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Noi non giochiamo al gioco del silenzio

Maria Flavia Timbro

Afragola. Lei ha 25 anni, lui 49. Il loro problema non è la differenza di età. Non è nemmeno il fatto che lui si trovi agli arresti domiciliari per una serie di reati commessi in precedenza.

Il loro problema è che lei ha sonno e vorrebbe dormire. Lui, invece, le fa delle avances, vuole fare l’amore.

Sembra una notte qualunque, in una famiglia qualunque, ma per la giovane venticinquenne è solo l’inizio di una notte da incubo vissuta tra le mura domestiche, in compagnia del suo compagno. A causa del suo compagno.

La malcapitata, infatti, è massacrata di botte e trascinata per la gambe contro ogni singolo mobile della casa per avere risposto negativamente alle richieste del suo uomo, per non avervi ceduto, per avere avuto voglia di dormire.

Lui si è sentito rifiutato, e i rifiuti, si sa, fanno male. Almeno a uno dei due nella coppia. La giovane è stata medicata in ospedale solo alle prime luci dell’alba, quando, una volta che il compagno era crollato sfinito dalla stanchezza (eh sì, picchiare stanca, con buona pace di Pavese che credeva, invece, che lavorare stanca) riesce a chiamare i soccorsi.

Aveva il volto pieno di ecchimosi. Pare che nessuno dei vicini avesse sentito le sue urla disperate, i suoi lamenti e nemmeno il rumore sordo del suo corpo che urtava contro i mobili.

Quella giovane non sapeva che oltre al diamante che certi uomini talvolta ti regalano, anche il consenso che dai loro è per sempre. Perché per molti, ma per fortuna non per tutti, il legame che

vi unisce fa di te una  proprietà. Una nuda proprietà. La loro nuda proprietà.

Ma le cose stanno cambiando intorno a noi. E per fortuna anche dentro di noi. Oggi le donne sanno che non possono e non devono tollerare più alcuna violenza fisica né tantomeno morale che si perpetri ai loro danni dentro o fuori le mura domestiche.

Oggi le donne sanno che non sono più sole in questa battaglia. Lo dimostrano le sempre più frequenti pronunce della Cassazione che chiamano violenza sessuale le insistenze dei mariti di fronte alle resistenze delle mogli (e viceversa, si intende).

Lo dimostra il decreto anti-femminicidio, che finalmente annovera lo stalking tra i reati per i quali è possibile servirsi delle intercettazioni. Lo dimostra il fatto che il testo prevede che il giudice possa disporre, per chi sia stato allontanato dalla casa familiare per il reato di stalking o di maltrattamenti, previo consenso dello stesso imputato, che il “controllo avvenga mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici”,  cioè attraverso l’uso del braccialetto elettronico.

Certo, siamo ancora lontani dal risolvere quella piaga sociale che risponde al nome di femminicidio. Ancora troppe donne perdono la vita, vittime di un familiare, di un ex fidanzato o dell’uomo che amano.

Ancora un forte conformismo e una radicata ipocrisia sociale ci impediscono di dare alle cose il loro vero nome. E invece le parole sono importanti, le parole ci rendono liberi. Basta pronunciarle senza paura.

Impariamo a dirlo, dunque, ché spesso, dietro un corteggiamento insistente, c’è uno stalking. Dietro una avance troppo aggressiva c’è una tentata violenza sessuale. Dietro uno schiaffo dato in un momento di rabbia, un potenziale assassino.

Lo imparino gli uomini come il quarantanovenne di Afragola. Noi non giochiamo al gioco del silenzio.