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Processo Cassata, la verità del capitano Piccoli

Il Procuratore Generale di Messina Franco Cassata

Quattro testimoni su sei si avvalgono della facoltà di non rispondere e l’udienza di giovedì scorso del processo contro il Procuratore Generale di Messina Franco Cassata non aggiunge più di tanto a quanto già si sapeva. Che in ogni caso non è poco, visto che quest’ultimo è imputato per diffamazione pluriaggravata ai danni di Adolfo Parmaliana, che proprio a causa degli attacchi violenti nei suoi confronti decise di togliersi la vita nell’ottobre del 2008. Secondo la Procura di Reggio Calabria, nel settembre del 2009 Cassata avrebbe inviato una documentazione anonima piena di accuse decisamente stravaganti nei confronti di Parmaliana non solo a se stesso in qualità di Procuratore Generale, ma anche al sindaco di Terme Vigliatore, al senatore Beppe Lumia e ad Alfio Caruso, autore del libro “Io che da morto vi parlo” (la biografia di Adolfo Parmaliana edita da Longanesi) che sarebbe poi stato pubblicato nel novembre 2009. Secondo gli inquirenti ed i familiari del professor Parmaliana, alla base del falso dossier c’era la volontà di bloccare l’uscita del libro di Caruso, pieno di verità scottanti sulle “relazioni pericolose” intrecciate tra Barcellona, Messina e la mafia.

Se la testimonianza del capitano dei Ros Leandro Piccoli e del funzionario della cancelleria del Tribunale di Messina Mario Sofia filano lisce come l’olio, tutto cambia quando sono chiamati a deporre Franca Ruello Canali, Domenico Bottari, Antonia Gugliandolo e Angelica Rosso. Tutti e quattro indagati impiegati nello stesso ufficio di Sofia e tutti coinvolti in concorso con Cassata in un altro processo, sempre per avere diffamato la memoria di Adolfo Parmaliana. Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere e chissà cosa avrà pensato il giudice Olindo Canali, presente in aula e condannato il 14 marzo scorso a due anni di reclusione per falsa testimonianza.

E in attesa di ascoltare, sempre che decida di testimoniare ovviamente, il Procuratore Generale Franco Cassata, la testimonianza dettagliata del capitano Leandro Piccoli, in servizio presso il Ros dei carabinieri di Reggio Calabria, ha messo nero su bianco come si è arrivati a mettere sul banco degli imputati una della cariche più alte della magistratura messinese.

“Piccoli -spiega l’avvocato Fabio Repici, il legale della famiglia Parmaliana- è l’ufficiale che ha espletato quasi per intero le indagini sul dossier anonimo su delega della Procura di Reggio Calabria. Il capitano Piccoli era stato presente al momento clou delle indagini, da cui scaturì l’iscrizione sul registro degli indagati del potente magistrato barcellonese. Era il 17 novembre 2010 e l’ufficiale aveva accompagnato a Messina il PM. titolare delle indagini Federico Perrone Capano, per l’audizione di numerosi cancellieri in servizio presso l’ufficio diretto dal dottor Cassata , che per comodità si sarebbe svolta negli uffici della Procura Generale. Quella mattina il Procuratore Generale di Messina fu molto ospitale con il collega reggino. Dietro suo garbata insistenza, Perrone Capano e il capitano Piccoli ascoltarono i testimoni proprio nella stanza di Cassata, messa a loro disposizione. Quando stavano per completare l’assunzione delle dichiarazioni dell’ultima testimone, il capitano Piccoli si avvide che in una vetrinetta antica collocata in quella stanza era custodita una carpetta con un’annotazione manoscritta che agli occhi del magistrato e dell’ufficiale parve inquietante: “copie esposto Parmaliana”. Appena più giù, la dicitura, sempre manoscritta e ancor più inquietante, “da spedire”. Perrone Capano e Piccoli, entrambi giovani rappresentanti dello Stato, si trovarono in un’incresciosa situazione, sicuramente inedita nella storia giudiziaria: dovevano sequestrare i documenti custoditi nella stanza di un Procuratore Generale. Federico Perrone Capano telefonò all’allora Procuratore Capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone,

per riferirgli quello che era successo. Pignatone chiamò allora Cassata, che non si trovava più al Palazzo di giustizia, per spiegargli ciò che il suo collega aveva visto e la necessità di procedere al sequestro. Cassata, è facile immaginare dopo un lungo sospiro e in preda ad un comprensibile magone, telefonò a sua volta al dottor Perrone Capano, segnalandogli che un funzionario di cancelleria di sua fiducia gli avrebbe aperto il mobile, in quel momento chiuso a chiave, consentendo così di prelevare il fascicolo su cui gli inquirenti avevano messo gli occhi. Arrivò allora Franca Ruello, fiduciaria del Procuratore Generale e moglie di Olindo Canali, magistrato storicamente legato al dottor Cassata, con la chiave. La carpetta conteneva quattro copie proprio del dossier anonimo e su due di esse erano attaccati due post-it con l’annotazione manoscritta “Procura ME” e “Procura Reggio C.”. Ingenuamente si potrebbe pensare che non ci fosse nulla di strano nel fatto che il 17 novembre 2010 l’armadio del Procuratore Generale di Messina contenesse quattro copie del documento anonimo ricevuto dallo stesso Cassata il 21 settembre 2009. Ma è qui che casca l’asino. Le copie contenute in quella cartelletta, a differenza del documento ricevuto ufficialmente, mancavano del timbro dell’ufficio con il numero di protocollo (erano, cioè, copie dell’originale). In quella cartelletta era stato scritto a penna “da spedire” e per sfortuna del dottor Cassata, era proprio la sua grafia quella sulla copertina della carpetta e sui due post-it. Insomma, chiunque può capire perché a quel punto la Procura di Reggio Calabria abbia iscritto Cassata nel registro degli indagati. La carpetta sequestrata però, conteneva anche tre copie di un altro provvedimento. Un’ordinanza emessa il 7 settembre 2009 dal Gip del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, con la quale era stata rigettata la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero Olindo Canali in un procedimento nato da una querela di Adolfo Parmaliana nei confronti dell’avvocato Vito Calabrese, attualmente imputato in due processi al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto sempre per diffamazione ai danni di Adolfo Parmaliana. Anche le copie di questo provvedimento non avevano alcun timbro e non erano state protocollate né c’era alcun motivo perché fossero presenti nella stanza del dottor Cassata. Anzi, nel suo armadietto personale. Nel corso della testimonianza, il capitano Piccoli ha spiegato come sono stati acquisiti i tabulati telefonici di numerose utenze utilizzate dal Procuratore Generale e a persone a lui vicine (fra queste, quelle del dottor Canali e della moglie di quest’ultimo) e le risultanze ricavate da quei tabulati. Tra le altre, una circostanza davvero curiosa. Il dottor Canali, magistrato della Repubblica, oltre ad usare un telefono cellulare intestato a sé ne utilizzava anche uno intestato a una signora di Biella. La figura della donna biellese a quel punto attirò l’attenzione degli inquirenti, che accertarono che quella signora il 17 settembre 2009 dalla natia Biella scese in Sicilia, si fermò per tre giorni nei dintorni di Barcellona e rientrò a casa il 20 settembre. Il giorno successivo la donna si recò a Milano, città da lei solitamente non frequentata e qualche giorno dopo, proprio a Milano, allo scrittore Alfio Caruso è stata recapitata la busta contenente il dossier anonimo. Altra stranezza -conclude Repici- quella delle buste contenenti gli esposti ricevuti dal Procuratore Generale di Messina, dal sindaco di Terme Vigliatore e da Alfio Caruso: tutte affrancate nello stesso modo, ma nessuna con il timbro delle Poste Italiane. Circostanza questa, che ha indotto il capitano Piccoli a riferire al giudice Lucia Spinella, cui è stato affidato il processo, che quelle buste erano state recapitate a mano, senza servizio postale”.

Prossima udienza del processo contro il Procuratore Generale Cassata il 17 maggio.