiglia) che non accettano un no come risposta, quale che sia la domanda.
Se c’è ancora la necessità di celebrare una Giornata della Donna c’è qualcosa che non funziona. Perché se ti pagano meno di un uomo per lo stesso lavoro, se ti licenziano appena resti incinta, se quando hai figli troppo spesso devi scegliere tra il lavoro e la famiglia, se non puoi contare su un sostegno della collettività per seguire i tuoi parenti anziani, parlare di festa è davvero fuori luogo. Allora parliamo di Giornata e impegniamoci, tutti, nessuno escluso, perché al più presto non ci sia bisogno di una ricorrenza per festeggiare l’altra metà del cielo ma le conquiste ottenute.
Certo, ci sono anche quelle che l’8 marzo lo passano in pizzeria a festeggiare non si sa bene cosa o magari in una squallida imitazione del peggio dell’immaginario maschile strillando davanti a uno spogliarellista. E allora la sfida è anche quella di far capire loro che non si può pretendere rispetto se noi per prime non ci rispettiamo e ci giochiamo la nostra dignità infilando banconote negli slip del palestrato di turno. (foto dal web)