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Racket e usura, la parola d’ordine è denunciare

Una passeggiata per risvegliare le coscienze. Ad organizzarla l’Asam, la Fai e il Comitato Addio Pizzo, che insieme al prefetto Alecci, al questore Gugliotta e al comandante dei carabinieri Domizi hanno invitato i commercianti della centralissima piazza Cairoli a ribellarsi al racket delle estorsioni e agli usurai. Perché Pasqua, così come Natale e Ferragosto, è il periodo in cui con la scusa di un sostegno ai carcerati i galoppini della malavita locale pretendono dai negozianti delle vere e proprie donazioni. Altro che regalo: una tassa per stare tranquilli. Altrimenti si inizia con la colla nelle serrature, le saracinesche incendiate e tutto il repertorio del caso. “Non ci stancheremo mai di dirlo -ribadisce Clelia Fiore dell’Asam- quando si è vittima dei tentativi di estorsione la sola strada da percorrere è quella della denuncia. Rivolgendosi alle associazioni come la nostra, che poi provvederanno ad accompagnare il commerciante o l’imprenditore in Questura per le denunce del caso”. Che risposte ci sono state dagli esercenti di piazza Cairoli? “A parole tutti entusiasti -sottolinea Fiore. Certo, c’è da vedere come si comportano nella realtà dei fatti”. E la realtà dei fatti è che nei primi sei mesi dell’anno scorso a Messina ci sono state solo 4 denunce per taglieggiamenti. Stessi numeri a Catania e Palermo, due a Caltanissetta, una a Siracusa e Agrigento. Isole felici Trapani, Enna e Ragusa, dove non si è denunciato alcunché.

Un dato è certo: secondo i dati di SOS Impresa, il 90% di imprenditori e negozianti messinesi (ma il dato riguarda anche Palermo e Catania) è vittima del racket delle estorsioni rispetto alla media, già altissima, del 70% delle altre province dell’Isola. Quantificare il danno non è semplice. Ma dai 25 mila taglieggiati del 2009 si è passati ai 30 mila del 2011 e, complice il perdurare della crisi economica, se non si metterà un freno con le denunce è inevitabile che queste cifre siano destinate ad aumentare. Intanto, chinare la testa costa e permettere l’espansione di attività criminali sottrae all’economia regionale ben cinque miliardi di euro l’anno: il 6% del Pil dell’Isola.

Clelia Fiore

“Però c’è un dato che non si può non sottolineare -commenta Lino Busà, presidente nazionale di SOS Impresa- ed è che nella Sicilia Orientale c’è un numero molto più alto di denunce rispetto alla parte occidentale dell’Isola. In ogni caso, analizzando i diversi coefficienti che ci consentono di fare delle stime, Messina è sicuramente la provincia più esposta al rischio usura. Qui più che altrove si paga per una situazione economica di maggiore fragilità. Tra l’altro, il dato peculiare di questa città è che il problema è trasversale a tutte le classi

sociali. E se riguarda non solo il piccolo commerciante ma anche i liberi professionisti o i grossi imprenditori, è evidente che combattere questo fenomeno diventa più difficile perché non è semplice portarli a processo. Tra l’altro, questo settore non è propriamente in mano alla mafia, ma a gruppi criminali organizzati che riescono a nascondere le attività illecite sotto altre apparentemente legali. Altra variante tutta messinese è quella collegata al gioco d’azzardo. Ci sono stanzette riservate, spesso in circoli “in” della città, dove si perdono somme elevatissime e dove magari al posto del denaro si chiedono in cambio favori. E anche questo è un aspetto piuttosto preoccupante perché fa fare un “salto di qualità”: si ha a che fare con gente facoltosa, importante, che riesce a occultare meglio quanto succede”.

E anche i numeri del pizzo presentati nei giorni scorsi a Palermo da Confesercenti Sicilia e SOS Impresa sono di quelli che danno da pensare. Nell’Isola lo paga un terzo delle 160 mila vittime italiane: 50 mila tra imprenditori e commercianti. I costi ovviamente variano da città e città e da zona a zona. Così si vada un minimo di 250 euro ai mille euro al mese per le attività e le imprese più grosse. Ma se vogliono stare tranquilli, ci sono supermercati che sono costretti a versare un obolo da 3 mila euro al mese, se non di più. Cifre alte anche per l’usura: 30 mila vittime in tutta la Sicilia e Messina è tra le città che ne conta di più. Intanto, nell’Isola tra il 2009 ed il 2011 centomila tra imprese e negozi sono stati costretti a chiudere.

“La crisi economica e finanziaria ha alimentato enormemente il mercato dell’usura -si legge in un documento di SOS Impresa. L’attività usuraia, pur non avendo abbandonato le zone di marginalità sociale, ha subito. In questi ultimi anni, un processo di trasformazione, diffondendosi in aree interessate da profondi processi di ristrutturazione economica e sociale, colpendo i più diversi ceti sociali. E’ in questi contesti che, accanto all’usura strettamente intesa, emerge una vasta area di sovraindebitamento che colpisce soprattutto le famiglie. Un fenomeno preoccupante perché per molti può rappresentare l’anticamera del girone infernale del “prestito a strozzo”. E’ inevitabile, come in ogni mercato, dove con il crescere della domanda si sviluppa anche l’offerta, questa, ormai diversificata, è in grado di rispondere ad ogni esigenza. Così accanto alle figure classiche degli usurai di quartiere si muove un nuovo mondo, che va dalle società di servizi e mediazione finanziaria, ormai presenti in ogni città, a reti strutturate e professionalizzate, fino a giungere a soggetti legati ad organizzazioni criminali”. 

Da mesi il Comitato Addiopizzo di Messina, l’Asam e la Fai stanno lavorando ad una campagna di consumo critico per invogliare i cittadini a comprare solo nei negozi “pizzofree”. Slogan dell’iniziativa è “Pago chi non paga”. Resta da vedere quanti e quali commercianti ed imprenditori aderiranno all’iniziativa.