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Ponte, economia e beni comuni, intervista a Gino Sturniolo

Gino Sturniolo

“Il Ponte sullo Stretto  non è tanto un  manufatto reale, quanto  piuttosto un processo nel quale sono stati sperperati ad oggi 500 milioni di euro”.

Non si stanca mai di ripetere questo semplice concetto Gino Sturniolo, attivista storico dei movimenti sociali  e della Retenoponte messinese. I fatti ancora una volta sembrano dargli ragione, dal momento che la scadenza del contratto fra la Stretto di Messina Spa e il Contraente Generale Eurolink l’1 marzo scorso, non ha chiuso come sarebbe stato logico la quarantennale vicenda del ponte, ma ne ha solo aperto una nuova fase. Quella della richiesta di enormi penali  da parte della multinazionale delle costruzioni.

Mentre il movimento contro la grande opera annuncia il proprio ritorno in piazza per sabato 16 marzo, con Gino Sturniolo facciamo il punto della situazione su ponte, penali e futuro del nostro territorio.

La data prevista per la decadenza del contatto con Eurolink è passata, ma c’è  ancora bisogno di manifestare contro il ponte. Cosa sta succedendo? “Oggi si prospetta un ulteriore sperpero di denaro pubblico attraverso il pagamento delle penali richieste da Eurolink. Mentre diversi segnali (basta leggere le dichiarazioni del ministro Passera) fanno capire che le manovre per rimettere in moto l’iter della costruzione del ponte non sono cessate. In realtà possiamo affermare che  fino a quando non sarà rescisso il contratto senza alcun pagamento di penali e fino al giorno in cui  sarà liquidata la Stretto di Messina, non si potrà dire che il ponte sullo Stretto è un capitolo chiuso. Per questo stiamo invitando i messinesi a tornare in piazza tra meno di due settimane”.

La questione della mega opera come processo è al centro dell’ultima pubblicazione che lei ha curato, “Il Ponte sullo Stretto nell’economia del debito” (edizioni Sicilia punto elle). Un libro che descrive la grande opera quasi come un pretesto per fare altro. “C’è un capitolo del libro che anticipa proprio gli avvenimenti di questi giorni. Cioè che l’atto aggiuntivo non sarebbe stato controfirmato dalle parti e che si sarebbe aperta la questione delle penali. Non è una facile profezia, ma semplicemente la descrizione di quello che accade all’interno del modello economico che produce le grandi opere. Un modello caratterizzato da due figure giuridiche ed economiche fondamentali come il general contractor e il project financing. Due strumenti che negli ultimi dieci anni sono serviti a trasferire  un enorme flusso di denaro dalle casse dello Stato e dei territori  a quelle della ristretta cerchia di grandi imprese che hanno gestito le grandi opere e i grandi appalti. Tutto questo è avvenuto attraverso  la Legge Obiettivo, che ha sancito  il passaggio da una gestione tradizionale dei lavori pubblici ad una di tipo aziendalistico mediante il project financing, la finanza di progetto. Il successo di questo modo di procedere era dato dalla  garanzia di remunerazione dell’opera. Gli introiti determinati dai pedaggi, avrebbero garantito altissimi profitti ai concessionari delle opere”.

Le cose, in realtà, sono andate diversamente. “Infatti. Il  libero non  fa altro che raccontare  come questo modello economico si  sia rivelato una finzione.  Pochi cantieri sono stati portati a termine e la progettazione delle opere è stata tutta a carico delle casse pubbliche”.

Ma il partito del cemento vuole andare avanti comunque, come accade in Val di Susa. Con quali giustificazioni? “L’ulteriore passaggio che si sta consumando in questa fase, prevede nuove norme sul finanziamento delle opere.  E’ quello che nel libro definiamo processo di finanziarizzazione delle infrastrutture. Si prevede che i nuovi progetti saranno pagati (dato che le risorse pubbliche sono mangiate dal debito) con l’emissione di titoli collegati alle opere da realizzare, che  si sosterrebbero attraverso gli introiti dell’opera stessa. Così le grandi opere saranno insostenibili anche dal punto di vista economico, oltre che ambientale e sociale. Appoggiare l’apertura di cantieri sull’emissione di  titoli significa andare incontro a bolle finanziarie che poi saranno pagate dalle casse pubbliche, dalla BCE e, in ultima analisi, dai risparmiatori. Si cattura il risparmio di lungo termine: assicurazioni sulla vita, fondi sovrani, fondi pensione”.

Quello che descrivete nel libro si configura come un sistema complesso. per essere credibile, l’opposizione alle grandi opere deve essere capace di proporre un modello economico e sociale alternativo.  Il documento  Messina forma di vita comune che lei ha firmato insieme ad altri attivisti noponte va in questa direzione? “Un passaggio fondamentale del documento si richiama alle lotte per i beni comuni (a partire dall’acqua) e propone alla prossima amministrazione comunale  l’istituzione di un assessorato ai Beni comuni.C’è un nesso stretto fra la lotta contro le grandi opere e quella per la difesa dei beni comuni. Noi vogliamo individuare un modello nuovo che sottragga la società alla tenaglia pubblico corrotto-privato saccheggiatore. La definiamo strategia dei beni comuni o, meglio, del Comune. Consiste nel provare ad immaginare la possibilità di gestire luoghi pubblici, per così dire “di nuova generazione”, al di fuori di questa falsa contrapposizione pubblico-privato. Uscire dal meccanismo appropriativo, che oggi è tipico sia del privato quanto del pubblico gestito in maniera clientelare, ad esempio  con regolamenti condivisi degli usi civici. Nuove regole da costruire  facendo collaborare  istituzioni e cittadinanza attiva. Luoghi di proprietà pubblica, ma governati non in forma proprietaria bensì  restituiti alla collettività con regole condivise”.

E’ quello che il Teatro Pinelli ha tentato di fare in Fiera? “Il Pinelli è stato un’irruzione fortemente innovativa sulla scena cittadina. Lo dimostra la visibilità che ha avuto. Questo è dovuto intanto al fatto che la classe dirigente messinese è deficitaria di risposte concrete ai bisogni fondamentali. La crisi ha sottratto risorse fondamentali ad una politica che si è riprodotta fino ad oggi gestendole in forme clientelari. Quest’arretramento  è stato colto come una buona occasione dall’area di militanti che ha dato vita al Pinelli. Un gruppo di attivisti, giovani  e meno giovani, che ha dimostrato molta maturità e  grande capacità  di costruire un dispositivo potente”.

Il Teatro Pinelli  però è andato incontro ai classici  meccanismi repressivi. Prima lo sgombero forzato, in questi giorni la vicenda delle maxi multe agli attivisti per blocco stradale. Come reagire? “Ci vuole il massimo di solidarietà da parte di  tutti coloro che hanno attraversato quest’esperienza. Ora si tratta di ritrovare la forza per rilanciare in maniera larga questo progetto. L’esperienza delle ZTL ( Zone Temporaneamente Liberate) dimostra che le condizioni  e le capacità soggettive ci sono”.