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Perché non bisogna ascoltare Briatore

“Giovani, non ascoltate Briatore”. No, non è l’ultima dichiarazione di un sindacalista della FIOM Cgil, ma il titolo di una intervista a Bob Dorf, pubblicata tempo fa su Lettera 43.

Dorf è un imprenditore “seriale” (ha lanciato la prima azienda di successo a 22 anni), docente della Business School della Columbia University e autore del libro “Startupper – Guida alla creazione di imprese innovative”, edito da EGEA. Nell’intervista, l’imprenditore USA ha confutato alcune affermazioni di Briatore, difendendo l’importanza delle start up, le nuove aziende create per realizzare un’idea imprenditoriale particolarmente innovativa, grazie a un finanziamento pubblico o privato erogato sulla base della valutazione del progetto di impresa.

Come sappiamo, l’ormai fu protagonista del talent The apprentice, durante un incontro alla Università Bocconi aveva dichiarato che le start up “sono fuffa”. Il guru del talent show aveva quindi invitato i giovani italiani a fare i camerieri, specificando che chi serve ai tavoli del Billionaire, il suo locale vippaiolo sulla Costa Smeralda, arriva a guadagnare 5 mila euro di mance (ovviamente esentasse) al mese.

Nell’intervista, Bob Dorf contesta Briatore e prova a spiegare perché, invece, è importante investire nelle start up, che non sono solo “fuffa”. L’affermazione di Briatore contiene implicitamente un corollario: studiare è inutile. Quindi, Briatore ripropone un film già visto, accodandosi alla folta schiera di cattivi maestri, che negli ultimi anni si sono affannati a ripetere urbi et orbi che la cultura non dà da mangiare e i giovani devono ritornare a dedicarsi ai lavori manuali. Sacrificio e olio di gomito.

Ricetta che, prescritta da un signore che gestisce locali notturni di lusso, va in giro con le pantofole di seta e non sembra esattamente condurre una vita da monaco trappista, fa un po’ specie.

Perché Briatore non ha ragione? Ce lo spiega l’ISTAT. Le statistiche sull’andamento medio della disoccupazione in Italia, infatti, dimostrano che studiare aiuta a trovare il (poco) lavoro disponibile. Nel 2013, il 31,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, in possesso di un diploma di maturità, era disoccupato.

La percentuale scendeva al 24,4% tra i laureati. Lo scarto può sembrare poco rilevante. Però, se teniamo conto che i laureati, in media, iniziano a cercare un’occupazione stabile più tardi rispetto ai diplomati, il dato appare più rilevante. Quindi, studiare paga ancora, sebbene il tasso di disoccupazione dei laureati sia in leggera crescita, se non altro perché offre qualche chance in più di trovare un lavoro. Anche se, ahinoi, flessibile e poco pagato.

Studiare conviene anche al Sud? Le statistiche sulla disoccupazione giovanile nel Meridione si discostano significativamente dalla media italiana. Secondo l’ISTAT, nel 2013 la percentuale dei disoccupati, tra i diplomati meridionali, è pari al 40,4%, mentre quella dei laureati arriva al 42,2%.  Al Sud, quindi, i disoccupati laureati superano in percentuale, anche se di poco, i diplomati.

A leggere le crude statistiche, studiare, nel Meridione non sembrerebbe pagare. In questo caso, però, il problema, con tutta evidenza, non è che i meridionali studiano troppo, ma che il nostro sistema economico è arretrato. E, quindi, offre poche opportunità di lavoro e men che meno al personale più qualificato. L’unica strada, se non cambia qualcosa, è per tutti, laureati e non, quella di cercare miglior fortuna nel Continente. Come hanno già fatto in tanti, emigrati più o meno di lusso.

Però, come abbiamo visto, al Centro-Nord avere una laurea può servire… E, quindi, possiamo affermare, con amaro sarcasmo, che studiare conviene anche ai giovani meridionali, se non altro per avere più chance di trovare lavoro fuori casa.

Un bravo idraulico vale (professionalmente) più di un cattivo ingegnere. Quindi, ognuno deve seguire la propria strada. Se le nostre inclinazioni ci spingono verso un’attività artigianale, va benissimo. Se, invece, ci piace studiare, faremo bene ad assecondare i nostri desideri. E’ la scelta del percorso di studio, che deve conciliare attitudini personali e sbocchi lavorativi, a fare la differenza.

Tutte le ricerche mostrano che in Italia la transizione studio – lavoro è molto lunga. Anche i laureati con i titoli più spendibili sul mercato del lavoro, come odontoiatria, ingegneria, medicina, farmacia, scienze infermieristiche,  informatica e agraria impiegano molto tempo a trovare un’occupazione relativamente stabile. In molti casi, possono passare anche 5 anni dal conseguimento del titolo di studio. Quindi, decidere cosa fare da grande è una scelta importante, che richiede consapevolezza e buon senso.

Briatore pretende di indossare le nostre scarpe, come direbbero gli inglesi, ovvero di mettersi nei nostri panni. Ma siamo proprio sicuri che i giovani, facendo i camerieri, riuscirebbero a permettersi le sue pantofole? (Foto blog.you-ng.it)

Fabrizio Maimone

Messinese ca scoccia e romano di adozione. Ricercatore (molto) precario, collabora a progetti di ricerca su temi al confine tra sociologia, management e organizzazione, in Italia e all’estero. Insegna organizzazione aziendale all’università ed è docente di management e comunicazione. È formatore e consulente di direzione per le migliori e le peggiori aziende, italiane e multinazionali. La sua passione per la comunicazione (non solo) digitale è seconda solo a quella per la tavola, le buone letture e i viaggi.