Resta sempre aggiornato e seguici sui social, clicca "Mi Piace"

Portella della Ginestra, per non dimenticare

Portella della Ginestra poco prima della strage

In questa primavera italiana, in cui si fatica persino a ricordare (e festeggiare) un giorno-simbolo quale quello dell’unità d’Italia e dove il valore storico ed eroico del 25 aprile, la liberazione dal nazifascismo, necessita del recupero del suo spazio fisico ed ideale nelle coscienze individuali, sembra quanto mai necessario ricordare uno dei primi “gialli” della storia italiana, la strage di Portella della Ginestra dell’1 maggio 1947. A ridosso infatti dei festeggiamenti per il 1° maggio, il giorno del ricordo dei traguardi raggiunti dal movimento sindacale e dalle battaglie dei lavoratori per la conquista delle otto ore di lavoro, è giusto volgere la memoria a quello stesso giorno di 64 anni fa, quando si è consumata la prima strage del nascente stato repubblicano.

IL FATTO

A Portella della Ginestra (in provincia di Palermo), un luogo ameno punteggiato dai colori e dagli odori, appunto, della ginestra in fiore, una folla si raduna per festeggiare il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori ripristinata nel 1945 dopo essere stata soppressa dal fascismo. Duemila lavoratori si riuniscono anche per manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione dei terreni incolti. Improvvisamente, una pioggia di proiettili falcia la moltitudine. La sparatoria, secondo le fonti ufficiali, causa 11 morti e 27 feriti. Donne e bambini risultano tra i caduti. L’inchiesta giudiziaria si concentra sui banditi e procede con indagini frettolose e superficiali: non si fanno le autopsie sui corpi delle vittime e le perizie balistiche per accertare il tipo di armi usate per sparare sulla folla. Gli esecutori materiali della strage sono rintracciati tra i componenti della banda di Salvatore Giuliano. Non si è mai saputo, invece, il movente di quell’eccidio, chi furono i mandanti e chi abbia insabbiato le indagini successive.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Non erano giorni facili, quelli dell’immediato dopoguerra siciliano. La faticosa riconquista della liberazione dal nazifascismo aveva rinvigorito le antiche aspirazioni all’indipendenza dall’Italia della Sicilia, frustrata nelle sue rivendicazioni in tema di politiche sociali e riforma agraria già dallo stato unitario. La mafia si rinvigoriva, intrecciando le proprie vicende con quelle del movimento indipendentista siciliano. Peraltro, una larga agitazione contadina e la ripresa dell’iniziativa politica del partito comunista diretta da Girolamo Li Causi portava, alle prime elezioni regionali del 1947, alla vittoria dei partiti di sinistra raccolti nel blocco del Fronte popolare.

La campagna elettorale era stata abbastanza animata, non erano mancate le minacce e la violenza mafiosa aveva continuato a mietere vittime. Tra il 1945 ed il 1948, la mafia aveva dato corso ad una vera e propria mattanza di dirigenti, sindacalisti, esponenti dei partiti della sinistra e contadini.

Dopo la vittoria delle sinistre in Sicilia, le stesse persone che avevano assoldato Giuliano nella causa separatista, gli chiesero di combattere il comunismo. E l’occasione si presentò proprio l’1 maggio del 1947, quando oltre 2 mila persone si diedero appuntamento nella piana di Portella della Ginestra per la Festa del Lavoro.

I RETROSCENA – MOVIMENTO CONTADINO E RIFORMA AGRARIA

width="150" height="150" srcset="https://i0.wp.com/www.sicilians.it/wp-content/uploads/2011/04/portella2.jpg?resize=150%2C150&ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.sicilians.it/wp-content/uploads/2011/04/portella2.jpg?resize=70%2C70&ssl=1 70w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />
Una stele che ricorda l'eccidio

Gli agrari, la parte meno dinamica della società isolana, accantonata l’ipotesi nazionalista intraprendono una strada che li porta su posizioni anticomuniste. La scelta, dettata dalla difesa di un interesse, tendeva a contrastare il movimento contadino, che invece faceva diffusa opposizione allo Stato nazionale chiedendo a gran voce una riforma della grande proprietà terriera, sostenuto dai partiti della sinistra. All’indomani dell’Unità, nell’Isola le leggi eversive della feudalità rispetto al mezzogiorno continentale erano applicate con ritardo, né era stato avviato un processo di trasformazione di tipo capitalistico dei rapporti di produzione vigenti nel latifondo cerealico.

L’UOMO  – SALVATORE GIULIANO

Le vicende della mafia, degli agrari e dei movimenti politici siciliani si intrecciano presto alla vicenda di Salvatore Giuliano. L’episodio che lo trasformò in un latitante avvenne nel 1943 quando, fermato ad un posto di blocco mentre trasportava due sacchi di frumento, i militari gli spararono sei colpi di moschetto. Due proiettili lo colpirono al fianco destro facendolo cadere a terra, ma il giovane reagì sparando ad un carabiniere che rimase ucciso. Da qui parte la sua vicenda di bandito e latitante e inizia la storia di Salvatore Giuliano e della sua banda. La fama di nemico dei superbi e protettore degli umili dilagò rapidamente alimentando la sua leggenda.

I MOTIVI DELLA RIVOLTA

Nell’immediato dopoguerra, nei latifondi dei grandi proprietari terrieri iniziò uno scontro durissimo per la decisione presa dal Governo rispetto all’abolizione della mezzadria. La reazione dei contadini fu immediata: occuparono le terre dei proprietari e questo provocò gravi conseguenze che si trasformarono in veri e propri scontri a fuoco. Da una parte i proprietari terrieri, che pur di non rinunciare ai loro privilegi, erano disposti anche ad usare il braccio armato della mafia contro i contadini affamati, dall’altra i contadini che cercavano di non morire di fame insieme alle proprie famiglie.

LE INDAGINI

Il 17 ottobre 1948 la sezione istruttoria della Corte d’appello di Palermo rinviò a giudizio Salvatore Giuliano e gli altri componenti della banda. La Corte di Cassazione, per legittima suspicione, decide che la competenza è della Corte d’assise di Viterbo, dove il dibattimento iniziò il 12 giugno 1950 per concludersi il 3 maggio 1952 con la condanna all’ergastolo di 12 imputati.

Il cadavere del bandito Giuliano

Questa, invece, la relazione a proposito della strage scritta dalla Commissione Antimafia nel marzo del 1970: “Le ragioni per le quali Giuliano ordinò la strage di Portella della Ginestra rimarranno a lungo, forse per sempre, avvolte nel mistero. Attribuire la responsabilità diretta o morale a questo o a quel partito, a questa o quella personalità politica non è assolutamente possibile allo stato degli atti e dopo un’indagine lunga e approfondita come quella condotta dalla Commissione. Le personalità monarchiche e democristiane chiamate in causa direttamente dai banditi risultano estranee ai fatti”. Analisi successive hanno dimostrato che in realtà le cose andarono diversamente e che un coinvolgimento invece c’era stato. Periodicamente saltano fuori rivelazioni e documenti inediti, ma l’unica certezza è che per la strage di Portella della Ginestra l’intera verità è ancora lontana.