Sfilata noponte, tra bandiere di Hamas, minacce, insulti e un 1,85% che dà da pensare
MESSINA. Una messa cantata l’ennesima marcetta estiva noponte, con in prima fila le bandiere di Hamas. La dialettica, si sa, non è il forte dei nopontisti e quindi giù insulti al Governo e al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini in particolare e, in generale, a chi invece il ponte che collegherà la Sicilia all’Europa lo vuole. Nei giorni scorsi il CIPESS ha dato il via libera al progetto definitivo ed evidentemente la paura fa 90, visto che i nopontisti locali, di solito mai più di 200 alle loro manifestazioni, questa volta sono riusciti a mettere insieme intorno a 4.000 persone.
Molte pantere grigie, ovviamente, loro sono sempre in prima fila in questi casi e numerosi giovani, adeguatamente indottrinati a ignorare il volano per il loro futuro, che permetterà loro di non essere costretti a emigrare altrove: il ponte sullo Stretto.
Certo, i numeri sono sempre dolorosi per i nopontisti. Anche calcolando che tutti i 4.000 manifestanti fossero messinesi (e non è così, c’era molta gente venuta da fuori), se si fa un calcolo matematico su quanto incidano 4.000 persone sui 216.707 residenti registrati fino ad aprile 2024 si arriva a uno sconfortante 1,85%: ben il 2,5% in più di quanto prese nel 2022 il candidato sindaco nopontista Gino Sturniolo, anche lui presente al corteo, ça va sans dire.
Una messa cantata, dicevamo, con il solito corredo di slogan a favore di Gaza (e quindi di quei criminali tagliagole di Hamas) come “From the river to the sea” e “Free Palestine” urlato tutte le volte che c’era un, almeno apparente, vuoto d’idee, fino all’affermazione involontariamente comica “La prima lotta è per il popolo pastinese” (ma non eravate qui per il ponte?), kefiah qua e là, canzoni antisioniste, parolacce, insulti e un allargamento delle ragioni del corteo davvero sconcertante: “Vogliamo l’acqua non l’armamento”, “Vogliamo una scuola, non esamifici, non vogliamo la Polizia per le strade, vogliamo spazi d’incontro e riflessione”, “Via, via la Polizia” (un classico che sta bene su tutto, come la petite robe noire di Coco Chanel), interventi nei quali si attaccava il Governo su tutto, dall’acqua agli immigrati. Tanti i coretti che per musica e parole ricordavano molto “Noi vogliam Dio” e simili
Finita qui? Ovviamente no. Immancabili le minacce (“Se dovessero aprire i cantieri ci troveranno davanti a ogni rete”, “Impediremo che la gente sia buttata fuori dalle case (riferimento agli espropri, ndr) non vi libererete mai di noi”, “Nessun cantiere si aprirà”, “Lega Salvini e lascialo legato”, “Ci siamo ripresi il nostro territorio”, “Non vincerete mai” (qualcuno spieghi loro che la costruzione del ponte sullo Stretto non è una guerra), “Oggi ci prendiamo questa piazza (Duomo, ndr), simbolo della città e della sua resistenza sin dal Medioevo”. Insomma, tutto il solito corredo di violenza verbale, anche se l’applauso quando il corteo ha imboccato la via I Settembre ha ricordato quelli che accompagnano la Vara e a quel punto mancavano solo dei cattolicissimi “Viva Maria!”.
Sulle dichiarazioni di non fattibilità del ponte meglio glissare, visto che si tratta di un concentrato di fandonie come chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’argomento ben sa. In prima fila a favore di telecamera i soliti noti, la CGIL, microsindacati, sigle e siglette varie, l’immancabile PD (che dopo Francantonio Genovese non ha più vinto un’elezione neanche per sbaglio) e presunti epigoni dell’ex PCI, tutti accomunati da una cosa: avere dimenticato che il comunista Pancrazio De Pasquale il ponte sullo Stretto lo voleva.

