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Processo Cassata, no a Repici testimone

Adolfo Parmaliana

Ci sono morti che muoiono due volte. O meglio, che si tenta di far morire due volte. Se questo non succede è perché ci sono parenti e amici che sfidando l’ostracismo delle piccole comunità e di chi detiene il potere, decidono di andare fino in fondo. A qualunque costo. Lo fa la famiglia di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona assassinato dalla mafia dopo essere stato costretto a curare Bernardo Provenzano e lo fanno i parenti e gli amici di Adolfo Parmaliana, il docente che denunciò un sistema di corruzione esteso dalla provincia fino alle aule del tribunale di Messina e che, lasciato solo e delegittimato artatamente, 4 anni fa si uccise.

Giovedì scorso è ripreso a Reggio Calabria il processo contro il Procuratore Generale di Messina Franco Cassata. L’accusa non è delle migliori quando si è un magistrato: diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana nel settembre 2009. Secondo l’accusa Cassata, insieme ad altri,  avrebbe preparato e divulgato un dossier anonimo per tentare di bloccare la pubblicazione del libro “Io che da morto vi parlo”, biografia di Adolfo Parmaliana scritta da Alfio Caruso. In pratica, Cassata avrebbe cercato di diffamare un morto.

Franco Cassata

“Il dottor Cassata -commenta Fabio Repici, avvocato della famiglia Parmaliana e uno dei due testimoni ricusati dalla difesa- è l’unico Procuratore generale d’Italia che rivesta il ruolo di imputato. A mia memoria, nella storia giudiziaria del Paese è l’unico magistrato chiamato a rispondere di diffamazione commessa con un dossier anonimo ai danni di una persona deceduta, Adolfo Parmaliana, che anni prima lo aveva denunciato al Consiglio superiore della magistratura. Il decreto di citazione emesso dalla Procura di Reggio Calabria a carico del dottor Cassata porta pure la firma del capo di quell’ufficio, il dottor Giuseppe Pignatone, giusto ieri nominato dal plenum del Csm all’unanimità alla guida della Procura della Repubblica di Roma. Eppure, nonostante ciò, la stampa continua a serbare un ingiustificabile silenzio (ingiustificabile con ragioni confessabili) su questo clamoroso processo. A rendere ancor più grave il silenzio complice della stampa sono le parole di Adolfo Parmaliana, lasciate a tutti i cittadini onesti con la sua ultima lettera. Come se in questo paese non bastasse nemmeno un’ultima denuncia in punto di morte da parte di un eroe civile per smuovere l’attenzione dei media”.

Certo, in questa vicenda le coincidenze non sono poche. La prima riguarda l’astensione del giudice Giandomenico Foti, che è anche a capo dell’ufficio del Giudice di pace di Reggio Calabria, che il 6 febbraio scorso, durante la prima udienza, si è astenuto in considerazione dei suoi “rapporti di amicizia e di frequentazione personale e familiare” con Cassata, assistito dagli avvocati Armando Veneto e Alberto Gulino. La seconda riguarda il nuovo giudice, Antonino Scordo, che tra meno di un mese non potrà più seguire il processo. L’8 marzo prossimo compirà 75 anni e andrà in pensione. E pensarci prima no? Intanto si accettano scommesse su quanto durerà il terzo magistrato cui sarà affidato il processo. Prima di quella data presiederà la sua ultima udienza in questo processo. L’1 marzo ascolterà i primi testimoni e poi appenderà toga e tocco.. Ma non, come già dicevamo, Fabio Repici, che oltre ad

essere anche il difensore della famiglia Campagna, è pure l’autore della definizione “rito peloritano” in riferimento a come in alcuni casi si gestisce la giustizia nelle aule del tribunale di Messina.

Fabio Repici

“Il giudice ha accolto l’eccezione della difesa dell’imputato -aggiunge Repici. Eppure, nel capo d’imputazione la Procura di Reggio Calabria ha contestato al dottor Cassata anche l’aggravante di aver agito per motivi abietti di vendetta contro il contenuto dell’ultima lettera di Adolfo. Il quale spero mi perdonerà se il giudice, non sono riuscito a comprendere in base a quale norma, ha deciso che io, dopo essere stato da lui onerato, insieme ad altre quattro persone, di testimoniare, non lo farò, perché così ha chiesto attraverso i suoi difensori il dottor Cassata”.

Ma il Procuratore generale Cassata non è l’unico della famiglia ad essere sul banco degli imputati. Il figlio Nello, avvocato, classe 1969, è indagato insieme ad oltre ottanta persone dalla Procura della Repubblica di Barcellona,  organo requirente sottoposto al controllo del Procuratore generale di Messina (vale a dire: il padre controlla i magistrati che giudicheranno il figlio) per associazione a delinquere finalizzata alla truffa assicurativa. Aspetto questo, sul quale il CSM non ha ancora ritenuto opportuno doversi pronunciare

Sulla vicenda del processo al Procuratore Generale Franco Cassata interviene anche Sonia Alfano, figlia di un’altra vittima della mafia, il giornalista Beppe Alfano. Alfano non le manda a dire e ci va giù pesante. “Sulla “tirata d’orecchie” al Procuratore aggiunto Anotnio Ingroia  -puntualizza l’eurodeputata- c’è qualcosa che non è ancora stato detto: il Csm adotta nei confronti dei magistrati due pesi e due misure, due metri di giudizio assolutamente inconciliabili, come il giorno e la notte, il bianco e il nero, la legalità e l’illegalità. Ci si chiede infatti come sia possibile richiamare Ingroia per le sue affermazioni su “forze che cercano di introdurre privilegi e immunità a vantaggio di pochi” e per la sua dichiarazione di “partigianeria” relativa alla Costituzione italiana, fondamento della nostra Repubblica, ed essere inerti nei confronti di un alto magistrato quale è Antonio Franco Cassata, Procuratore generale di Messina, che è sotto processo per diffamazione pluriaggravata contro la memoria del professor Adolfo Parmaliana. Perché raffrontare il diverso trattamento riservato dal Csm a Ingroia e Cassata fa capire quali siano le ragioni della persecuzione del primo e della protezione del secondo.

Sonia Alfano

Nei confronti di Cassata, del quale il Csm conosce i comprovati rapporti con esponenti delle cosche barcellonese e per essere stato presidente di un circolo paramassonico di Barcellona, il Corda fratres, di cui hanno fatto parte il mafioso Gullotti, mandante nell’omicidio di mio padre, suo cognato Salvatore Rugolo e l’avvocato Rosario Pio Cattafi, pregiudicato, destinatario di misure di prevenzione antimafia e indicato da pentiti di tutta Italia quale boss mafioso pericolosamente legato ai servizi segreti, mai nessun provvedimento è stato preso. A nessuno pare interessare che Cassata controlli un’attività come quella del Museo Entoantropologico di Barcellona, i cui finanziamenti pubblici potrebbero essere soggetti al controllo giurisdizionale, così come potrebbero esserlo i funzionari pubblici che quei finanziamenti li dispongono. Però Ingroia deve evitare di esternare il proprio pensiero al congresso di un partito politico extraparlamentare”.