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Salvatore Borsellino e la battaglia per la verità e la giustizia

Paolo Borsellino durante una manifestazione

Arrivano i nostri. L’aula ex Chimica della Facoltà di Giurisprudenza è gremita di agende rosse, simbolo di lotta, verità e giustizia.

Studenti di scuole superiori e non, curiosi, fotografi e giornalisti. Presenti oltre al Movimento Agende Rosse il comitato Addiopizzo Messina, che invita a firmare la petizione per il consumo critico.

Salvatore Borsellino entra in compagnia del Procuratore Aggiunto di Messina Sebastiano Ardita, visibilmente emozionato ma con lo sguardo forte di un settantunenne instancabile che dopo la morte di suo fratello Paolo, ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992, è sceso in campo per ricordare l’eroismo di chi “ha servito lo Stato e da esso è stato tradito” e che ogni giorno tuona contro il silenzio pesante e ancora omertoso sulle stragi e sulla trattativa con Cosa Nostra.

Salvatore Borsellino ricorda la sua Palermo, quella che non c’è più e quella che vorrebbe tornasse. La Sicilia dalla quale è fuggito a 17 anni pensando di non poterci mai costruire una famiglia, lo Stato con la sua ambiguità e le sue collusioni nei fatti del biennio ’92-’93, tanto da chiamare quelle stragi “di Stato” e commuovendo anche il moderatore Mauro Prestipino e il procuratore Ardita,che ha presentato il proprio libro “Ricatto allo Stato”.

Ed è con la stessa determinazione e forza d’animo espressa durante il dibattito intitolato “Stragi e trattativa: le mie battaglie per la verità e giustizia” che Salvatore Borsellino risponde alle nostre domande.

Oggi parliamo tanto di verità e giustizia. Per quanto i due concetti si compenetrino,se lei dovesse dire cosa manca di piu a questo Paese, cosa direbbe? “Si potrebbero fare tanti discorsi ma c’è un problema: la nostra Seconda Repubblica ha un peccato originale, le stragi del ’92-’93 e la conseguente trattativa. Io ritengo che se questo peccato non sarà eliminato possiamo anche impegnarci in cose lodevoli, ma non cambierà nulla. Non avremo mai verità e giustizia, se non laviamo via quello che sta prima, perché gli effetti si stanno vedendo oggi. Ci sono troppe ambiguità, collusioni tra questo Stato e questa mafia e se non sarà chiarito questo ritengo che non si possa guardare oltre”.

Restano i lati oscuri delle stragi, dell’agenda rossa di suo fratello mai ritrovata e sulla quale si è indagato per troppo poco. C’è a suo dire oggi un “Silenzio da Seconda Repubblica”? “Le complicità tra le forze politiche che in questi vent’anni hanno accumulato scheletri in comune nel loro armadio. Sono sempre stati legati da un silenzio ostinato e da una mentalità unica di gestione delle risorse, senza nessun tipo di opposizione. Questa è la tragedia della nostra Italia attuale”.

Abbiamo parlato di ambiguità politiche. Da ultime la nomina dell’ex Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso a presidente del Senato, Luciano Violante scelto fra i cosiddetti “saggi” dal Presidente Napolitano. Qual è la sua opinione in merito? “Grasso è stato chiamato dal Partito Democratico come mossa anti-Ingroia, poiché egli rappresentava una spina nel fianco della sinistra e aveva lo scopo di cercare la verità nella politica. E’ stata sicuramente una candidatura a sorpresa, forse neanche Grasso l’aveva messo in conto. Vedo invece con grande simpatia i giovani del Movimento Cinque Stelle, motore forse di quel cambiamento che manca. Violante è stato uno dei complici del silenzio, informato sulla trattativa e colpevole di aver utilizzato l’Antimafia per entrare in politica. La sua qualifica fa parte della strategia del Presidente della Repubblica per prendere tempo e ritengo che sia stato l’atto peggiore del suo settennato”.

Vediamo nella nostra quotidianità condotte spesso e volentieri sbagliate. Ma qual è invece la condotta giusta del cittadino,del politico e più in generale del membro della società civile? “L’unica cosa valida che ci è rimasta è la nostra Costituzione, la più bella del mondo. Basterebbe che tutti i cittadini si ergessero a difensori della nostra carta costituzionale. Partigiani come ha detto Ingroia, che per questo ha subito un provvedimento disciplinare. Credo che tutti i ministri dovrebbero giurare, all’atto dell’insediamento, di essere “partigiani della Costituzione”. Quello che succede oggi non è da Stato democratico ma da anarchia e io mi auguro che qualcosa vada per il verso giusto in futuro”.