Resta sempre aggiornato e seguici sui social, clicca "Mi Piace"

Referendum costituzionale per la riduzione dei parlamentari: un “NO” per la democrazia

Ridurre il numero complessivo dei parlamentari. Questo il quesito del referendum costituzionale sul quale saremo chiamati a pronunciarci domenica 20 e lunedì 21 settembre sulla cui inopportunità e pericolosità tanto si è detto e tanto si è scritto. Tuttavia la campagna referendaria. almeno in questa difficile fase storica, porta alla riflessione su di un aspetto, direi primario, della nostra democrazia rappresentativa: quello della qualità della classe politica. Negli ultimi 25 anni, com’è noto, la scarsa qualità dei nostri politici di ogni ordine e grado non ha fatto altro che alimentare lo iato che purtroppo separa culturalmente il cittadino italiano dalle istituzioni repubblicane, mettendone in discussione credibilità e reputazione. In questo innegabile vuoto si è inserito, accanto a forze populiste già presenti nel nostro arco costituzionale, come Lega, Fratelli d’Italia e in parte anche Forza Italia, il Movimento 5 Stelle che, con il suo motto “uno vale uno” e la sua non velata volontà di creare la figura del “cittadino totale” attraverso un’errata idea di democrazia diretta, sta inoculando o cerca di inoculare nell’opinione pubblica l’idea che il taglio lineare dei parlamentari sia lo strumento migliore per controllare l’operato di deputati e senatori e per far funzionare al meglio l’intero meccanismo istituzionale. Il tutto grazie alla perenne crisi esistenziale di una sinistra incapace di fare sintesi su valori e principi antiliberisti e in barba alle più elementari regole logiche della rappresentanza territoriale.

Appare evidente anche ai più come senza un’adeguata, normale e, permettetemi il vocabolo, “degna” legge elettorale, il “verbo” pentastellato dimostri esponenzialmente tutta la sua pericolosità per la tenuta democratica del Paese. Ma non voglio soffermarmi sull’importanza e la necessità di avere una legge elettorale: è stato fatto da addetti ai lavori molto più qualificati e autorevoli di me. L’aspetto sul quale vorrei invece soffermarmi riguarda proprio le procedure di uscita definitiva da questo pericolo populista incombente, che rischia di alterare il tessuto democratico della Repubblica.

Ritengo che il primo elemento su cui rilanciare il dibattito politico debba fare riferimento a un aspetto procedurale rilevato dallo storico francese Pierre Rosanvallon secondo cui il populismo, per porre se stesso come unica alternativa alla democrazia rappresentativa, deve realizzare una “triplice semplificazione”: politica e sociologica, in quanto concepisce il popolo come la parte sana e unita della società totalmente staccata e distante dalle élites oligarchiche; procedurale, dal momento che il dettame populista ritiene che la rappresentanza democratica sia corrotta e che l’unica vera forma di democrazia sia quella diretta; inerente al legame sociale, in quanto il pensiero populista ritiene che tutto ciò che genera coesione sociale faccia riferimento esclusivo all’identità e non all’uguaglianza di tutti gli individui e alla qualità dei rapporti sociali.

Per evitare tutte queste pericolose “semplificazioni” è dunque necessario, come indica ancora Rosanvallon, “complicare” il processo democratico sia per evitare che nessuno possa pretendere di essere il portavoce del popolo, inteso nella sua intera complessità politica, sia per moltiplicare la sovranità in quanto, dice lo storico francese, “la democrazia non si riduce a un regime della decisione. La democrazia è un regime della volontà generale, cosa che si costruisce nel tempo. Consiste nell’elaborare un progetto, una storia collettiva e non semplicemente nel dire sì o no o scegliere una persona. La democrazia non è semplicemente un regime della decisione istantanea, ma l’espressione di una volontà della Storia”.

Moltiplicare la sovranità, però, significa al contempo recuperare e rimarcare il ruolo attivo del cittadino all’interno della società civile e poiché la democrazia è anche, o meglio soprattutto, una procedura di vita comune alla quale si partecipa non solo o esclusivamente nei momenti solenni o nelle proteste collettive, la figura del cittadino attivo diventa lo strumento mediante il quale la democrazia può realizzarsi all’interno della società civile attraverso la condivisione, la fiducia e la redistribuzione.

Il cittadino deve essere sempre il protagonista attivo, così da ridare forza e vigore politico e concettuale alla rappresentanza, la quale non deve essere più intesa come mero luogo della gestione del potere, ma solamente ed esclusivamente piena assunzione di responsabilità politica e sociale nei confronti della comunità. Per tanto, con la speranza che il referendum sancisca la vittoria del “no”, è bene auspicare che questo pericolo latente per la democrazia rappresentativa possa liberare le forze politiche e sociali migliori per rilanciare il dibattito sulla piena realizzazione della democrazia.